“Nuovo Centrodestra”: Alfano tradisce Berlusconi, cosa succede ora?

Angelino Alfano è stato il primo a segnare uno strappo, deciso e concreto, nello strapotere berlusconiano, pur mostrandogli "eterna fedeltà e gratitudine"

Angelino Alfano è stato il primo a segnare uno strappo, deciso e concreto, nello strapotere berlusconiano, pur mostrandogli “eterna fedeltà e gratitudine”

Roma - Les jeux sont fait. Con questa metafora tipica dei tavoli da gioco possiamo facilmente riassumere lo strappo definitivo consumatosi ieri sera, mentre gli italiani erano ancora seduti a tavola, tra Silvio Berlusconi e il suo (ormai ex) delfino Angelino Alfano, che ha annunciato la rinuncia dei “suoi” a partecipare nella costruzione di Forza Italia, la riedizione del partito che nel 1994 portò il Cavaliere per la prima volta al potere.

CASA ALFANO - Dice Roberto Formigoni, il ventennale governatore della Lombardia noto più per gli outfit sgargianti che per l’azione politica, che «siamo 37 al Senato e 23 alla Camera», riferendosi ai numeri del nuovo gruppo che, questa l’indiscrezione fresca di ieri, dovrebbe chiamarsi Nuovo Centrodestra. Nuovo nel nome, ma non nei fatti, secondo quanto dichiarato da Alfano, che candidamente si definisce «amico del presidente Berlusconi, a cui ribadiamo amicizia e sostegno» (curioso, chiamarlo ancora presidente pur non aderendo al suo gruppo politico) e «sostegno all’interno del governo a iniziare da una giustizia più giusta e dall’abbassamento delle tasse». «Saremo attaccati – si fa poi scudo l’ex Guardiasigilli, ora all’Interno – ma non avremo paura, combatteremo per affermare le nostre idee. Questa sera abbiamo un grande alleato: la nostra buona coscienza, la buona coscienza di chi le ha provate tutte prima di arrivare a questa decisione». Strappo consumato, sì, ma l’amore per Silvio è sempre quello dei bei vecchi tempi andati.

CASA BERLUSCONI - Fuochi, fiamme, lampi e saette. La situazione nel Popolo della Libertà, ops, Forza Italia (2.0) è quanto di più simile possa esserci a una rappresentazione di un’assise olimpica con gli dei in procinto di scatenare la propria ira sulle genti. «L’attaccamento alle poltrone che non è cosa nuova», attacca Daniele Capezzone (che prima del 2008 usava toni violenti contro colui che oggi lo stipendia), «non avrei mai pensato che Alfano, trattato come un figlio da Berlusconi, potesse tradirlo», rincara la dose Micciché, «Alfano ha compiuto uno strappo gravissimo nella deriva di appoggio a un governo monocolore Pd», sostiene Biancofiore, la pasionaria al fianco di Berlusconi.

I FATTI - La divergenza di vedute è stata insanabile: padre e figlio (politicamente parlando) si sono scontrati su un terreno che ha un sapore quasi biblico, il sacrificio paterno sull’altare della decadenza. Per Berlusconi, infatti, la sua fuoriuscita dal Senato equivale alla caduta dell’esecutivo, mentre per Alfano continuare a sostenere Letta è un imperativo categorico. Neanche la possibilità di mediazione da parte di un Consiglio nazionale, nel quale si sarebbe creato un organismo di garanzia, rappresentativo delle due principali correnti del partito di centrodestra (fedelissimi di Berlusconi e sostenitori del governo), ha convinto Alfano a rimanere entro le mura di Forza Italia.

E ORA? - Le elezioni, con un sostegno piuttosto forte a Letta, sembrano così rinviate a data da destinarsi. Quando le urne chiameranno, ovviamente (e sarebbe strano il contrario), NC e FI si incontreranno sotto l’unica bandiera della CdL, o PdL che dir si voglia, il più classico degli agglomerati che, sbandierando la libertà, la lotta alla magistratura politicizzata e all’avanzata del neocomunismo (i rossi sono pur sempre nemici storici del povero Silvio), concorrerà a un quanto mai difficile successo elettorale. Tutto muta, ma nella buona tradizione italiana, tutto resta uguale a prima.

Stefano Maria Meconi

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