Oltre la Notizia: che cosa succede dopo la Prima Pagina?

Fukushima

Il disastro di Fukushima lo scorso marzo, l’esplosione di una centrale nucleare francese meno di due mesi fa, il dibattito continuo sui vantaggi e svantaggi di questo tipo di energia, i livelli di radioattività sopra la norma in molte aree. Temi sempre al centro dell’attenzione e più che mai dopo la recente denuncia di Greenpeace riguardo la sicurezza degli impianti atomici in Europa, decisamente non adeguata a seguito dei test svolti per decisione dell’Ue dopo il caso giapponese. Le centrali sono per esempio risultate assolutamente senza difesa in caso di attacco terroristico aereo, ma scopo dei test era valutarne la ‘resistenza’ anche a terremoti, inondazioni, assenza di alimentazione elettrica, danno agli impianti di raffreddamento, crisi simultanea dei reattori. L’Unione europea ha chiesto di pubblicare gli esiti delle analisi entro il 31 ottobre e il gruppo ambientalista ha deciso di stilare un rapporto ‘sintetico’ sulle circa 10 mila pagine, ancora provvisorie e incomplete, di risultati già diffusi. Greenpeace ha realizzato – ed è disponibile sul sito – una mappa facilmente consultabile, divisa per paesi e per singole centrali. Diversi i punti deboli sia dello studio che dei risultati secondo Salvatore Barbera, responsabile della campagna antinucleare dell’associazione, che parla di «un’analisi incompleta e approssimativa» per cui non risulta nulla su eventuali progetti per l’evacuazione di zone a rischio a seguito di incidenti. Rilevata poi una discrepanza nella cura dei test tra paesi in cui il controllore nazionale è indipendente da chi possiede le centrali (come la Francia) e gli altri (tra cui Svezia, Regno Unito e Repubblica Ceca). Le analisi ufficiali delle agenzie e dei governi devono ancora arrivare in maniera completa e definitiva, ma questo primo check offerto da Greenpeace non sembra suggerire un’adeguata valutazione dei rischi o un vero e attendibile piano di sicurezza internazionale.

La sicurezza era nelle intenzioni anche l’obiettivo della missione Nato in Libia, al centro di molte polemiche e ridiscussa dopo la morte di Gheddafi. Per decisione ufficiale, presa proprio nella ore successive alla cattura e uccisione del rais, la missione si chiuderà il 31 ottobre: così è stato concordato dal Consiglio riunitosi a Bruxelles e allargato per l’occasione ai cinque paesi non membri dell’Alleanza Atlantica che hanno però preso parte alle operazione in Libia  (Qatar, Emirati Arabi, Marocco, Giordania e Svezia). Il segretario della Nato, Anders Fogh Rasmussen ha ricordato che la missione Unified Protector è stata  tra quelle di maggior successo nella storia dell’Alleanza, capace di rispettare gli scopi originari nel proteggere la popolazione libica, far rispettare la no-fly zone e l’embargo sulle armi, giungendo così a quella che ha voluto chiamare «la vittoria dei libici». Rasmussen, nel suo discorso, non ha dimenticato di sottolineare che la strada per la costruzione di una nuova Libia è ancora lunga perché occorrono solide fondamenta (volontà di riconciliazione, rispetto dei diritti umani, uno stato di diritto, spirito democratico). « La Nato è pronta ad aiutare, se necessario e richiesto, a riformare le istituzioni di sicurezza e difesa di cui tutte le democrazie hanno bisogno per restare libere e sicure», questa la conclusione del segretario.

Ancora sicurezza, ma in ben altro contesto rispetto a quello nucleare oppure di guerra.

Gianni Alemanno

Si tratta di quella della città di Roma, e dei suoi abitanti, messa a dura prova da tre recenti episodi: le violenze durante la manifestazione del 15 ottobre, il nubifragio di giovedì 20 e l’assalto al negozio Trony del martedì appena passato. Tre eventi caotici, per usare un eufemismo, per cui sono stati messi sotto accusa il sindaco Gianni Alemanno e la sua giunta. La risposta del primo cittadino è giunta dal suo blog. «La nostra città sta affrontando molte prove in un momento difficile, di crisi economica, tagli agli enti locali e calo delle risorse, ma stiamo reggendo», questo l’esordio a cui segue subito l’enucleazione di quello che, per i politici che siedono in Campidoglio, è il problema più spinoso: «C’è un’opposizione di sinistra che ha nei nostri confronti una sorta di rancore profondo, di odio viscerale. La sinistra romana si sente defraudata da noi di un loro possedimento, ma io sono qui perché i cittadini romani hanno scelto di votarmi e non accetto una logica di proprietà politica. Roma è una città libera, che sceglie di volta in volta». Alemanno quindi eletto e unto dal popolo, mantra cui gli italiani sono ormai abituati da tempo in quanto cavallo di battaglia di Berlusconi e della sua maggioranza. Così anche la sindrome della perscuzione.
Il sindaco entra poi nello specifico dei tre eventi scatenanti. Riguardo i disordini alla manifestazione degli indignati ‘rovescia’ la medaglia accusando la sinistra di essere stata incapace di isolare i violenti e rivendicando solo alle forze dell’ordine la capacità di avere evitato il peggio. Sugli allagamenti ha fatto appello quale scusante alle pioggie eccezionali che in maniera diffusa hanno colpito l’Italia, in particolare la Liguria, dove ci sono stati molti morti e nessuno ha pensato di additare o demonizzare l’amministrazione pubblica. In realtà si stanno aprendo fascicoli d’inchiesta, anche se pero ora contro ignoti, con l’accusa di omicidio colposo e la tragedia ligure vede complice un territorio già fragile, reso più delicato dall’edilizia di cui che èresponsabile se non l’amministrazione locale, ma Roma è realtà urbana dove (pare) basterebbe tenere puliti tombini e fognature. E poi il caso del traffico in tilt per l’apertura nel nuovo centro Trony a Ponte Milvio, il 27 ottobre: il sindaco scarica il barile della responsabilità questa volta sulla stessa azienda che non ha dato comunicazione della massiccia campagna pubblicitaria e promozionale, citando poi anche carenze normative nel settore. Come se il cancro traffico nella capitale fosse un caso isolato…
Ma ciliegina sulla torta di Alemanno sono le osservazioni sul quotidiano «la Repubblica», nei confronti del quale si trova  «costretto a rompere i rapporti: i rapporti si basano infatti sul rispetto reciproco, ma io non lo vedo sulle pagine della cronaca del giornale. Questo mi costringe ad un atteggiamento di condanna».

Laura Dabbene

Foto www.wakeupnews.eu

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