Nudi d’arte

Immortalati 5000 modelli nudi all’Opera House di Sydney

di Benedetta Rutigliano

SIDNEY – Il cielo nuvoloso e le gocce di pioggia non fermano la performance artistica di Michael Tunick a Sydney: 5000 modelli nudi, di tutti i colori e le altezze, occupano i gradini dell’Opera House per ben cinque ore. Tra questi anche una donna incinta di due gemelli che si è presentata entusiasta sin dalle prime luci del mattino per partecipare alla scena.
Tunick, fotografo statunitense, istruendo i soggetti prescelti col megafono, impartisce precise direttive: li fa posare in piedi con le braccia alzate, abbracciati gli uni agli altri, sdraiati sulla scalinata.
La performance “The Base” si inserisce all’interno del festival gay del Mardi Gras, che si svolge in questi giorni nella città australiana: l’evento “dà un forte messaggio al mondo” dichiara Tunick, le cui opere spesso ritraggonofolle di persone accomunate dall’essere nude. “Gli australiani”, continua, “vogliono una società libera e ugualitaria”.
E pure spoglie sono le statuarie modelle di Vanessa Beecroft, mute e immobili testimoni di un’epoca dominata dal culto del corpo e dell’immagine. Genovese di nascita ma residente a New York, l’artista realizza performance in cui i corpi di giovani donne si collocano all’interno di precise coreografie: come su una scacchiera invisibile, con opportuni commenti musicali o con lo studiato variare delle luci. La Beecroft, prima di ciascuna azione, impone ai soggetti una serie di inderogabili norme per comporre dei veri e propri tableaux vivants esposti in gallerie e musei di arte contemporanea.
Al centro della sua riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del volubile mondo della moda, inseriti in composizioni ispirate ai grandi Maestri del passato. Le modelle, private di ogni possibilità di dialogo o di relazione con lo spettatore, appaiono congelate al di là di un’invisibile barrera; il loro mutismo e il loro totale isolamento causano lo spiazzamento e il disorientamento percettivo del fruitore dell’opera.

Opportuno ricordare l’ultima performance della Beecroft, “VB66″, svoltasi il 15 febbraio a Napoli all’interno del Mercato Ittico di Palazzo Cosenza: qui circa 40 donne dipinte di bronzo, collocate come statue sui marmi di esposizione del pesce, posano insieme a calchi di gesso di dimensione umana e frammenti di gesso di corpi di donna spezzati. Un ambiente suggestivo che mette a confronto arte e architettura, classicità e modernità; una performance di tre ore in cui i corpi umani assumono la rigidità delle statue, l’apparenza di morte, l’estraneità alla vita.
Arte e nudo da sempre si inseguono e sono innumerevoli i percorsi tematici che si potrebbero esplorare: dall’esaltazione del corpo perfetto in età classica, alla proibizione del nudo integrale in età medievale, sino alle ammiccanti “Maya Desnuda” (1800) di Goya o all’”Olimpia” (1863) di Manet. Dall’armonia tra nudo e natura ne “Le Grandi Bagnanti” (1906) di Cézanne, alle spigolose forme picassiane de “Les Demoiselles d’Avignon” (1907). Per giungere alle provocatorie performance della body art degli anni ’70, di cui è impossibile non menzionare “Imponderabilia” (1977) di Marina Abramovic, artista originaria del Montenegro, giunta al GAM di Bologna con il suo compagno Ulay. Completamente spogliati, una di fronte all’altro ai due lati della stretta porta del museo, Marina e Ulay costringono i visitatori ad un corpo a corpo con la loro nudità.
E ancora stiamo tralasciando nomi importanti, come ad esempio quello dell’americano Robert Mapplethorpe (1946-1989), noto per le sue fotografie di nudi maschili perfetti e provocanti, al limite con la pornografia.
Il corpo diviene uno strumento immediato di comunicazione, portatore di valori, ideologie, tracce. Ma perde di significato ed efficacia perchè inflazionato dal bombardamento mediatico. Ancora, l’artista, lo spoglia dai vestiti della modernità: vuole catturare la nostra attenzione e portarlo ai nostri occhi nella sua essenzialità per permetterci di cogliere messaggi primordiali.

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