Motorpsycho, watt e melodia in Still life with eggplant – Recensione

Motorpsycho Still life with eggplant (israbox.com)

La copertina del nuovo album dei Motorpsycho "Still life with eggplant" (israbox.com)

Correva l’anno 1994 quando i non enormi ma confortevoli Brygga Studios di Trondheim, una delle più note cittadine scandinave in terra norvegese, Bent Saether, Hans Magnus Ryan e Hakon Gebhardt davano avvio alle lunghe ed estremamente prolifiche session di registrazione per un album (l’album) che avrebbe consacrato la loro band, i Motorpsycho, nel circolo non più soltanto underground dei palati anche più saccenti a livello europeo. Il disco si intitolava Timothy’s monster e, stando a quello che sarebbe poi fuoriuscito dagli archivi soltanto di recente (datevi un’occhiata al box quadruplo di un paio di anni fa), fu plasmato e rimodellato più volte a causa di un vero e proprio attacco di febbre compositiva che, oggi come allora, torna a far capolino anche nei meandri di un certo gusto per la melodia mai veramente nascosto anche nei roboanti esordi dei graffianti Lobotomizer (1991), Soothe (1992) e Demon box (1993).

Quasi vent’anni dopo, allora, di ritorno proprio tra le mura di quegli studios casalinghi, il piglio melodico torna a farsi sentire a gran voce dopo una serie di dischi sia ottimi (Little lucid moments del 2008, il primo con l’innesto di Kenneth Kapstad dietro le pelli al posto del dimissionario Gebhardt, o Heavy metal fruit del 2010) che, forse, un tantino titubanti (l’esclusivo vinile di Child of the future del 2009 o il comunque interessante esperimento del penultimo The death defying unicorn, 2012). Forti dell’esperienza del trittico psichedelico di stampo californiano formato da capolavori come Let them eat cake (2000), Phanerothyme (2001) e It’s a love cult (2002), con, in più, la parentesi semi-jazz al fianco dei Jagga Jazzist Horns (2003), i tre scandinavi hanno offerto, in tempi recenti, anche performance live ancora più intrise di quel carattere da jam session ma, stavolta, ben consapevole di una maturità ottenuta proprio grazie allo studio approfondito di opere altrui e fissata, una volta per tutte, anche in scelte tendenti all’hard in questo caso, per l’appunto, meglio setacciate e revisionate in ambito cognitivo.

Una via intermedia ancora più marcata proprio nell’ambito della costruzione melodica e delle scelte in termini di watt appare ben visibile in questo nuovo Still life with eggplant (con la collaborazione del chitarrista Reine Fiske, sorta di paladino del prog-rock norvegese), album di non facilissima ricezione ad un primo ascolto proprio perché più vario in ambito di scelta compositiva più o meno istintiva (a dominare è comunque quasi sempre il secondo fattore) e purtroppo (va detto) sostanzialmente privo di quel brano che riesce sempre, per così dire, a far decollare un intero complesso di approcci sonori effettivamente ben predisposto ad una maggiore varietà di selezioni.

Motorpsycho Still life with eggplant (debaser.it)

I Motorpsycho: (da sinistra) Hans Magnus Ryan (chitarra, voce), Bent Saether (basso, voce), Kenneth Kapstad (batteria). Foto: debaser.it

Fin dalle aperture del sinceramente monumentale incipit di Hell part 1-3 (si mantiene vivo e vegeto, come si può facilmente notare, il fattore “suite” divisa in atti, come ormai consono in casa Motorpsycho almeno dal 2008 ad oggi; in questo particolare frangente, una struttura di matrice Deep Purple è ben più che percepibile), infatti, i compressori si sposano in maniera forse ancora più sottile con le scelte melodiche per un’impostazione complessivamente hard-blues marcata dalle ormai immancabili escursioni simil-prog a cui Saether e soci ci hanno abituato da diverso tempo e che sarebbe, forse, il caso di relegare un attimo in secondo piano, magari ancor più di quanto non lo si faccia comunque in ottime composizioni come quelle relative alle incursioni acustiche di Barleycorn (Let it come / Let it be) o alle ritrovate delicatezze di The afterglow. Il tutto, però, non prima di aver incrociato gli ormai consolidati territori “heavy” della lunga e roboante (ma ben incisiva) session di Ratcatcher (17 minuti di ordine e apocalisse sonora a tratti prossima addirittura a spunti di free jazz distorto, da attendere con l’acquolina in bocca sotto ad un palcoscenico per ulteriori modifiche hard-psichedeliche al momento) e (udite udite) una cover (era, probabilmente, dai tempi di Soothe che non appariva, in un album in studio che non fosse un ep zeppo di b-sides, una versione personale di un brano altrui come, all’epoca, California dreamin’ dei Mamas and Papas), ovvero August degli storici Love di Artur Lee, qui riproposta nella tipica se non geniale modalità di casa, vale ad dire quasi completamente smembrata della sua struttura originaria (in principio prossima al country blues).

Nel complesso, al di là di ogni eventuale puntualizzazione su questa o quell’altra pecca strutturale o gustativa, siamo comunque di fronte ad un album denso, compatto e (si direbbe anche abbastanza) saggio nel suo voler spaziare tra stili differenti nello stesso ambiente sonico, malgrado sia da annotare, però, una purtroppo non invisibile vena di prevedibilità, almeno dal punto di vista di chi ne segue le gesta da molti anni avendo vissuto, in concomitanza soprattutto con le ultime evoluzioni, ogni salto e ogni variazione propositiva.

Ad ogni modo, naturalmente, provate ad assaggiarlo. Da un trio di musicisti di questa portata, sempre e comunque, non si resta assolutamente mai delusi. Eccome.

(Foto: goldsoundz.it / israbox.com / debaser.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/3NqmxF_GuGE[/youtube]

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