Nick Cave, Push the sky away: tra esperimento ed esistenzialismo – Recensione

Nick Cave, Push the sky away

Copertina dell’album (foto: brooklynvegan.com)

In prossimità dell’imminente 18 febbraio, data di uscita del suo nuovo lavoro in studio Push the sky away, il redivivo signor Nick Cave torna sul proscenio con un prodotto discografico approcciabile tutt’altro che in maniera diretta, anzi doverosamente assimilabile nota per nota e, soprattutto, concetto per concetto, dal momento che, come risaputo, ci si viene a confrontare con uno dei pochi (e rari) esempi viventi di significativa potenza poetico-sonora.

Ipotetico preambolo concettuale: correva l’anno 1994 quando il non ancora trentenne Steven Wilson, gestendo in solitaria le eterogenee derivazioni e contaminazioni che ancora non distinguevano bene la matrice basilare dei suoi Porcupine Tree, concludeva le registrazioni (mai realmente terminate nella complessità della mole di materiale prodotto anche in presa diretta) di The sky moves sideways, incommensurabile capolavoro incompreso, viscerale coacervo di sensazioni più che di idee musicali, anzi proprio da esse generate e mutate nel corso di sessanta minuti eterei, pulsanti, esistenzialisticamente puntati sulla riflessione interiore del concetto di raggiungimento di un indefinito che si è portati a percepire come in continuo malvissuto allontanamento dalle proprie personali esigenze o intenzioni. Raramente titolo (così come copertina) fu più esatto per puntualizzare il concetto umanamente condivisibile di disorientamento esistenziale espresso da note in forma di anima.

Oggi, febbraio 2013, dall’altra parte del pianeta, la veterana rock star australiana che risponde al celebre nome di Nick Cave, reduce dal riassemblaggio dei suoi storici Bad Seeds (già derivanti, con egli stesso, da quel disturbo psico-sonico che furono i Birthday Party…rispolverare Prayers on fire, tanto per gradire), dona alle stampe il suo quindicesimo lavoro inedito registrato in studio (in realtà una magione del XIX secolo situata nel sud della Francia) e sceglie di battezzarlo con il titolo Push the sky away. Cave e Wilson hanno ben poco, se non assolutamente nulla, da condividere. Forse, oltre alla derivazione anglofona, solo l’enorme carica concettuale indiretta (perché da noi forzata in un paragone esclusivamente tematico) ma sempre e comunque artefice di vere e proprie opere d’arte in musica, dove simile approccio creativo si innalza a completa disposizione di una serie di opinioni più o meno contrastanti con il dominio del proprio stesso metodo di espressione.

Laddove Wilson, allora, poteva percepire un “cielo” (l’indefinibile, l’irraggiungibile, ma presente e percepibile a livello forse non unicamente spirituale) “spostarsi di lato”, allontanarsi, farsi da parte per lasciare spazio a chissà quale altro orizzonte, evidentemente non considerandosi esso stesso parte di un tutto necessario al raggiungimento di una condizione mentale se non universalmente umana predisposta all’ottenimento degli obiettivi sognati, quella di Cave, a primo approccio, è una verità presente, tangibile ma non più ambita, bensì espulsa, presa a spintoni e accompagnata oltre l’uscio della propria oscura dimora. Probabilmente, basta osservare con un po’ più di attenzione anche solo una copertina che non differisce moltissimo dalla pura fotografia d’autore: la smilza sagoma dello stesso Cave appare, sul lato sinistro, ad indicare una via d’uscita mantenendo aperta una porta su una luce di indefinibile provenienza (non si comprende bene se in termini di aiuto o dissenso da espulsione: il suo volto serioso e convinto lascia supporre la seconda ipotesi), mentre, sull’altra sponda, un corpo femminile nudo e indifeso sembra accettare un peso, una padronanza di rifiuto, una via già segnata da una sorta di uscita di scena. Ora, la via interpretativa resta comunque duplice: la porta è stata aperta per far entrare la luce, o da quel chiarore ci si mantiene distanti incentrando l’attenzione sul “fare luce” e decidere di espellere il non gradito, il presente, il qui e ora propositivo (nudo, a deliberata disposizione) eppure (per una qualche ragione) fastidiosamente percepito?

Nick Cave, Push the sky away

Nick Cave in studio di registrazione per le session di “Push the sky away” (foto: ology.com)

È il contrasto esistenziale per eccellenza che emerge fin dai primi suoni nella sostanza poco convenzionali per un’anima ormai coscienziosamente soul (in senso sia musicale che, soprattutto, esistenzialista) come quella dello stesso Cave. Approdano, dunque, su docili onde soniche, i versi iniziali (la poesia pura è da sempre l’arma più potente usata dall’autore in questione) della principiante We know who U R, così saturi di intenzioni esplicative, malgrado tutto: «All’albero non importa cosa canti l’uccello». C’è, fin da subito, poca consapevolezza di poter ricercare ancora una volta, l’ennesima, un assoluto, una pace dei sensi mai così a portata di mano eppure difficilmente raggiungibile se immersi nella pesantezza di chissà quali colpe autoinflitte, quali che siano i più disparati motivi. «Torneremo con la luce della sera» in forma di ossimoro per esistenze in ricerca di un chiarore ma, nella sostanza, consapevoli di avere il proprio stesso abisso come contraddittorio compromesso di auto consolazione.

L’impressione, singolarmente parlando, è quella di trovarsi, dopo diversi anni e due dischi di quasi revival giovanile al ritmo di distorsioni e concezioni hard blues da motel alcolista (il pur notevolissimo progetto Grinderman), di nuovo al punto focale in cui le chitarre cedettero il passo, per almeno otto decimi, ai pianoforti (qui comunque poco presenti se non sottoforma di fantasma melodico) di Nocturama e alle invocazioni spirituali di Boatman’s call.

Il contesto di natura gospel viene marcato, non senza una buona dose di stranezza percettiva, dalla successiva e multiritmica (pur in assenza di percussioni definite) Wild lovely eyes, mentre le corde basse di Water’s edge definiscono la forma “informe” delle pelli percussive che non sostengono la narrazione di storie di vite vissute nell’antro delle proprie inquietudini, così come racconta la monumentale ballad Jubilee Street, dove l’innocente anima di una ragazza di nome Bee («con una storia ma senza passato», tanto che sembra uscire direttamente dalla delicatezza di archi atemporali improvvisamente complementari alla semiacustica globale) detiene il potere di conservare «un piccolo libro nero col mio nome scritto su ogni pagina», quasi ad accorgersi di una personale «ruota d’amore» esistente ma troppo a lungo colpevolmente inespressa e conservata in luoghi ben poco appropriati perché già occupati (appunto) da un complesso e forse ingiustificabile concetto di dolore. Una consapevolezza, questa, espressa a chiare e profonde note dal fondo dell’arcobaleno composto dai chiaroscuri di Mermaids e dall’oscurità monocorde di We real cool, giù per gli inferi di un eterno ritorno (il tantra del reprise Finishing Jubilee Street) riecheggiato e salvaguardato dal limbo in crescendo dello straziante e disperato neo-dark-gospel di Higgs Boson blues così come dalla conferma che gli organi ovattati della stessa terminale Push the sky away offrono in ambito di albe e tramonti umani resi sterili e uniti nella medesima intenzione di fare del concetto stesso di “luce” qualcosa di transitorio, momentaneo, in perpetuo andirivieni emotivo.

Siamo di fronte, in definitiva, per la più semplice delle interpretazioni, ad un probabile capolavoro di stile e contenuti, ad una sorta di categorico esempio di come, spesso, una certa fama personale generi desideri e pulsioni stimolanti in senso di positiva dispersione delle proprie particolari intenzioni, consapevoli di avere alle spalle un tappeto compositivo che tanto ha dato (e continua a dare) ad una differente maniera di intendere il concetto stesso di composizione rock, blues, soul o che dir si voglia. Non sovvengono termini di preciso paragone con opere precedenti, anzi emerge con forza la consapevolezza di aver a che fare con una personalità tanto comunicativa da riuscire a rinnovare in eterno i non-canoni di un non-genere reso mezzo di espressione della propria più profonda e sincera, per quanto ossimorica, (nonostante tutto) vitalità irrazionale.

Da ascoltare, riascoltare, assorbire. E poi riascoltare, riascoltare, assorbire e vivere.

(Foto: ology.com / brooklynvegan.com / emusic.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/2kBl86cIV3g[/youtube]

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