Oblivion, ovvero quando il futuro sa di già visto – Recensione

Pianeta Terra, anno 2077. A seguito di una devastante guerra nucleare tra umani e alieni, il pianeta ha cambiato totalmente aspetto. Dopo la distruzione della Luna da parte degli alieni conquistatori, violenti terremoti hanno infatti sconvolto la superficie terrestre, tramutandola in una landa desolata dove si stagliano le rovine imponenti della civiltà che fu. I pochi sopravvissuti vivono ora su Titano, un satellite di Saturno, mentre sulla Terra è rimasto Jack Harper (Tom Cruise), un riparatore di droni, macchine intelligenti incaricate di sorvegliare le potenti idrovore che prosciugano gli oceani terrestri per sottrarre acqua agli alieni, ormai impadronitisi del pianeta, e portarla agli abitanti di Titano. Aiutato dalla sua compagna Vika (Andrea Riseborough), ligia ai comandi inviati dall’astronave orbitante Tet, capitanata da Sally (Melissa Leo), Jack ha quasi terminato la sua missione: in meno di due settimane, lui e Vika lasceranno la Terra per recarsi su Titano. Ma l’arrivo di una sconosciuta su di un’astronave precipitata improvvisamente dallo spazio (Olga Kurylenko) rimetterà tutte le già vacillanti certezze di Jack in discussione, portando alla luce inquietanti verità.

Tratto dall’omonima graphic novel (ideata nell’ormai lontano 2005) di Joseph Kosinski, che del film è regista e produttore, Oblivion lascia stupefatti sin dai primi minuti per gli effetti visivi e i complessi macchinari ideati ad hoc per l’ultima fatica del regista del tecnologico Tron:Legacy. La squadra di Kosinski vede infatti partecipi molti dei tecnici che hanno collaborato al film del 2010 prodotto dalla Walt Disney Pictures, tra i quali figurano il direttore della fotografia Claudio Miranda (vincitore di un Oscar per Vita di Pi di Ang Lee) e il supervisore agli effetti visivi, anch’egli premiato con la statuetta dorata per Il Curioso Caso di Benjamin Button, Eric Barba. Ma se i grandi nomi fanno il loro ottimo lavoro regalandoci bellissime inquadrature e notevoli effetti speciali, Oblivion non riesce, nonostante questi preziosi apporti, a inserirsi nel filone dei grandi kolossal fantascientifici, causa il suo eccessivo citazionismo.

Tom Cruise e Olga Kurylenko in una scena del film

Il film è infatti un enorme coacervo di rimandi, ricordi di fantascienza già vista, da Il Pianeta delle Scimmie a Matrix, passando per disaster movies come The Day After Tomorrow e Independence Day, copiando anche film minori come The Time Machine di Simon Wells (al quale è stata forse rubata, come i più accaniti cinefili ricorderanno, l’idea della luna distrutta). Complice è anche la sceneggiatura, classica e poco innovativa: l’eroe ribelle ha il volto del divo americano per eccellenza, Tom Cruise (che ha recentemente spento la sua cinquantesima candelina), che si trova di nuovo, e di sua spontanea volontà (tanto da aver partecipato anche alla produzione del film), a ricoprire un ruolo d’azione, incarnando un sognatore che non rispetta i comandi perché spera in un mondo diverso e migliore. Un eroe tormentato dai ricordi, che per pura fatalità si ritrova, guarda caso, a essere destinato a una grande missione. Insomma, l’eroe americano, bello, ribelle e destinato a grandi cose. Una nota positiva, in realtà, c’è: nonostante la sua imponente durata (ben due ore e quaranta minuti), il film riesce a mantenere un certo ritmo, sovrapponendo dubbi e domande in un continuo crescendo, fino a giungere a un climax che, però, lascia presagire una conclusione scontata.

Quindi, se siete amanti del genere e non apprezzate particolarmente gli USA, Oblivion non fa certamente per voi: passereste il tempo a trovare i più disparati rimandi a pellicole ben più coinvolgenti e di lontana memoria, lamentandovi del fatto che gli americani, anche fra cinquant’anni, non saranno probabilmente tanto diversi da come sono oggi.

David Di Benedetti

@davidibenedetti

 

 

 

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