Obama e il Nobel

Giudizi ed opinioni al conferimento del Premio Nobel per la pace al Presidente americano

di Plinio Limata

Sono oramai trascorsi tre mesi dal conferimento del Premio Nobel per la Pace al Presidente americano Barack Obama. È bene allora tirare le prime somme di un riconoscimento che ha avuto sin dalla sua enunciazione il merito di dividere l’opinione pubblica, suscitando i più svariati sentimenti: dall’incredulità alla piena soddisfazione. Seppur potrebbe essere dibattuta la scelta del personaggio, come principale motivo dei contrasti, va a porsi proprio la motivazione ufficiale enunciata dall’Accademia Norvegese per il Nobel: Obama è stato, infatti, premiato “per gli sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.  A favorire l’unanimità della decisione dell’Accademia è stata sicuramente la forza catalizzatrice di speranze di un uomo “nuovo”, a cui aggiungere indubbiamente le scelte politiche di un presidente, che sin dall’inizio del suo mandato ha affermato di voler favorire la rinascita di un deciso multilateralismo e una necessaria cooperazione con gli organismi internazionali, la volontà di riavviare le trattative di pace in Medio Oriente e la necessità di un disarmo nucleare globale.

Se da un lato vi è stato chi ha accolto la notizia con grande soddisfazione e come un vero e proprio riconoscimento della statura morale e umana del primo presidente afro-americano, tra cui si annoverano le varie reazioni di giubilo popolari e messaggi di auguri di vari governi (soprattutto europei), dall’altro non sono mancate le critiche provenienti dai soggetti più disparati.  È soprattutto tra i confini americani che le critiche hanno preso il via. Se infatti da un lato Obama era considerato l’uomo del cambiamento, la mancata messa in porto di riforme annunciate come quella sanitaria e l’incapacità di porre fine ad uno dei due conflitti in cui l’America è impegnata, ha fatto si che uno strisciante scetticismo prendesse piede. L’opinione pubblica dubita e gli avvenimenti di politica interna degli Stati Uniti degli ultimi giorni costituiscono un esempio lampante. Appaiono, pertanto, naturali le critiche degli avversari politici. All’indomani dell’assegnazione è stato proprio il presidente del comitato nazionale dei repubblicani Michael Steele a mettere in evidenza quanto Obama non avesse raggiunto alcun risultato e quanto il premio fosse l’assoluta dimostrazione dell’avversione europea per l’oramai ex presidente Bush.

Parte della stampa si poneva sulla stessa linea. Il quotidiano britannico Times, ad esempio, criticava apertamente la decisione, sostenendo la natura politica del premio basata su tre linee guida: approvazione per la fine del mandato di Bush, l’elezione del primo presidente afro-americano, e la speranza che Washington tornasse ad impegnarsi con il mondo. Seppur più divertenti, ma non meno pacate erano le parole del Wall Street Journal che ebbe modo di definire il premio “bizzarro e postmoderno”, anzi così postmoderno da essere assegnato ad un presidente che non aveva dovuto far niente, se non avere aspirazioni! Su una linea più moderata, che tenesse conto di eventuali ripercussioni politiche era, invece, il New York Times, che invitata Obama a rifiutare il premio, potendo diventare questo un boomerang politico, ponendo in evidenza i risultati non raggiunti.

Appare, inoltre, interessante notare, proprio in funzione di quel multilateralismo che aveva reso Obama vincente quelle che furono le reazioni nel continente asiatico. Se il Giappone si allineava all’euforia dei sostenitori, è stato il colosso cinese ad accogliere la notizia con una certa freddezza, ribadendo quanto il Nobel fosse un premio occidentale da ricollegare ad ottiche occidentali. Ancora una volta una presa di distanza, motivata probabilmente dal timore di dover concedere grande spazio all’influenza del presidente americano. Ma soprattutto a farla da padrona è stata l’impressione che “il Nobel ad Obama fosse come un Oscar assegnato dopo aver visto un trailer!”.

C’è da dire che spesso l’attesa degli spettatori per un film è sedotta o disillusa dalla qualità di un trailer e sicuramente quello del presidente americano è ricco di elementi, il cui valore può cambiare a seconda del punto di vista dell’osservatore. Il discorso tenuto il 4 giugno 2009 all’Università Al-Azhar del Cairo, la culla della cultura islamica, la ferma volontà di riaprire i negoziati in Medio Oriente, la capacità di rilanciare le relazioni con la Russia, l’apertura alla Repubblica Islamica d’Iran, l’aumento del numero dei soldati in Afghanistan e la guerra in Iraq lontana dal concludersi, la chiusura di Guantanamo, le riforme promesse in patria e non ancora attuate: ecco i tasselli di un progetto, che lungi dall’essere in atto è ancora in divenire. Bisogna decidere se crederci o no. Tra scettici e disillusi o ferventi idealisti di un cambiamento che non sarà facile ottenere, voi, da che parte state?

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Una risposta a Obama e il Nobel

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    Alessandro 02/02/2010 a 22:06

    Quando è stato assegnato il premio si è scritto e detto che era più un riconoscimento a quello che Obama “avrebbe potuto” fare per la pace, viste le aspettative all’indomani della sua elezione. Ora siamo alla resa dei conti, certo non deve essere semplice, anche volendo, prendere decisioni di questo tipo. Ma dovremmo incoraggiare Mr. President con un “Yes, you can” e credere nella sua volontà di cambiare.

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