Nuovo album in studio per i Megadeth

TH1RT3EN è il titolo del nuovo album in studio dei Megadeth,  il tredicesimo appunto della loro carriera. Dopo la nuova uscita degli Anthrax, intitolata Worship Music e dai noi ampiamente recensita poche settimane fa, un’altra band che compone il Big4 del thrash metal americano torna nei negozi con una produzione nuova di zecca.

E come nel caso degli Anthrax, anche i Megadeth sfornano una buona prova, dinamica e potente, una sorta di ritorno alle origini dopo alcuni album fiacchi e scontati.

Sudden Death apre le danze con un classico intro alla Megadeth, che si sviluppa in funamboliche linee soliste incrociate, sostenute da una ritmica variegata e potente. Un brano corposo, sostenuto e brillante. Segue Public Enemy No. 1, primo singolo estratto dall’album e già presentata al pubblico italiano al concerto dei Big 4 la scorsa estate. Il pezzo non è malvagio, ma sembra qualcosa di già sentito. Poca originalità ma buon tiro e dinamica. Whose Life (Is It Anyways?) si sviluppa su linee più elementari rispetto ai due precedenti brani, sicuramente più complessi, ma il risultato è comunque di discreto livello. La successiva We the People è un passaggio meno riuscito e trascurabile, mentre Guns, Drugs, & Money è un buon midtempo.

Segue la ben riuscita Never Dead, dal potente riffone e dalla ritmica trascinante.  New World Order odora di Megadeth vecchio stile: si tratta infatti di un brano registrato dalla band nel 1991 e mai pubblicato. Uno dei brani meglio riusciti del disco, soprattutto in virtù della trascinante parte finale condita da un funambolico assolo, marchio di fabbrica dei Megadeth che furono.

Fast Lane e Black Swan sono altri due buoni brani, mentre la successiva Wrecker è uno dei capitoli più riusciti dell’album, grazie ad un ottimo riff portante ed un funambolico assolo incrociato.

Millennium of the Blind è un semilento poco convincente, mentre con il midtempo Deadly Nightshade la band torna più pesante, prima dell’introduzione acustica della conclusiva 13, cupa canzone che ricorda molto l’atmosfera del grande classico In My Darkest Hour.

Un buon disco per Dave Mustaine e soci, che sembrano aver chiuso definitivamente la parentesi hard rock con influenza industrial iniziata a fine anni ’90, a favore di un ritorno ad un thrash metal tecnico, genere nel quale i Megadeth sono stati i pionieri.

La voce di Mustaine (mai stato famoso per la sua potente voce, ma piuttosto per le abilità compositive ed i virtuosismi con la sei corde) risulta essere leggermente spompata in alcuni frangenti. Una prestazione vocale comunque accettabile, soprattutto se paragonata a quella fornita al concerto dei Big4 quest’estate, dove il leader dei Megadeth è apparso spompato e sfiatato.

Dall’altro lato bisogna sottolineare la ritrovata vena compositiva dello stesso Mustaine, ben supportato dallo storico bassista ed amico Dave Ellefson, ritornato stabilmente in formazione dopo alcuni anni di defezione. Canzoni potenti, ben strutturate e difficilmente monotone, supportate da una produzione di elevata qualità. Un buono disco che farà felici i fan del thrash metal più tecnico e articolato, genere nel quale i Megadeth sono da sempre un punto di riferimento.

Alberto Staiz

Foto | via   http://www.google.it

 

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