‘Nebraska’, istantanea in bianco e nero dalla provincia americana

Con 'Nebraska', Alexander Payne torna a raccontare con sarcasmo e ironia i conflitti umani e familiari

La locandina di 'Nebraska' (movieplayer.it)

La locandina di ‘Nebraska’ (movieplayer.it)

Nell’introduzione a The Americans, Jack Kerouac scriveva a proposito di Robert Frank: «Svizzero, discreto, carino, con quella sua piccola macchina fotografica che tira su e fa scattare con una mano, ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola, così è entrato a far parte della compagnia dei grandi poeti tragici del mondo. A Robert Frank adesso mando questo messaggio: tu sai vedere». Nebraska, ultima pellicola del regista americano Alexander Payne (A proposito di Schmidt, Sideways – In viaggio con Jack, Paradiso Amaro), potrebbe essere definita in questi termini: un’istantanea postdatata da aggiungere alla storica raccolta del fotografo svizzero.

ILLUSIONI E SPERANZE DI UN AMERICANO MEDIO – Come Frank, Payne restituisce un’immagine in bianco e nero di una terra e della sua gente, uno spaccato che è un viaggio a perdita d’occhio nelle pianure sconfinate tra il Montana e il Nebraska, il sogno illusorio di una fortuna tanto più remota quanto l’orizzonte che si allontana miglio dopo miglio. L’utopia è quella sperimentata da Woody Grant, un anziano alcolizzato convinto di aver vinto un milione di dollari alla lotteria, interpretato da Bruce Dern, vincitore del premio per la migliore interpretazione maschile al 66esimo Festival di Cannes. Il biglietto vincente è in realtà una banalissima pubblicità cartacea, ma per Woody quel foglio stropicciato si trasforma immediatamente in primaria ragione di vita, tanto da spingere uno dei figli, il sensibile David (Will Forte), ad accompagnarlo in un viaggio dalla sua residenza in Montana fino a Lincoln, in Nebraska, per incassare l’inesistente vincita. A dispetto della ritrosia della moglie (June Squibb) e dell’altro figlio di Woody (Bob Odenkirk), David sceglie di assecondare l’uomo, confrontandosi lungo il percorso con una figura paterna tanto controversa quanto sconosciuta, incapace di rinunciare ai propri vizi, disaffezionata e schiva, sebbene in fondo (come rivelerà a più riprese la sua disarmante ingenuità) tristemente umana.

Bruce Dern in una scena del film 'Nebraska' (screenweek.it)

Bruce Dern in una scena del film ‘Nebraska’ (screenweek.it)

RACCONTARE LA PROVINCIA – Woody Grant, insieme al mortifero universo senile protagonista del film, rappresenta un coacervo di contraddizioni, il prodotto / manifesto di una società, quella americana, minata alla radice, incapace di rigenerarsi, anestetizzata per sempre al sudicio tavolo di un bar di provincia, in bilico tra decadenza e rassegnazione. La speranza è solo un fantasmagorico ricordo di gioventù, evocato a ritmi alterni dai personaggi della cittadina natale di Woody, uomini e donne che si trascinano per le vie deserte o in tristissimi karaoke improvvisati, rugosi e grigi al pari di una manciata di “giovani” superstiti che languono nella più totale dimenticanza. È proprio il senso di abbandono, unito a quello di impotenza, a rappresentare la principale cifra di Nebraska, che per tutto il tempo mantiene in ogni caso uno stile piacevolmente a cavallo tra comico e tragico, divertendo e intrattenendo con il suo pungente sarcasmo.

L’AMERICA DI PAYNE TRA COMMEDIA E DRAMMA – La riflessione sulle delicate e spesso conflittuali dinamiche familiari, il viaggio come catarsi e scoperta, la narrazione leggera e ironica delle contraddizioni umane, fanno di Nebraska un film perfettamente in linea con i precedenti lavori di Payne che, con piglio decisamente autobiografico, sceglie in questo caso di raccontare una nazione nella nazione, inserendo così un ulteriore tassello nel triste e allo stesso tempo meraviglioso mosaico della provincia americana e delle sbiadite utopie dei suoi protagonisti.

Nebraska sarà nelle sale italiane a partire da stasera.

(Foto: movieplayer.it / screenweek.it / cinema-scope.com)

Francesca Lisa

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