NBA Finals gara 5: Nowitzki – Terry ed è sorpasso Dallas, crisi James

Dallas Mavericks – Miami Heat 112-103 (Serie 3-2 DAL)

Dirk Nowitzki e Jason Terry (probasketballtalk.nbcsports.com)

Prima volta che una squadra riesce a vincere due partite consecutive in queste Finals, prima volta in cui le percentuali di tiro raggiungono dati per certi versi imbarazzanti considerato il premio in palio, ennesima volta in cui LeBron James scompare letteralmente nel quarto periodo e con lui anche le speranze di Miami di portare a casa l’incontro. Eppure dopo una gara condotta in sostanziale equilibrio e grande spettacolo, dato da attacchi in grado di andare a canestro con costanza e di difese ampiamente rivedibili, Miami aveva messo il naso avanti, dopo i canestri di Wade e Chalmers: una mini-rimonta con sorpasso e allungo 99-95, ma da lì in poi la musica cambia. Si spengono le luci della Florida e si accendono quelle delle stelle texane: Nowitzki raggiunge quota 29 e un sontuoso Terry (8/12 dal campo) sale in cattedra diventando implacabile da qualsiasi zona del campo.

Canestri a ripetizione ben accompagnati dal supporting cast: Kidd riesce a limitare i danni difensivamente e gestisce con maestria il gioco d’attacco, Chandler e Barea vanno in doppia cifra e c’è gloria persino per Cardinal, con una tripla a fondo retina. Parziale di 17-4 e titoli di coda all’incontro, con Miami che torna a casa con le ossa rotte sia psicologicamente che a livello di roster: attimi di paura infatti per Dwyane Wade, ruzzolato violentemente in terra dopo un fallo della difesa avversaria. Il rientro e alcune giocate di grande classe sembrano fugare ogni dubbio sulle sue condizioni fisiche, ma gara 6 è alle porte e sarà decisiva per l’assegnazione dell’anello: il primo match point per la banda Carlisle.

LeBron James perplesso: in gara 5 è sparito dal campo nell’ultimo quarto (bossip.com)

E LeBron James? Stiamo sicuramente parlando probabilmente del giocatore con più potenziale mai visto sulla faccia del globo cestistico: un fisico pazzesco, unito a doti tecniche sicuramente superiori alla media, visione di gioco e soprattutto ampi margini di miglioramento. Ancora purtroppo non sfruttati: James rischia di essere la più grande occasione persa nella storia della NBA. I primi anni a Cleveland da King e Prescelto, il clamore per la sua scelta defilippiana di trasferirsi a Miami, l’esaltazione costruita intorno gli hanno infatti impedito di lavorare con metodo sui propri errori, di colmare le sue lacune, di migliorare per diventare ancora più devastante: a Dwight Howard è bastata un’estate di serio lavoro sui propri movimenti per mettere in mostra un’annata da MVP (tolto Derrick Rose), Durant ha preso per mano la selezione americana ai Mondiali di Basket, il nuovo del basket che avanza annovera anche Paul, Anthony, Rondo, Westbrook, Williams e altri ancora.

Le imbarazzanti prestazioni nei quarti periodi delle Finals (11 punti contro i 52 di Nowitzki, i 40 di Wade e i 24 di Terry) non sono altro che l’ennesima dimostrazione che per diventare anche solo passibile di menzione nella stessa frase in cui compare il nome di Michael Jordan, di strada da fare ce n’è e ancora tanta. Personalità, leadership, capacità di prendersi le proprie responsabilità nel momento in cui gli è richiesto, senza peccare di egoismi nè di eccessivi altruismi: queste e altre sono le prerogative di chi dichiara di voler fare la storia. Che gara 6 e 7 bastino per riscrivere il destino di una stella quantomai oscurata in queste finali NBA?

Andrea Samele

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