Motorpsycho, un “intrepido” divenire

 

Roadwork vol.4 - Intrepid Skronk

Un disco dei Motorpsycho è sempre un mondo o, meglio, un universo ricco di costellazioni fatte di materia sonica, corde, pelli, stati d’animo, giri di boa emotivi e onde sonore cavalcate come armati di tavoletta da surf per cavalloni californiani.

Un disco dei Motorpsycho, a ben vent’anni dai primi passi in studio, risulta essere sempre di più pura materia sperimentale e sperimentabile, sempre aperto a nuove incursioni e in perpetuo divenire positivamente autoreferenziale, caratteristiche basilari che fanno del trio norvegese una delle (davvero) poche band viventi che vale la pena seguire in cielo e in terra.

L’esempio (l’ennesimo) di una tale convinzione è racchiuso proprio in questo nuovo disco dal vivo, Roadwork vol.4 – Intrepid skronk, quasi 80 minuti di registrazioni estratte dai concerti nell’arco di tempo che scorre tra il 2008 e il 2010, praticamente il periodo trascorso in rinnovata e consolidata formazione con i due eterni capitani coraggiosi, Bent Saether (voce, basso) e Hans “Snah” Magnus Ryan (chitarra, voce), in fedele compagnia del nuovo giovane e definitivo socio ritmico Kenneth Kapstad (batteria), giunto sullo sgabello per sostituire lo storico (e, onestamente, più creativo) Hakon Gebhardt espatriato dalla band nel 2004. Questo esempio lo si coglie all’istante se se solo si presta un minimo di attenzione alle intenzioni di apertura, ovvero la riproposizione di quei sei trascinanti minuti della The bomb-proof roll and beyond, contenuta nel precedente Heavy metal fruit e qui riproposta (udite udite) sottoforma di lunga suite hard-psichedelica della durata di ben 21 minuti con tanto di divisione in parti, quasi in scia con le longitutini su disco dei Quicksilver Messenger Service di Happy trails (in particolar modo le esplorazioni improvvisate della Who do you love originariamente di firma Bo Diddley). Le intenzioni sono estremamente chiare, come limpidi e cristallini sono i significati di tre veri e propri insaponatori e rivisitatori di se stessi, qualità necessaria per non affievolirsi in sciocche logiche da routine compositiva bypassate nel coma cerebrale dell’attuale industria discografica. Dello stesso avviso, di conseguenza, sembrano essere le sei mani e i tre profondi pozzi di cultura musicale di Trondheim quando recuperano Wishing well, brano inedito, malregistrato (ma eccezionale) e segregato tra le righe dell’ep singolo Starmelt del 1998 (surrogato discografico del geniale long playing Angels and daemons at play), qui rispolverato in veste rock/alternative/crossover in maniera comunque differente rispetto a quella (tuttora inedita) riproposizione a prime luci spente della data italiana del Velvet di Rimini nell’agosto 2004.

 

I Motorpsycho: Hans "Snah" Ryan, Bent Saether, Kenneth Kapstad

Sembra consolidato, quindi, che se un disco in studio dei Motorpsycho equivale a innovazione, originalità e divenire, un estratto audiofonico da palcoscenico si pone l’obiettivo di essere considerato una novità a tutti gli effetti, un altro vero e proprio disco con sempre nuovi orizzonti esplorati e (guarda un po’) da esplorare ancora ulteriormente. Proprio come accadde con il primo volume della stessa serie Roadwork (Heavy metal iz a poze, hard rock iz a leifschteil: live in europe 1998), che apriva le danze con The other other fool, un pezzo completamente inedito, mai sentito prima nemmeno per sbaglio in un soundcheck e magari abbozzato nel quarto d’ora precedente all’esibizione registrata.

E allora largo anche alla meravigliosa e poetica Landslide proveniente dalla miglior parentesi oltreoceanica trascorsa (il superlativo Phanerothyme del 2001), anch’essa riarrangiata in chiave, si, poetica e delicata ma pur sempre intrisa di quella vena psichedelica che tanto rende diversamente efficaci brani storici come la All is loneliness del primo approdo nei negozi di dischi europei (Demon box del 1993), transizioni ritmiche come Kill devil hills ed esperimenti più recenti del calibro di The alchemist (con tanto di sostanziale scarica di feedback finale mai lasciata in preda al caso).

Una sola ulteriore considerazione: spendere immediatamente questi venti euro. Meglio se qualche euro in più per la versione in doppio vinile.

Stefano Gallone

 

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