Napolitano e la Giustizia: un rapporto complicato

Napolitano

Sarà un caso, ma proprio il giorno in cui la Corte d’assise di Palermo ha ribadito la necessità di sentire come testimone il Capo dello Stato Giorgio Napolitano al processo sulla trattativa fra lo Stato e la mafia avvenuta nel biennio 1992-1993, lo stesso Napolitano ha parlato della riforma della giustizia.

COLPA DI CHI? - Ieri Giorgio Napolitano, fra le altre cose, ha detto: «In relazione alla profonda crisi economica e sociale del paese si sono manifestate nuove ragioni di attualità e non rinviabilità dei problemi di riforma della giustizia». «Le esigenze di corretto, lineare, spedito funzionamento del sistema giudiziario, sono apparse e appaiono vitali al fine di dare le certezze e le garanzie di cui ha indispensabile bisogno lo sviluppo dell’attività economica e dell’occupazione, lo sviluppo di iniziative e progetti d’investimento da parte di operatori pubblici e privati, italiani e stranieri». «Questo è ormai un nodo essenziale da sciogliere per ridare dinamismo e competitività all’economia italiana». Negare che in Italia la giustizia ha mille problemi è impossibile se si è in buona fede e si ha onestà intellettuale. C’è però una cosa che ci si dimentica troppo spesso di dire. E cioè che se la macchina giudiziaria oggi è «lenta e caotica e il suo funzionamento e largamente insoddisfacente» non è perché i magistrati e i giudici sono brutti e cattivi. Ma perché il Parlamento italiano negli ultimi anni ha adottato provvedimenti che hanno massacrato la giustizia italiana.

CONFUSIONE - C’è un esempio clamoroso: la ex Cirielli. La legge 5 dicembre 2005 n. 251 prevede infatti la riduzione della prescrizione per gli incensurati. La conseguenza è stata che i reati prescritti passarono da 100 a 150 mila all’anno. Insomma, venne sprecato un sacco di tempo nei tribunali per processi che poi finirono nel nulla. Sarà un caso, ma non si capisce che fine farà tale norma con la riforma della giustizia di Renzi. D’altronde se si sceglie come interlocutore Silvio Berlusconi, questo è il prezzo.

Napolitano

INDULTO - Napolitano però delle cattive leggi sulla giustizia votate dai parlamentari italiani non ne ha mai parlato. Quando deve dichiarare qualcosa sulla giustizia, Napolitano parla sempre degli stessi argomenti. Ad esempio suggerisce alle Camere di votare un’amnistia e/o un indulto: «Pongo al Parlamento un interrogativo: se esso ritenga di prendere in considerazione la necessità di un provvedimento di clemenza, di indulto e di amnistia» (28 settembre 2013). C’è la necessità di «considerare rimedi straordinari», a cominciare «dall’indulto, che può essere applicato ad un ambito esteso». All’indulto «potrebbe aggiungersi l’amnistia». (8 Ottobre 2013). «Il Parlamento è assolutamente libero di fare le scelte ma deve avere il senso di responsabilità necessario per dire che vuole fare anche un provvedimento di indulto» (4 dicembre 2013). Napolitano però non ricorda che un indulto, durante il suo primo mandato, c’è già stato e non ha portato grandi risultati. Come hanno spiegato gli analisti dell’istituto di ricerca Cattaneo: l’effetto dell’indulto del 2006 «È durato pochi mesi, se si tiene conto della sua capacità di ridurre il numero di detenuti, due anni se si considera invece la sua capacità di mantenere livelli di sovraffollamento inferiori a quelli di partenza. In ogni caso un risultato modesto».

MAGISTRATI CATTIVI - E quando parla della riforma della giustizia, Napolitano non se la prende mai con i politici che l’hanno paralizzata con i loro provvedimenti scellerati, ma con i magistrati: fra di essi «dovrebbe scaturire un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno da tempo e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione repubblicana» (20 Settembre 2013). «Il principio di leale collaborazione enunciato dalla Corte costituzionale esige che i rapporti tra le Istituzioni e tra chi in esse opera ed esercita funzioni di responsabilità si ispirino a correttezza e lealtà, nel senso dell’effettivo rispetto delle attribuzioni a ciascuno spettanti: lealtà e correttezza sono dunque un’endiadi per indicare la condotta doverosa e orientata al rispetto del principio di divisione dei poteri». Qualcuno dovrebbe spiegare a Napolitano che una collaborazione fra politica e giustizia è possibile se i politici sono onesti. Se invece non fanno un passo indietro neanche quando vengono indagati, rinviati a giudizio e addirittura condannati, allora è decisamente più complicato.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: secoloditalia.it

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