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L'incantatore di V. Nabokov

Non finisce di stupire il lavoro di uno dei grandi narratori del Novecento, il russo Vladimir Nabokov (1899-1977).

Dopo L’originale di Laura, suo ultimo lavoro incompiuto dalla storia quantomeno affascinante, esce per Adelphi – editore che in Italia ne ha acquistato i diritti – un romanzo che risale al 1939, prima che da Parigi l’autore partisse per gli Stati Uniti dove abbandonerà quelle che fino a quel momento erano stati i suoi tratti distintivi come narratore: la stesura nella sua lingua madre, il russo, e l’uso dello pseudonimo Vladimir Sirin. Anche L’incantatore, questo il titolo del libro, ha un vicenda a suo modo singolare per lo iato esistente tra la composizione e la sua comparsa a stampa. Nabokov ne ritrovò infatti la versione originale, ancora mai pubblicata, già nel 1959, ma solo nel 1986 apparirà in inglese nella traduzione del figlio Dmitri, cui si deve anche la prima traduzione italiana, per Guanda, nel 1987.

Ma chi è l’incantatore? È un uomo di circa quarant’anni che, come nel 1955 succederà ad un altro personaggio nabokoviano, Humbert Humbert (il protagonista di Lolita), resta vittima del fascino di una ragazzina pre-adolescente, tormento ed ossessione dei suoi anni successivi, quando ne diventerà patrigno (proprio come Humbert) pur di averla accanto e con lei viaggerà in auto attraverso la regione francese della Provenza. Il soggetto è già quello del capolavoro di Nabokov, ma 15 anni prima, con una componente magica e surreale – quella che nella tradizione russa è di Gogol e Bulgakov – che in Lolita sbiadirà per lasciare tutto lo spazio al realismo della sua presenza sensuale.

1861-2011. L’anniversario tormentone di quest’anno è quello dei 150 anni dell’unità d’Italia e la redazione cultura di WakeUpNews vi sta dedicando Libriuniamoci, un rubrica letteraria di ben 12 mesi, che scava tra volumi vecchi e nuovi per suggerire letture che, dell’unità (e disunità) del nostro Paese, possano offrire sguardi differenti. Sul tema è arrivato da poco in libreria un saggio di Massimo Teodori senza dubbio destinato ad una buona dose di polemiche.

Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull’unità d’Italia (Rubbettino, euro 13) si eleva per confutare quella che l’autore definisce una versione contraffatta del periodo risorgimentale, falsificata dalle gerarchie ecclesiastiche e fatta propria successivamente non solo dal pensiero comune, quello forse più facilmente pilotabile, ma anche da storici ed intellettuali. Lo scorso 17 marzo nella Lettera agli italiani, Benedetto XVI ha scritto «il Cristianesimo aveva contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità nazionale attraverso l’opera della Chiesa». Nulla di più lontano dalla realtà secondo Teodori, che analizza sì i contributi al pensiero unitario da parte di esponenti del mondo politico e culturale senza dubbio cattolici, ma per cui l’idea chiave sta in quel laico, a caratteri cubitali di colore verde in copertina. Su come sia stata intesa nel tempo questa laicità, l’autore si interroga, arrivando a domandarsi in conclusione che cosa resti oggi dello spirito liberale, proprio dei grandi politici moderati – credenti ma non clericali – che hanno costruito l’Italia.

Il libro En Vill Mann di Clausen: quello che si racconta è in parte una 'bufala'

Curiosità para-libraria per chiudere l’appuntamento settimanale. Tra i libri ‘dimenticati’, qualche tempo fa approdò sul nostro Scaffale un bel romanzo del norvegese Erlend Loe, Doppler. Vita con l’alce. Succo della vicenda l’esistenza selvaggia del protagonista che abbandona la città per vivere nel bosco.

Esattamente questo ha fatto, o almeno così pareva, Kristoffer Clausen, anche lui norvegese e come Andreas Doppler rifugiatosi per un anno nella foresta, ad affrontare una vita selvaggia e senza comodità. La sua avventura, iniziata nell’agosto 2009, è stata dal 34enne raccontata in  numerose interviste televisive, ma anche nel libro En Vill Mann, dove descrive i 12 mesi nel bosco, nutrendosi solo di ciò che riusciva a cacciare e procacciarsi con le proprie mani, dormendo in rifugi improvvisati costruiti con rami e foglie. Hanno però perduto il loro fascino, il personaggio e l’avventura, dopo che in una recente dichiarazione al quotidiano «Dagbladet», Clausen ha confessato non solo di non aver completato l’intero anno di esistenza allo stato brado, ma di averla anche intervallata con periodi trascorsi comodamente in hotel o comunque in un vero letto in una baita fatta non di sterpaglie ma in solida muratura, nonché di essersi recato più volte nella vicina Svezia per qualche acqusito. Il giovane norvegese è quindi tornato sulle prime pagine, ma questa volta come ‘finto selvaggio’ e vero bugiardo.

 

Laura Dabbene

Foto:  cdon.no; adelphi.it

 

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