Neil Young ‘cavallo pazzo’ sul palco di Roma – Recensione e VIDEO

Neil Young

Neil Young durante il concerto di Roma (velvetmusic.it)

Sessantotto anni e non sentirli neanche di striscio. Cinquanta lune di carriera e sparartele praticamente tutte addosso così, senza pietà, senza sosta, senza nemmeno più di tanta cognizione di causa (non serve, è superflua). Questo e altro, molto altro, è stata la performance di Neil Young al fianco dei suoi Crazy Horse all’Ippodromo delle Capannelle di Roma la sera del 26 luglio 2013 nell’ambito della manifestazione Rock In Roma.

Gli stramaledettissimi quaranta gradi all’ombra dell’estate capitolina non bastano a fermare uno “zio Neil” in stato di ruvida grazia sonica, capace (da sempre) di ipnotizzare letteralmente i neuroni di qualunque presente al rombo di feedback e gain raramente traditori nei confronti della sua storica Gibson, manipolata, sforzata, tirata fino alle estreme conseguenze da un’energia tutt’altro che volenterosa di lasciarsi estinguere.

Malgrado una buona mezzora di apertura affidata ad un Devendra Banhart francamente ben poco consono a ciò che accadrà successivamente (c’è da considerare, comunque, che allo scrivente il suddetto artista non è mai piaciuto abbastanza: ciò, naturalmente, non vuol dire affatto che non si tratti di un soggetto privo di gusto e talento compositivo), le due ore e un quarto che il buon “padrino” ha dedicato alla tappa romana, seconda sosta italiana dopo quella di Lucca della sera precedente, hanno raccolto quanto di meglio si poteva chiedere ad un fato forse anche troppo buono nel concederci una performance di un impatto devastante, vuoi per la caratura dei diretti artefici, vuoi per l’effettiva e indiscutibilmente testabile potenzialità di ciò che, fin dagli albori, scelgono di tramandare da un palco di legno.

Forte anche di ben due ventilatori su di lui adagiati, aste di microfono posizionate con l’aiuto di un metro e inamovibile compagnia di una statua di legno dai caratteri semi-sciamanici, il grande Neil ha aperto le danze sulle note di Love and only love, uno dei cavalli di battaglia più recenti (si fa per dire: risale al Ragged glory datato 1990), dimostrando, anzi ricordando subito quali sono state, sono e sempre saranno le carte in tavola: una struttura che va considerevolmente a farsi benedire, una sezione ritmica che cerca, in qualche modo, di dettare quello che resta di tempi e passo prima di essere letteralmente violentata da feedback incalliti che non ci pensano una volta e mezzo ad andarsene completamente per cavoli propri.

Neil Young

Il "cavallo pazzo" sullo sfondo del palco (Sandro Russomanno)

La formazione a nome Crazy Horse è quella storica: Ralph Molina conferma (ma non fa testo) la sua indole alquanto anemica dietro le pelli mentre le quattro corde di Billy Talbot fanno il possibile, assieme ai tentativi di innesco melodico distorto delle chitarre di Frank “Poncho” Sampedro, per cercare di fornire un trampolino di lancio al “padrino” che, di fatto, come di consueto da interi decenni a questa parte, ne prende le fondamenta, le riduce in brandelli e vi naviga in completa se non lucidamente folle e solitudine isolata. Così, quindi, accade in Powderfinger o nella recente Psychedelic pill fino alla terminale Rockin’ in the free world e ai bis di Cortez the killer e Cinnamon girl, passando per la tipica indole da “loner” che torna a galla definitivamente in momenti acustici intermedi da vero grande one man show a suon di seicorde e armonica a bocca: vere e proprie leggendarie perle come Heart of gold o Blowin’ in the wind (originariamente firmata Bob Dylan, poi divenuto momento topico dello stesso Young a partire dal leggendario live Weld del 1991, anche se lì proposta in distruttiva versione per chitarra elettrica e voce) scorrono sulla pelle dei presenti come carezze gratificanti assieme a nuove composizioni (Singer without a song), anche se puri attimi di benevolo e purificante panico “noise” vengono vissuti nel corso della buona decina di minuti finali di Walk like a giant per mezzo, cioè, della possibilità offerta agli occhi dei presenti di poter perdere letteralmente di vista lo “zio” per qualche secondo prima di ritrovarlo selvaggiamente aggrappato ai settaggi della sua personalissima amplificazione, ben dedito a fregarsene legittimamente di qualsivoglia ordine tecnico o logistico da missaggio di palco.

Il risultato complessivo equivale a schiena a pezzi e gambe tremanti ma in direttissima concorrenza con un’anima riempita di vigore elettrico e dedizione vitale all’eterna auto-assunzione adrenalinica. Se non credete a quanto detto (direte voi, magari anche un po’ a ragione: “ma dai, è evidente che sei di parte!”), date un’occhiata, di seguito, agli spezzoni video che abbiamo rubato per voi qua e là. Che qualunque dio più o meno presente in cielo o in terra ci conservi tutto ciò, finché possibile.

(Foto: Sandro Russomanno / velvetmusic.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/L1o9epZxFdQ[/youtube]

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