Nuovo album per i Red Hot Chili Peppers

I’m With You è il titolo del nuovo album dei Red Hot Chili Peppers, il decimo in studio per la band californiana. Molte le novità e molte le conferme. La novità (parziale) più importante è l’abbandono da parte del chitarrista John Frusciante, sostituito dal trentenne Josh Klinghoffer, “allievo” del primo, con il quale aveva precedentemente collaborato in alcuni suoi album solisti. Le conferme si trovano invece nel lato musicale: con questa nuova fatica discografica i Red Hot proseguono nel cammino di allontanamento dal funk/crossover degli esordi, in virtù di una sterzata sempre più radicale nel pop rock (già cominciata alcuni album orsono). Ma se le prime avvisaglie di un cambiamento di sound della band non avevano intaccato la vena compositiva, come dimostrato dall’ottimo Californication, ora ci troviamo di fronte ad una band che forse ha perso lo smalto di un tempo.

 

Josh Klinghoffer è un buon chitarrista e si sente. Ma sembra nascondersi timidamente dietro alla sezione ritmica, senza mai prendere veramente le redini della composizione. Certo, l’eredita di John Frusciante è pesante: denigrato e bistrattato da molti esperti del settore, Frusciante è comunque un buon chitarrista che ha saputo, con personalità e fantasia, dare un sound particolare e unico alla musica dei Red Hot e che è stato in grado di scrivere riff che sono entrati di diritto nella storia del rock. Sembra quindi ovvio che il buon Klinghoffer senta il peso della responsabilità e si limiti a svolgere il compitino in attesa forse di entrare meglio negli schemi compositivi della band. La stoffa c’è e si sente, ma manca un tocco di applicazione maggiore.

A fronte di una chitarra timida e relegata maggiormente all’accompagnamento, le redini dell’album sono tenute saldamente dalla sezione ritmica. Flea è un bassista eccezionale, ma sembra svolgere il compitino senza troppo impegno: quasi inesistenti i passaggi in slap, che hanno da sempre costituito il suo marchio di fabbrica, in funzione di soluzioni più melodiche che alla lunga risultano monotone. Stesso discorso per la batteria di Chad Smith, spesso fiacca e senza brio. La voce di Anthony Kiedis è sempre la stessa, calda e versatile su disco, abile nell’unire selvaggi urli rock a passaggi rappati. In questo album il suo cantato si avvicina ulteriormente ai clichè del pop-rock da classifica, mettendo da parte la rabbia di un tempo, e lasciando spazio ad una voce calda e melodica, forse riflesso anche di testi più intimi e riflessivi.

Non mancano alcuni passaggi felici: Brendan’s Death Song; Monarchy of Roses dal vago sapore grunge mescolato ad un ritornello quasi ballabile; l’ottima ballad Police Station; e la funkeggiante Look Around, che pesca nel passato funk del gruppo.

Il problema sta nel fatto che alcune buone composizioni si alternano a brani per nulla irresistibili. Su tutte The Adventures Of Rain Dance Maggie, inspiegabilmente scelta come primo singolo estratto: i Red Hot ci avevano abituati a singoli molto azzeccati, che fossero pezzi lenti divenuti in breve tempo indimenticabili (pensiamo ad Under the Bridge e Scar Tissue) o martellanti brani di violento funk-rock (Give it Away o Around the World). In questo vaso ci troviamo di fronte ad uno dei brani meno efficaci dell’intero album.

 

I vecchi fan della band californiana rimarrano probabilmente delusi da un album che si discosta sempre più dalle sonorità che hanno reso celebri i Red Hot. Questa nuova produzione dei “peperoncini” deve essere presa come un album di buon pop-rock commerciale da classifica, senza sperare di ritrovare in esso la furia dei bei tempi, ormai andati.

Alberto Staiz

 

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