Nel nome dello Zio. La camorra secondo Piedimonte, dentro e fuori la Casa del GF

Stefano Piedimonte "Nel nome dello Zio" - la copertina

Napoli. Quartieri Spagnoli. Anthony è un ventenne, orfano di padre morto ammazzato, che vive e mantiene la madre lavorando come pusher per il potente boss locale: lo Zio. Quello gestito dal camorrista-imprenditore è un mercato florido, che parte dallo smercio di stupefacenti e dall’estorsione per arrivare ai grandi appalti edili, pubblici e privati, e alle imprese del cemento dove riciclare il denaro sporco. Come ogni malavitoso lo Zio ha una famiglia (la bella moglie Gessica…sì, Gessica con la G), uomini fedelissimi (Alberto ‘o Malamente, Germano Spic e Span, Sandruccio la Zitella, Pasquale Bruciulì e Biagio ‘o Femminiello), strumenti nell’amministrazione pubblica (l’assessore Maltradotto), nemici e persecutori (l’agente di polizia Woody Alien), ma anche una passione viscerale: la sua è il Grande Fratello.

Quando qualcuno tradisce il boss e la latitanza si impone senza poter lasciare dietro di sé alcuna traccia su dove e come essere raggiunto dai suoi, proprio il reality diventa l’unico modo per comunicare. Anthony viene scelto, e addestrato duramente da Peppino il Fetente durante lunghe settimane di reclusione in uno scantinato, a colpi di haiku e canzoni neomelodiche dal carattere «frizzantino», per superare le selezioni del GF, entrare nella Casa, lanciare un messaggio allo Zio e poi, come gli dice Peppino: «andarsene a fare in culo».

Mentre sulle tracce dello Zio si muove la polizia e su quelle del passato di Anthony – ormai nella Casa – sembra accanirsi un giornalismo in apparenza d’inchiesta, ma che si piega per convenienza, timore – nonché sotto la pressione di un ufficio stampa ancor più “caimano” – a divenire solamente scandalistico (il cronista di nera Lorenzo Scateni), il pusher-gieffino aspetta il momento giusto, quello in cui parlerà in diretta con la conduttrice Gemma Salieri, per portare a termine il suo compito: rivelare allo Zio il nome del traditore. Ma non tutte le ciambelle escono col buco e, a rischiare di rovinare quella infornata dai compari dello Zio, arriva la dolce Ilaria, anche lei nella Casa, capace di insinuare in Anthony – ancora suggestionato dalla violenza costrittiva di Peppino il Fetente – il dubbio che non sempre il “cattivo” la faccia franca.

Impossibile conservare la suspence e non rivelare i molteplici colpi di scena “a catena” – disvelati pian piano nella seconda parte del romanzo fino al coup de théatre finale – se non a patto di non andare oltre nella vicenda e lasciare al lettore il piacere di scoprirli da sé: Anthony riuscirà ad avvisare lo Zio? Il camorrista avrà o no la sua vendetta? L’agente Woody Alien stanerà il capo clan? Ilaria potrà con la dolcezza del suo sentimento aprire ad Anthony le porte di una nuova vita?

Stefano Piedimonte, napoletano classe 1980 alla sua prima opera narrativa, costruisce con Nel nome dello Zio un buon romanzo, capace di sfruttare clichè e luoghi comuni sulla realtà criminale piccola e grande dei Quartieri Spagnoli per declinarli in accezione nello stesso tempo comica, fortemente ironica, ma implacabilmente “di denuncia”: personaggi, ambientazioni, sentimenti, dinamiche malavitose, sono trasposizione nella pura fiction di quanto raccontato nei romanzi-reportage di Roberto Saviano (che infatti ha elogiato il libro), a partire da Gomorra. Ecco quindi camorristi individuati più da soprannomi che cognomi veri e propri, architetture kitsch che evocano l’immaginario della cinematografia americana da Il Padrino a Scarface, i pusher ragazzini, gli stipendiati della criminalità organizzata che si sostituisce allo Stato e tutto un substrato culturale che può essere solo partenopeo (e da quartiere popolare partenopeo), come il culto di Anthony per certi aspetti del proprio apparire: l’abbronzatura artificiale nonché artificiosa e le indimenticabili, per chi non ne avesse mai sentito parlare prima, «sopracciglia di gabbiano».

Stefano Piedimonte, autore de "Nel nome dello Zio"

Regge bene dall’inizio alla fine la narrazione, strutturata su uno stile semplice, ma che lascia poco al caso e inserisce là dove servono tutti gli elementi utili alla comprensione del capitolo finale, in modo che l’epilogo non sembri – in un contesto di malavita organizzata che ha un codice d’onore e di comportamento condiviso, che si tratti della camorra campana come della ‘ndrangheta calabrese – assolutamente avulso dalla (triste) realtà. Di pari passo con l’architettura del plot procede la definizione dei caratteri e delle psicologie dei personaggi, con gradi di approfondimento diversi a seconda della loro importanza, ma ancora una volta cercando di non tralasciare nulla: in certi punti traspare sì la debolezza di un romanzo che se avesse voluto davvero scendere nel profondo (delle situazioni oltre che dei fatti in sé) avrebbe dovuto almeno raddoppiare le sue 250 pagine, ma non trascura mai dettagli, apparentemente secondari, cui il lettore deve ripensare – andandoli magari recuperare tra le righe – per figurarsi davanti la vicenda nella sua totalità.

Una buona lettura, in grado di far pensare – e molto – se si considera che dietro alla forma del romanzo c’è una realtà (anzi due) dove nulla spesso appare come è e i confini tra vero e falso, giusto e sbagliato, bene e male non sono mai netti, a seconda dei punti di vista. La camorra e il Grande Fratello.

Stefano Piedimonte. Nel nome dello Zio. Guanda, 2012 «Narratori della Fenice». € 16

 Laura Dabbene

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews