Onu. L’astensione Usa contro Israele è l’ultimo fallimento di Obama

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IL presidente Usa Barack Obama

Roma – Non c’è migliore modo per un Nobel per la Pace, presidente Usa, di finire il mandato che incattivire ex alleati e scatenare le loro furie. La si chiami incuranza istituzionale, miopia internazionale, ignoranza politica, ma tant’è: secondo il mai troppo presto presidente uscente Barack Obama, il modo migliore per passare alla storia è scaricare l’alleato Israele e consentire che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvi una mozione secondo la quale le colonie ebraiche in Cisgiordania sono illegali. Il tutto senza neppure metterci la faccia e la bandiera. Mister President ha preferito l’astensione il che equivale al dispetto di un bimbo al compagnuccio di banco. Obama style.

LA RICERCA DELLA GLORIA – Attenzione perché la scelta al non voto non nasce dalla convinzione che gli insediamenti abbiano da scomparire, ma dalle mire frustrate di Obama il quale avrebbe voluto legare il proprio nome ad una storica pace in Medio Oriente, con tanto di foto opportunity come quella di Bill Clinton tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat  sugli Accordi di Oslo (1993) o quella di Bush tra Sharon e Mahmoud Abbas sul Piano di disgelo unilaterale israeliano (2003) . E pazienza se poi anche quelle pagine di storia finirono in nulla benché scritte da leader ben più capaci: l’immagine resta, è questo che conta, vero Mr President?

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Bill Clinton tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, Accordi di Oslo, 1993 (Wikipedia.org)

Come lo scatto con Nelson Mandela ormai moribondo, e pazienza se l’insistenza istituzionale è passata sopra il dolore della famiglia del leader sudafricano. Come l’arrivo a Cuba dopo l’apertura americana alla dittatura Castro, e pazienza se Fidel si è defilato per il selfie ribadendo così l’ostilità contro gli Usa e prendendo atto che questa aveva calato le braghe passando sopra violenze e soprusi decennali. Comunque, poco contava l’onore nazionale perché Obama si palesava, anche qui, al cambio di epoca. Toccava solo aspettare che il vecchio dittatore dipartisse per raccogliere frutti e flussi economici di una nazione liberata non per efficacia diplomatica, ma per fine vita.

Non bastasse, ad incoronare il nostro, resterà indimenticabile il video del colloquio a sopracciglia aggrottate con Vladimir Putin. Lo stesso zar oggi accusato dall’amministrazione Usa uscente di essere strumento di guerra in Siria e dimentica che fu lo stesso Obama a lasciare spazio alla diplomazia russa amica di quella Assad per togliersi di dosso la patata bollente delle rivolte siriane, salvo rendersi conto troppo tardi di aver consegnato la premiership mediorientale al nemico.

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George W. Bush tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas, 2003 (Wikipedia.org)

AMERICA INCIAMPA SULL’ONU – D’altronde Obama ci prova a vincere facile, però con Israele ha dato troppe cose per scontate. Lo si chieda al fedele John Kerry, segretario di Stato, spedito per mesi tra Gerusalemme e Ramallah per tentare di mettere d’accordo ebrei e musulmani, Bibi Netanyahu e Mahmoud Abbas,  il Knesset e l’Autorità Nazionale Palestinese, con la certezza che bastasse il bel sorriso di Mr President sul biglietto da visita per dipanare una questione vecchia 60 anni.

Non solo non è bastato, ma la coppia Obama-Kerry non ha neppure raccolto al volo il messaggio lanciato dal parlamento israeliano. Il Knesset, a inizio dicembre, ha votato in prima battuta la versione ‘ripulita’ di una legge che consente un centinaio di insediamenti israeliani in Cisgiordania riconoscendo: il diritto d’uso ai coloni, ma il diritto di proprietà della terra ai palestinesi i quali vanno risarciti; la legalizzazione solo degli outspot costruiti con l’assistenza del Governo; l’eliminazione dall’elenco della colonia di Amona, quella più discussa e dall’alto valore simbolico per Casa Ebraica, il movimento dei coloni.

PRESIDENTE SENZA RIMEDIO – Obama è passato sopra a ogni tentativo di mediazione perché la sua proposta di compromesso era la rinuncia unilaterale alle colonie da parte israeliana senza impegno e riconoscimento ad esistere di Israele da parte musulmana. In sintesi: l’idea di Ariel Sharon che non solo non limitò il terrorismo islamico-palestinese, ma lo incentivò.

Risultato: Israele la risposto picche e Obama si è astenuto. Sicché ha ragione il sito di Repubblica.it: sulle colonie in Cisgiordania si pensi quel che si vuole, ma quella del presidente uscente è una ‘diplomazia adolescenziale‘. Non potendo avere quel che vuole, fa i dispetti e butta il fardello sulle spalle del successore Trump.

Davvero, Obama non passerà alla storia per similitudine con Kennedy, Clinton, Shimon Peres, Rabin e Mandela, ci metta una pietra sopra. Oltre al colore della pelle, alla storia rimarrà solo indolenza.

Chantal Cresta

 

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