Non è un Paese per giornalisti. Perché l’Occidente tace sulle stragi dei reporter in Sud America

I dati di Reporter sans Frontieres degli ultimi quindici anni. Come si può immaginare i dati pervenuti a Rsf non sono completi relativamente alla situazione del Sud America. A denunciare la situazione e a diffondere dati - a quel che sembra - più vicini alla realtà è stato Hernán Uribe, un giornalista e scrittore cileno presidente della Ciap-Felap, la Commissione d'inchiesta sugli attentati ai giornalisti istituita dalla Federazione latinoamericana della stampa.

Roma – Ogni anno molti giornalisti vengono uccisi in tutto il mondo e non solo perché si trovano a svolgere il proprio lavoro in aree di crisi dove è in corso un conflitto armato, ma anche perché con il loro lavoro denunciano i mali di Paesi ufficialmente non in guerra che combattono silenziose battaglie contro corruzione, traffico di droga e nemici delle libertà e dei diritti civili.

È il caso di molti Paesi dell’America latina dove nel 2010 sono stati uccisi quaranta giornalisti – nonostante le fonti ufficiali riferiscano numeri inferiori nel silenzio dei media occidentali e degli Stati Uniti che, se da un lato hanno accresciuto la propria ingerenza nell’area anche grazie all’adozione di trattati che permettono il libero commercio tra i Paesi delle Americhe – un esempio è l’Alca (Ftaa) Area di Libero Commercio delle Americhe (Free Trade Area of the Americas) – dall’altro chiudono gli occhi dinanzi a situazione scomode.

A partire dal 2000 i Paesi dell’America meridionale sono in vetta alla classifica per quanto riguarda giornalisti uccisi, superando anche i Paesi in guerra, in linea di massima per due motivi: in primo luogo la violenta azione dei cartelli della droga che agiscono per mettere a tacere chi cerca di denunciare l’andamento del narcotraffico, e poi l’azione di regimi politici e movimenti non propriamente democratici.

In questo senso è emblematico il caso di Messico e Honduras, in cui nel 2010 sono morti rispettivamente diciassette e dieci giornalisti, quasi tre quarti del totale dei reporter ammazzati in Sud America.

Una tabella che riprende gli eventi più violenti del 2008, durante il quale le vittime della guerra dei cartelli della droga furono poco più di 1600. Ma il successivo 2009 è stato di gran lunga peggiore: quasi 9000 morti. Lo scorso 2010 si è attestato sulle medesime cifre, trasformando la lotta ai narcos in una vera guerra. Dal 2006 al 2010 le vittime sono state più di 25 mila.

Il Messico è da anni preda dei cartelli della droga, che hanno interessi in diversi Paesi del mondo – non esclusi alcuni membri dell’Unione Europea – e che si disputano il controllo del territorio con una vera e propria guerra tra cartello e cartello e tra narcotrafficanti e forze di sicurezza governative, guerra che è causa – soprattutto nella parte nord del Paese – di migliaia di morti. La lotta è soprattutto per il controllo del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti che, ricordiamolo, sono il primo consumatore al mondo della polverina bianca. Come se non bastasse la corruzione dilagante nelle forze di polizia e il conseguente rafforzarsi della mafia messicana, contribuiscono a rendere molto dure le condizioni di vita per molti messicani e, soprattutto, per molti giornalisti.

In Honduras i crimini sono a sfondo politico: la crisi costituzionale del 2009, il golpe militare, l’ascesa e la deposizione di Roberto Micheletti e nel gennaio 2010 l’elezione – in una tornata elettorale blindata e con un’astensione quasi del 70%– del generale nazionalista Porfirio Lobo, sotto la cui presidenza si sono compiuti gli omicidi di tutti i giornalisti morti nel 2010, tutti di fatto contrari all’instaurarsi del regime autoritario di Lobo. A difesa della carica del generale, squadroni della morte armati di tutto punto, eliminano tutti i membri del Fronte nazionale contro il golpe, che rivendica l’insediamento di Zelaya, deposto con il golpe militare. I diritti umani in Honduras non sono una cosa seria e lo sanno bene gli attivisti per i diritti gay, gli insegnanti, i sindacalisti, i giornalisti.

Allora perché non se ne parla? La stampa occidentale non si occupa di queste vicende, perché non fanno notizia o meglio, farebbero troppa notizia, porterebbero ad aprire il vaso di Pandora del Sud America, una zona del mondo lontana dalla stabilità e fondamentalmente divisa da una faccenda di politica estera: i rapporti con gli Stati Uniti e, di conseguenza, col resto del mondo.

Il Messico è da tempo immemore il vicino più scomodo degli Stati Uniti, che tentano di arginare i flussi migratori illegali – per questo operano le famose Border Patrol – e mantenere sotto controllo le entrate di stupefacenti nel Paese, senza troppi risultati.

L’Honduras, noto al mondo a causa delle continue violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità, ha adottato una politica filo statunitense, che lo ha reso un Paese utile agli Stati Uniti, un avamposto in America latina, in cui la potenza a stelle e strisce non riesce a imporsi.

L’Alca non è molto benvista perché considerata l’ennesima strategia Usa per accaparrarsi il mercato sudamericano, visto l’imporsi di leader riluttanti a piegarsi al potere degli Stati Uniti, le nuove alleanze commerciali e politiche nell’area latina e le pressioni esercitate dall’Unione Europea, che di fatto rappresenta un concorrente sul mercato.

Sembrano vani i rapporti diplomatici e le relazioni nate grazie a organismi e forum regionali di carattere politico o economico – un esempio sono l’Organizzazione degli Stati Americani e la stessa Alca, citata in precedenza e che non è particolarmente apprezzata – che in teoria hanno lo scopo non solo di portare vantaggi economici ad alcuni membri, ma anche di portare maggiore stabilità politica ai Paesi più difficili e una seguente stabilità sociale.

Le denunce della stampa sono pericolose: possono incrinare i rapporti internazionali e portare non pochi svantaggi. Per esempio se José Bayardo Mairena e Manuel Juárez non fossero stati uccisi a colpi d’arma da fuoco il 21 marzo 2010 a Olancho, probabilmente avrebbero continuato a denunciare le violazioni e i soprusi del regime honduregno. Se le autorità messicane non avessero ignorato le minacce ricevute dall’editorialista del quotidiano La Voz de Michoacán Enrique Villicaña, il 10 aprile dello scorso anno non avrebbero trovato il suo cadavere dopo cinque giorni in cui del giornalista si erano perse le tracce.

Il metodo per risolvere certi problemi in America latina è ammazzare o far sparire, ma – come già in passato – l’occidente d’oltreoceano non ha interessi né nel divulgare né nell’intervenire nell’area, da sempre “feudo” degli Stati Uniti, quindi nulla da dire riguardo la corruzione dilagante, l’imporsi dei narcos, le stragi delle minoranze indigene, le autorità che chiudono le inchieste dopo poche approssimative indagini. Nulla da dire nonostante proprio un Paese sudamericano, il Brasile, si stia imponendo sul piano economico a livello internazionale, tanto da permetterci di capire che il Sud America potrebbe non essere nella situazione in cui in effetti versa.

La corruzione e la criminalità organizzata sono le piaghe maggiori dell’America latina, i giornalisti che denunciano le vittime più ignorate, i Paesi che tacciono perché ne traggono vantaggio o proprio perché non ne traggono alcuno, sono i colpevoli della peggior specie.

Francesca Penza

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