Nel backstage con Alex Turner o (L’imprevedibile virtù della maturità)

Dell'incontro con Alex Turner nel backstage del concerto dei Last Shadow Puppets, tra birra, capelli unti e buttafuori scimmieschi

alex turnerAlex Turner, che trovo nel backstage al termine del concerto dei Last Shadow Puppets a Ferrara, è un ragazzo alto quanto me, l’età è più o meno quella, ci passiamo un annetto e mezzo di differenza, i capelli unti di cera o chissà quale altra porcheria, come i miei, lunghi appena più dei miei che ho accorciato qualche giorno fa. E li tiene ben curati e tirati all’indietro, o per lo meno ci prova, con tutte le problematiche legate all’umidità che appena ti muovi un pò hai un nido di tortore in testa, che sul palco si è anche visto. È ben piantato e più muscoloso di quanto lo ricordassi ai tempi dell’esplosione degli Arctic Monkeys, dieci anni fa, i brufoli però son scomparsi, il sorriso è piacevole ma meno riot di un tempo, più vicino a quello della rockstar affermata, più consapevole del ruolo di artista musicale che ricopre.

Quando mi avvicino a lui, dietro il palco a fine concerto, lo saluto, scambiamo due parole, lui ascolta attento, con l’occhio vispo di chi ha ancora l’adrenalina in corpo per un concerto appena terminato, ma anche andante il giusto mentre apprezza con piacere la birra che ha in mano. Appena un minuto di chiacchere e gli confesso che con il primo album degli Arctic Monkeys nel 2006, i testi e le musiche che ha scritto – chissà dove, mi piace pensarlo nella sua stanza a Sheffield – hanno accompagnato per un bel pò la mia vita. Sono state le colonne sonore di storie d’amore brevi e intense, di nuove amicizie alimentate dal caldo di giornate estive, di pomeriggi gonzi e ciondolanti passati al parco o su un terrazzino vista quartiere col sole addosso provando e riprovando a suonare alla chitarra Mardy Bum o Bigger Boys And Stolen Sweethearts.

alexAlex ha capito bene quello che gli stavo raccontando, con uno sguardo più che con il mio inglese rapido e sintatticamente indeciso, mentre ci siam ritrovati ad accennare due strofe di Mardy Bum insieme. E anche se i Last Shadow Puppets sono una bella storia e il suo compagno Miles Kane molto bravo, io ero lì in realtà non per il concerto in sè ma per chiudere un cerchio apertosi esattamente dieci anni fa, quello di chi adesso è il bigger boy e non più lo sbarbatello del passato e che, citando uno scrittore che apprezzo, per invecchiare ha bisogno di tempo.

Lo saluto rimanendo ancora un po’ lì dietro il palco, con alcuni membri dell’organizzazione del concerto e il resto della band con comitiva appresso, tutti accompagnati da enormi buttafuori dall’aria scimmiesca, alcuni intenti a scattarsi tristissimi selfie con sfondo cesso del backstage. Ma quello che mi resta negli occhi prima di sgattaiolare via nella notte di Ferrara è la stretta di mano con cui io e Alex ci siamo salutati, il reciproco sguardo sorridente, il nanosecondo nel quale ha percepito quello che mi ha regalato con la sua musica. Insieme alla mia stima e simpatia a pelle totale, come musicista e come ragazzo, o dovrei dire come uomo, io che come lui, dieci anni di vita e di auspicabile maturità dopo, quando prendo la chitarra per strimpellare le sue canzoni ancora non so come diavolo tenere a bada i capelli.

Gian Piero Bruno

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