Non chiedetegli perché “Gardenya”

Trani – Piove, ma per fortuna al Korova Cafè di Trani c’è posto per sedersi e fare quattro chiacchiere con il cantante e il bassista dei Gardenya – Nico Landriscina e Antonio Russo, di solito affiancati dal chitarrista Marco Porcelli e dal batterista Natale Capurso – un gruppo pugliese che è nato proprio in questo locale e che promette di far parlare di sé, anche – cosa rara – con molta ironia.

Nome, cognome, ruolo nel gruppo e tre parole per descriverti.

Antonio: Antonio Russo, bassista, quello piccolo – Antonio, con i suoi venticinque anni, è il più giovane del gruppo (nda) – puzzolente, smanicato – indossa una maglietta con le maniche arrotolate fino alle spalle (nda) – affamato.

Nico: Nico Landriscina, cantante, rancoroso, malinconico, eversivo.

Qualche settimana fa è uscito il video del vostro singolo “Due di due” tratto dal vostro primo album “Disegnando pareti”. Guardando indietro nel tempo come vedete il vostro percorso fin’ora e come velo immaginate, cosa sperate per il futuro e cosa invece ritenete sia più probabile che accada.

Antonio: Quando ho iniziato l’avventura con i Gardenya non mi aspettavo assolutamente che potessimo incidere un singolo coi Marta sui tubi – al singolo Due di due hanno partecipato la chitarra acustica di Carmelo Pipitone e il violoncello di Mattia Boschi (nda) – è una cosa che sta crescendo. L’unica cosa che mi aspetto è poter fare un nuovo disco, quello che vorrei è questo, poi non mi aspetto molto, sono molto pessimista, siamo tutti un po’ così, però alla fine quello che sta succedendo va bene. In futuro, non so. Quello che potrebbe succedere, sempre per il fatto che sono pessimista, è che a Trani il sottopasso della stazione è vuoto, se non succede niente vado ad abitare lì…

Nico: Non mi aspettavo di arrivare fin qui, ma comunque abbiamo sempre avuto un modo di fare che mirava a questo. In realtà ci speravamo, non vogliamo fare la parte degli umili, visto che in Italia c’è questo atteggiamento umile e vaticanista di quelli che dicono “è bellissimo, è capitato”, no ci siamo fatti il culo affinché questo capitasse e penso che sia stato grandioso collaborare con i Marta sui tubi e forse è proprio questa la cosa che ci aspettavamo meno. Per il futuro, stiamo e sto scrivendo delle nuove cose, vogliamo continuare a promuovere questo disco, Disegnando pareti, perché è un disco che è nato in poco tempo, ma che stiamo capendo man mano che il tempo passa, perché riascoltandolo ci stiamo rendendo conto che ci sono delle storie attaccate le une alle altre e mese dopo mese quelle storie vengono a galla.

Come una specie di opera rock nascosta.

Antonio: Sì, in effetti speravamo di fare un concept album, ma non ci aspettavamo saltasse fuori questo dal disco.

Nico raccontaci un po’ la verità nuda e cruda sul concepimento della canzone “Due di due”.

Nico: Due di due parla del mio più grande amore. Un amore molto particolare, perché avevamo una certa attitudine rock ‘n roll, ascoltavamo un sacco di musica, andavamo a concerti, tra noi c’era come un’affinità elettiva e avevamo in comune anche questo libro – Due di due di Andrea de Carlo, un romanzo che ha stupito un paio di generazioni (nda) – che non abbiamo mai finito di leggere insieme e abbiamo letto dopo che ci siamo lasciati. Ovviamente poi la composizione è stata molto travagliata, perché quando ci siamo lasciati, mi sono trovato a tornare a casa ogni sera perso e sono stato molto vicino all’alcolismo quello vero poi, come la Gelmini, alla fine di questo tunnel, mi sono trovato a casa a suonare queste note, dettate non so da chi. E da lì è nata questa canzone.

La conversazione prosegue off record con una serie di battute più o meno politicamente scorrette che non tradiscono assolutamente lo spirito di questi ragazzi cresciuti in un Sud che non è triste, arretrato e senza speranze come molti vorrebbero far credere a tutti.

Quando vi siete resi conto che il gioco si faceva serio, che potevate arrivare in alto?

Antonio: Ce ne siamo resi conto?

Nico: In realtà ce ne siamo resi conto, dai passaggi in radio, dalle visite dei nostri video su YouTube, però pensiamo che la strada sia ancora molto lunga, siamo ancora all’inizio. Abbiamo appena iniziato a camminare con le scarpe sui carboni, fino a quando arriveremo, senza scarpe, ce n’è ancora di strada da fare.

Antonio: C’è un episodio che vorrei raccontare, che mi ha fatto capire che forse stavamo andando nella direzione giusta. Ero con lei – Antonio si riferisce alla sua fidanzata (nda) – a Bergamo, in un locale con un gruppo di suoi amici, cioè amici di amici, quindi gente che io assolutamente non potevo conoscere, mi hanno fatto i complimenti per il disco e conoscevano i Gardenya. Non si trattava del solito riscontro all’interno della nostra cerchia di amicizie e conoscenze, quindi quello è stato un segnale. Poi i passaggi in radio, gente che non mi conosce che si complimenta per il lavoro e mi chiede dei Gardenya. Sono piccole cose che ti fanno capire che stai lavorando bene. Giustamente, come diceva Nico, ci siamo fatti il culo seriamente per arrivare ad ottenere quel poco che abbiamo. Poi magari finisce qua, domani, però noi ci siamo comunque impegnai.

Come nascono le vostre canzoni, da cosa traete ispirazione? Nascono sempre prima i testi e poi la musica, oppure capita che qualcuno fischietti un motivetto e poi lavorate su quello?

Nico: Dipende, ci sono delle frasi che ci colpiscono e cerchiamo di inserirle nei nostri lavori. Per esempio, qui ti do un’anteprima, il prossimo disco quando uscirà, penso che si chiamerà Io non voglio essere nessuno: in pratica eravamo qui al Korova e c’erano due fidanzatini che litigavano, non so per quale motivo, e il ragazzo si alza spostando la sedia e dicendo: «Ma tu forse non hai capito che io non voglio essere nessuno» e lì io fui colto da malore artistico e abbiamo scritto questa canzone. Così è successo anche per Due di due, c’è una frase che dice “hai i lividi ormai” si parla proprio dei segni che qualcosa ti lascia. Oppure nasce una bella melodia, non sai cosa scrivere e inizi ad improvvisare, magari la lasci lì per mesi e un giorno ti ritrovi a modellare le parole giuste su quella melodia. Oppure ci sono canzoni che nascono già finite, è il caso della canzone Come stai che è stata incisa esattamente com’è nata in sala prove.

Antonio: Disegnando pareti è nato tutto d’un fiato, siamo entrati in saletta per sei mesi e ci siamo spremuti tra birre, idee e improvvisazione. Ed è stato molto facile individuare quelli che poi sarebbero stati i pezzi portanti. Abbiamo escluso qualcosa, per esempio c’è un pezzo molto bello che si chiama Fellini che io continuo a cantare e che secondo me andrebbe inserito nel prossimo disco, però il nuovo disco sta nascendo in maniera molto diversa: è più ragionato, più aggressivo, ci siamo un po’ rotti della falsa etica per cui deve andare bene, se c’è da dire vaffanculo lo diciamo, anche dissacrare qualcosa fa bene ogni tanto.

Avete dichiarato in un’altra intervista che U2, Radiohead e Pearl Jam sono alcuni dei gruppi che vi hanno in un certo modo illuminati. E per quanto riguarda il panorama italiano ci sono dei gruppi o dei cantautori che vi ispirano e che ammirate?

Nico: Da Luigi Tenco ai Negramaro ai Zen Circus. Dico Zen Circus perché ho sentito l’anteprima del disco nuovo ed è favoloso, però ce ne sono tanti. I Ritmo Tribale sono il comune denominatore, la voce di Edda Rampoldi per me è tuttora eccezionale. E nel panorama italiano come non parlare dei Verdena o della Pfm, i Pankow. Ci sono tantissime cose e, ti dirò, spezzerei una lancia per la non-crisi, incominciando a dire che comunque in Italia stiamo vivendo un bel periodo, ma qui ci lobotomizzano, ci fanno essere tristi e malinconici, noi diciamo che le cose magari non vanno bene. Questo Stato fa schifo, però per quanto riguarda la musica indipendente questo è stato un anno stupendo, Casa 69 a me fa impazzire, l’ultimo di Vinicio Capossela è come una droga. Quindi musicalmente stiamo vivendo un bel periodo.

Una domanda imprevista, ma che a questo punto sorge spontanea: l’educazione musicale, cioè da piccoli si fregano i dischi ai genitori oppure si ascoltano schifezze di vario genere… La vostra educazione musicale, come siete arrivati a certa musica, siete passati per cose che ora non riascoltereste mai?

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Nico: Diciamo che noi siamo stati fortunati, il padre di Antonio è un musicista, i miei genitori sono sempre stati appassionati della musica partenopea, come Carosone, la melodia è nata lì e poi, non lo so, mia sorella è scappata di casa per andare a vedere Vasco Rossi e io a distanza di cinque anni sono scappato per andare a vedere i Pearl Jam, però sicuramente a casa di ciascuno di noi, oltre a Nevermind dei Nirvana, c’è anche Nord Sud Ovest Est degli 883 o Teorema di Ferradini. E poi Piero Ciampi con la sua Il vino ripresa dai La Crus, altro gruppo a cui tengo particolarmente.

Antonio: Beh io seguo la tradizione di famiglia, mio nonno era un musicista, clarinettista, di Margherita – Margherita di Savoia, il paesino sull’Adriatico di cui è originario Antonio (nda) – uno di quelli che ha suonato di più, ha avuto un sacco di proposte e rifiutò di suonare in Rai, perché lui non era tipo a cui qualcuno potesse dire cosa e come suonare. Era una persona molto particolare, credo che abbia fatto una comparsata in un film di Totò, ma di questo non sono sicuro, ha viaggiato tanto e suonato anche per gli americani nel periodo in cui si erano stabiliti da queste parti e infatti credo che abbia rubato il sassofono a un americano o che lo abbia vinto a carte, non so quale sia la versione più attendibile, comunque si trovò con questo sassofono che non suonava. Poi un giorno si sparò alla mano e così iniziò a suonare il sassofono, perché per suonare quello basta usare una sola mano, ma anche così fece una bella carriera, finita a poco più di trent’anni. La versione ufficiale è caffè, whisky e sigarette, ma credo usasse altro perché non credo proprio basti quello per morire. Su di lui ci sono tante leggende, forse perché è molto giovane e la sua carriera è stata brevissima. Se fosse vissuto più a lungo forse avrebbe lasciato qualcosa in più di qualche spartito scritto in maniera jazzistica, in cui non si capisce nulla, solo con i passaggi fondamentali e con le note americane: lui scriveva A7, oggi sappiamo che è La settima, ma prima non era così scontato.

E io sono cresciuto ascoltando i King Crimson e poi ho scoperto i Black Sabbath e i Pink Floyd, la rivelazione è stata The dark side of the moon. E poi sono arrivati gli Who, scoperti per caso guardando un documentario su Who’s the next. Anche Paul McCartney mi ha influenzato.

Pensate che l’Italia, soprattutto il Sud, siano realtà facili da vivere per chi con la musica, il cinema, il teatro vuole viverci?

Nico: No, non è facile perché per stare nell’ambiente giusto devi avere sempre un progetto. È vero, non è facile da nessuna parte, ma non possiamo nemmeno lamentarci del panorama pugliese. Puglia Sounds ne è la prova – il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del sistema musicale regionale (nda) – e anche la cinematografia vive un bel momento. Rispetto agli anni passati ci sono più produzioni, però devi sempre pensare a 360° e sbatterti un sacco, cercare nuove idee. Stiamo bene, ma la gente dovrebbe cominciare a fare di meglio, non dobbiamo aspettarci che qualcun altro faccia le cose per noi. I gruppi dovrebbero essere più uniti, non auto flagellarsi, creare un movimento, fare in modo che la musica giri in tutta Italia, che nasca una catena. Ogni decade ha avuto una regione di punta per la musica, c’è stata l’epoca di Firenze con i Litfiba e i Diaframma, poi c’è stata l’epoca di Milano con i Ritmo Tribale e dei Casino Royale. E ora sembra sia arrivata l’epoca della Puglia, anche grazie al presidente Vendola che sta dando davvero una mano a tutti noi, le cose si stanno muovendo, ma non vorrei che la gente si cullasse per questo, perché bisogna portare all’esasperazione quello che si ha dentro e tirarlo fuori, per andare avanti e crescere.

Antonio: Io penso che la Puglia, in un Paese che sembra abitato dagli zombie dei film di Romero che vanno al lavoro, tornano a casa e non pensano, sia una specie di faro, un posto in cui le cose si stanno muovendo. Sono saltati fuori un sacco di gruppi i Negramaro, Caparezza, gli Après la classe e tante altre band…

Nico: Noi siamo felicissimi di essere pugliesi e in qualsiasi posto ci capiti di suonare teniamo a sottolineare che siamo pugliesi. Noi siamo fieri della nostra terra.

Antonio: La cosa da evitare è che questa nostra cultura ci porti a chiuderci, il nostro problema è che per anni siamo stati una regione al di sotto delle altre, con standard più bassi, con la parola ignoranza che ci ha perseguitato e questo ci porta spesso a sviluppare come un senso di rivalsa, per cui vogliamo dimostrare a tutti i costi di essere migliori di altri e questo è negativo. Dobbiamo solo portare fuori quello che abbiamo. L’importante è che tutta questa bellezza non ci porti a chiuderci in noi stessi.

Quali sono le maggiori difficoltà che dovete affrontare avendo scelto di dedicarvi interamente alla musica?

Nico: In realtà noi non facciamo solo questo. Siamo sicuramente dei precari, ma stiamo cercando di lavorare ad altri progetti sempre in ambito musicale, anche se non è facile.

Antonio: In realtà la nostra situazione non è diversa da quella di qualsiasi altro precario. La verità è che siamo nella merda fino al collo e lo dobbiamo al nostro caro presidente del Consiglio. Ma va tutto bene!

Secondo voi la musica ha l’obbligo, il compito di veicolare messaggi sociali? Credete che possa servire a qualcosa e in futuro avete intenzione di buttarvi su testi più impegnati, un po’ alla Guccini?

Nico: L’artista se vuol parlare di qualcosa di politico può anche farlo, è bellissimo che lo faccia, però bisogna anche farlo con un certo stile e non bisogna prendere l’artista come punto di riferimento. Se l’artista da il la per fare qualcosa poi, bisogna farlo quel qualcosa. Se “un” artista dal palco di un grosso concerto dice che le cose non vanno bene, la cosa è ok, ma dopo il concerto? Bisogna scindere le due cose: la musica, o l’arte, e poi la politica, non bisogna mischiare le carte. Penso a Daniele Silvestri sul palco del 1° maggio che dice la verità e che per quello non ha più suonato, ma che poi ho visto a Roma ad una manifestazione con Valerio Mastandrea, discretamente mischiati alla folla. Non come altri artisti che parlano di sociale, di problemi, ma che poi vivono in modo totalmente opposto al credo dichiarato. Comunque non pensare mai che la persona che canta certe cose possa diventare, un giorno, un politico. La politica spetta a i politici e non i cantanti.

Noi quando abbiamo parlato di cose che non ci andavano bene, come in Piena la tv, l’abbiamo fatto con ironia senza pretendere di cambiare il mondo, ma parlando di quello che non va senza essere tragici.

Marta sui tubi

Antonio: La musica, come ogni arte, ha il compito di mostrare o “smostrare” la via da seguire, ma poi noi decidiamo se seguirla o no. Suonare è come parlare, ma la cosa importante non è che si parli o non si parli di politica, ma se vuoi farlo, visto quello che viviamo in Italia, paese in cui la gente si sveglia e fa finta di niente, devi dire la verità e devi farlo con tutta la rabbia che hai, altrimenti non vale la pena. C’è un disco dei Clash, Combat Rock, in cui la prima canzone, Know your rights, te lo dice in faccia quello che puoi fare, senza ombra di dubbio. Basta metafore, basta allusioni, basta. Bisogna parlare chiaro, essere schietti e senza fraintendimenti. Non se ne può più. L’Italia è un paese di merda? E allora diciamolo, ma non ha senso che lo dica il presidente del Consiglio, che lo dicano gli artisti e la gente normale.

I prossimi progetti in cantiere?

Nico: Registrare il nuovo disco, che sarà di certo più arrabbiato, a cui stiamo lavorando, ma non ancora in studio. Giocare di più col folk e con le distorsioni, introducendo nuovi elementi. I pezzi duri saranno davvero duri e quelli melodici davvero melodici, insomma dobbiamo formalizzare un po’ le idee che abbiamo.

Antonio: Rispetto a Disegnando pareti, che è molto naïf, il nuovo lavoro sarà molto concentrato sul suono, visto anche il modo in cui ormai affrontiamo i live, io pensavo per esempio di usare un compressore sul basso…

Nico: Un’idea che ci gira per la testa è quella di fare l’ultimo disco della nostra carriera, intendo quel disco che quando hai finito di incidere puoi solo o spararti o iniziare a dire “e adesso cosa faccio?”. Insomma quello che è successo agli U2 con Achtung baby, ai Beatles con Sgt. Pepper’s, ai Nirvana con Nevermind, fare il capolavoro secondo i miei canoni, anche perché sono stanco della gente umile. Ormai la musica è gratis, e voglio un disco che arrivi a tutti, un po’ come Disegnando pareti, che abbiamo pagato tutto noi, cioè che stiamo ancora pagando. E per il prossimo disco vogliamo fare ancora più debiti, perché la gente che lo ascolta possa ascoltare qualcosa di davvero buono.

Antonio: Continueremo comunque a promuovere Disegnando pareti, che probabilmente avrà un nuovo singolo che abbiamo già scelto, ma che per il momento non riveliamo.

Francesca Penza

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2 Risponde a Non chiedetegli perché “Gardenya”

  1. avatar
    Giacomino 20/10/2011 a 11:47

    Che forti :)

    Rispondi
  2. avatar
    Andrea 20/10/2011 a 11:54

    DAI RAGAZZI!!! :D

    Rispondi

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