Oro, argento e birra: le olimpiadi londinesi di Antonio Caprarica

La copertina del libro

Antonio Caprarica, nel suo nuovo saggio Oro, argento e birra (Sperling & Kupfer 2012, «Saggi»  € 17,50) ci spiega che non ci sono discussioni: in questa edizione delle olimpiadi lo sport è tornato a casa. Sono gli inglesi ad aver inventato numerose discipline sportive: il tennis, originariamente senza racchette perché considerate «uno sviluppo effemminato del gioco»; il baseball; il calcio; la nobile arte dell’ippica. Non solo questo: l’idea dello sport e della competizione agonistica impregnano da sempre la cultura inglese. Basti pensare che a Eton, la scuola più importante della Gran Bretagna, tra le cui mura si sono formati ben diciannove premier, lo sport è sempre stato un’attività essenziale per la formazione degli studenti: già all’ingresso del percorso accademico i ragazzi sono da sempre costretti a scegliere le discipline da praticare. Il modo di praticarlo, lo spirito con cui si deve entrare in campo è invece noto in tutto il mondo non a caso con un nome inglese: fair play, gioco corretto.

La prima edizione inglese delle olimpiadi ha luogo nel 1908. Dell’evento l’autore narra la leggenda del piccolo maratoneta italiano Dorando Pietri. Partito sfavorito, circondato com’era da colossi britannici e americani, ha staccato tutti per entrare in vantaggio allo stadio per il giro trionfale. Ma a pochi metri dal traguardo è svenuto, per alcuni sopraffatto dalla stanchezza, per altri, ma si tratta di voci mai confermate, bloccato da uno stufato di manzo troppo pesante o da un bicchiere di champagne. La gara la vinse l’odiato americano Hayes, ma l’impresa di Pietri entrò nel cuore degli inglesi, tanto da commuovere Sua Maestà la regina Alessandra.

A proposito di rivalità tra i sudditi di Sua Maestà e i cugini americani, Caprarica ci racconta di come le olimpiadi furono un’ottima vetrina per metterla in risalto agli occhi del mondo intero. Il primo episodio fu la mancata esposizione del vessillo statunitense alla cerimonia di apertura, difficilmente interpretabile come un errore burocratico. Gli americani risposero con il rifiuto di Ralph Rose di abbassare la bandiera in segno di omaggio di fronte a Edoardo VII. Da qui la tensione rimase alle stelle fino al termine dei giochi, attraversando dure liti sulla scelta degli arbitri, sull’attribuzione dei punteggi, fino ad arrivare allo scontro sulle scarpe utilizzate nel tiro alla fune, sport in cui i maestri inglesi umiliarono senz’appello gli americani. Per dirla con l’autore: «L’utopia di uno sport capace di avvicinare anziché dividere era già finita soffocata».

Nel 1948 Londra portava i segni della guerra e tutta l’Europa era nella morsa della fame e della ricostruzione. La stampa attaccò duramente la scelta di ospitare i giochi olimpici e, facendosi portavoce dell’opinione pubblica, in gran parte ancora senza i beni di prima necessità, invitò a più riprese a ritirare la candidatura. Ma le olimpiadi si svolsero comunque per due ragioni: da un lato il Governo vedeva la possibilità di attirare soldi per la ricostruzione; dall’altro furono organizzate da cittadini privati particolarmente facoltosi che non chiesero un penny per i servigi svolti alla monarchia.

Antonio Caprarica

Fu un’olimpiade di prime volte: quella della televisione, che portò le gare nelle case di quei cittadini che non potevano, vuoi per la distanza, vuoi per i costi, permettersi i biglietti in tribuna. Ma soprattutto fu il primo esperimento di integrazione razziale per la città che sarebbe, nei decenni a venire, diventata la culla del melting pot. Parteciparono infatti nazioni fino ad allora mai iscritte ad una gara, come Cuba, Birmania o Islanda e atleti da ogni angolo del mondo. Il trionfo di Harrison Dillard nei 100 metri fu l’affermazione definitiva, sulla scia di Jesse Owens nella Germania nazista, degli atleti non bianchi nelle discipline olimpiche.

Antonio Caprarica prosegue narrando altri numerosi e gustosi aneddoti sui giochi londinesi del passato e conclude raccontando le aspettative e le paure correlate a Londra 2012: la psicosi dei contagi, tradotta in un assurdo regolamento che vieta agli atleti di stringere le mani; la discutibile scelta di vendere i biglietti attraverso un concorso a prezzi esorbitanti, anziché metterli a disposizione fino ad esaurimento; le consuete polemiche sulle spese eccessive in tempo di crisi. Ma tutto questo ormai è contorno. Resta ancora qualche giorno per goderci le gare, prima che Londra 2012 diventi una nuova raccolta di storie e di aneddoti da raccontare alle future generazioni.

Daniele Leone

Antonio Caprarica. Oro, argento e birra. Sperling&Kupfer 2012, «Saggi» € 17,50

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