Nereid: esordio di fuoco con ‘Bloodridden Love’

Copertina dell'album

Sono cinque ragazzi in media poco più che ventenni. Sono quasi cinque anime pie nel corso della loro vita quotidiana che, però, mutano in veri e propri animali da palco una volta imbracciati gli strumenti, accesi gli amplificatori e attaccati i rispettivi jack.

Sono i Nereid e vengono da Termoli, piccola cittadina molisana dal buon turismo ma anche dalla folta presenza di band emergenti più o meno conosciute nel circuito indipendente, grazie anche alla onnipresente azione evolutiva consentita da locali adibiti a manifestazioni e performance live di tutto rispetto, specie per quanto riguarda il genere a cui stiamo facendo riferimento, ovvero il metal, qui nel suo versate “metalcore“, vale a dire quella particolare ramificazione stilistica che mira maggiormente a risvolti (dove possibile) melodici, prestando pur sempre eterna fede a schemi di partenza comunque diligentemente studiati e manipolati a proprio piacimento.

Se è sempre esistito e continuerà ad esistere in eterno il primordiale bisogno di espressione e se è vero che è dalle cantine che vien fuori il meglio dei ruggiti sonici, la band dei fratelli D’Apote e Centonza non smentisce affatto l’idea secondo la quale potrebbe essere proprio il metal, in sostanza, a fornire i maggiori spunti di innovazione compositiva ed esecutiva, vuoi per la giovane età del genere stesso, vuoi per la maggiore e basilare richiesta di pura energia mista (irrevocabilmente) a coscienziose doti tecniche. È da questa idea che, fondamentalmente, parte la considerazione più che positiva nei confronti di un agglomerato sonico fresco, splendente di luce propria e assolutamente vivo in termini di cose da dire e modi in cui scegliere di farlo.

Questo primo lavoro in studio, Bloodridden Love, dunque, (registrato al Fear Machine studio di San Severo, provincia di Foggia, e allo Swan Rise studio di Termoli da Jian Outworld e Mario Palladino) balza all’attenzione degli appassionati per la viscerale carica emotiva che fornisce a chi si appresta a premere play sul lettore.

Fatta eccezione per un Intro dolce e sensibile al fascino della melodia nel vero senso della parola (originato dalla bravura e dalla compostezza compositiva del bassista Fabio “Wicked” D’Apote, già leader dei termolesi Wicked Dream di cui i Nereid stessi sono quasi diventati la costola fortunata e in perenne e positivo divenire, si pensi al reciproco interscambio tra lui, il chitarrista Emanuele Criasia e il batterista Giuseppe Centonza), infatti, Dark moon (degna miscela di disperazione umana, catastrofismo sentimentale e vittimismo autolesionista) apre il sipario su una sorta di semi-concept album incentrato su narrazioni amorose votate ad una fine metaforicamente tragica, oltre ad essere già un prorompere coerente di distorsioni legate ad una intelligentissima scelta strutturale di avvicendamento battute e tempi dispari prossimi alle più degne incursioni prog in stile Opeth, proprio come la successiva An horrible dream in my soul, brano dal maggiore impatto corrosivo in cui ben si distingue la bravura dell’intero reparto strumentale: Giuseppe Centonza, in forma strabiliante, appare, dietro le pelli, come un vero e proprio metronomo umano impegnato a dettare le esistenze complementari di due chitarre legate alla perfezione (Emanuele Criasia e Riccardo Centonza) e di un basso solo apparentemente di contorno ma, in realtà, impegnato in processi esecutivi di fondamentale importanza in quanto pilastri portanti del corpo stesso delle composizioni.

 

Nereid

La voce growl/scream di Fabrizio D’Apote (autore dei testi) mette subito in chiaro la situazione: pochi scherzi e bando alle ciance, qui si fa sul serio. Ciò che può apparire, perciò, di primo acchitto quasi come una sorta di aggressione verbale, risulta essere, invece, un fattore preponderante per i crescendo sia argomentativi che sonicamente effusivi di Devouring fire, per poi trovare pienissima conferma di coerenza e ragionevolezza nelle scelte scalari pulito/scream/growl di Love is a prison, metronomico spiattellamento di un sempre più profondo disagio affettivo interiore adeguatamente fornito da situazioni sentimenti sull’orlo del precipizio interpersonale. Phobia, poi, arriva quasi a bruciapelo, a devastare i ripetitori attraverso una adeguata traduzione sonora in termini di approdo alla follia per una sorta di inizio della fine interiore, diligentemente accompagnato da metriche tanto oscure quanto oniricamente onomatopeiche a favore di un divenire tumorale estremamente caotico ma sapientemente argomentato. Il tutto, però, lascia spazio a quello che, con molta probabilità, è il tassello più riuscito del disco, ovvero The waste land, apocalittica descrizione di una triste e rabbiosa realtà accettata in maniera sia passiva che desiderosa di un qualsivoglia risvolto emotivo, nella quale la sezione ritmica ha un predominio assoluto di stop & go tanto lievi e composti quanto necessari per il conferimento emotivo lasciato alle corde di Emanuele Criasia per assoli brevi ma argomentativamente efficaci. Momento conclusivo è la terminale (nel vero senso della parola) Infernal Eos, ovvero la fine di tutto, la morte fisica dell’individuo intesa come dissoluzione interiore definitiva, accuratamente predisposta, probabilmente, dalle ritmiche più martellanti dell’intero lavoro, ben delineate nel tentativo di espressione di quel senso di vendetta sia narrativo che compositivo nei confronti, in entrambi i casi, di realtà eccessivamente chiuse e predisposte ad una quasi unica ed inutile autoreferenzialità.

In attesa dell’arrivo di Bloodridden Love nei negozi, prevista entro la fine di luglio, viene offerta la possibilità di gustare alcuni pregevoli assaggi all’indirizzo Myspace ufficiale della band (www.myspace.com/nereid000) e di mantenersi aggiornati sulle vicende quotidiane attraverso le pagine Facebook e Twitter.

Stefano Gallone

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