Olimpiadi 2012, la Siria e un grande (e dimenticato) escluso

Roma – Anche quest’anno l’enorme macchina olimpica si è messa in moto nonostante la crisi economica che sembra non finire mai e le difficili e delicate situazioni in Medio Oriente, soprattutto in Siria, dove migliaia di persone continuano a morire a causa delle repressione del regime del presidente Bashar al Assad.

E proprio la delegazione siriana ha destato particolare scalpore a causa della presenza pressoché esclusiva di atleti fedeli al regime di Assad o comunque non invisi al presidente. Sei uomini e quattro donne gareggeranno sotto la bandiera siriana.

Non a caso tra gli sportivi arrivati a Londra figura Ahmed Hams, figlio di Mohammed Hams deputato siriano e uomo politico tra i più influenti. Quando Ahmed – che gareggerà nel salto a ostacoli – ha dichiarato che non corre solo per il suo Paese, ma soprattutto per Assad le polemiche si sono scatenate, soprattutto perché l’atleta ha negato la sanguinosa repressione in cui il presidente sta annegando le rivolte dei civili.

A mancare però, anche se in pochi sembrano essersene resi conto, è un pugile, il peso massimo Nasser al Shami, nato nel 1982 e medaglia di bronzo ad Atene nel 2004.

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Come tanti altri atleti siriani Alshami non è stato indifferente alla repressione e alle violenze che il suo popolo ha subito, così ha deciso di prendere posizione, di schierarsi apertamente contro il regime di Assad e di sostenere l’ondata rivoluzionaria che da mesi scuote – a volte sembra inutilmente – la Siria, mentre la Comunità internazionale sembra incapace – o meglio non è disposta – a prendere in merito provvedimenti di sorta.

Il 4 luglio 2011, il peso massimo è stato ferito da alcuni colpi di arma da fuoco nel corso di una delle violente rappresaglie del regime atte a soffocare le rivolte nella città di Hama. Al Shami per difendere democrazia e libertà ha perso l’uso delle gambe, ma la macchina della dittatura siriana ha deciso di annientarlo non solo fisicamente.

Il nome di Nasser al Shami è stato cancellato dalla lista degli atleti siriani, il club in cui si allenava lo ha radiato e così al Shami non solo ha perso le gambe, ma anche la sua identità d’atleta, schiacciato in favore di atleti incapaci di schierarsi contro Assad e il suo governo.

Mentre il mondo guarda entusiasta i Giochi di Londra,la Siriaappare più che mai abbandonata a se stessa: persino la missione speciale dell’Onu con a capo Kofi Annan sembra destinata a fare un buco nell’acqua, mentre le violenze continuano giorno dopo giorno.

I valori olimpici sembrano essere stati dimenticati, resta la competizione, il carrozzone degli sponsor e dell’organizzazione e l’inutile – e anacronistico – tentativo di mantenere la manifestazione nel politicamente corretto anche quando gli equilibri mondiali sono in disfacimento e lo sport dovrebbe, forse, assumere più alte responsabilità.

Francesca Penza

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