Motorpsycho live: due ore e mezza di pura energia

Lungo e forsennato show del trio norvegese al Circolo degli Artisti di Roma. Come cambiare ripetutamente pelle senza mai tradirsi 

di Stefano Gallone 

Bent Saether

L’unica certezza indiscutibile che un appassionato di un certo tipo di approccio all’arte musicale può avere nei confronti di una band come quella dei Motorpsycho , altro non è che la garanzia di non trovarsi mai (anno dopo anno, disco dopo disco, tour dopo tour) di fronte alla stessa caratura esecutiva. I Motorpsycho sono, nella maniera più assoluta, uno dei rarissimi agglomerati sonici a non riproporre mai più di poche volte lo stesso approccio ad un repertorio talmente vasto per numeri e per generi da risultare così profondo da poterci nuotare dentro scegliendo, miscelando, insaponando e scartavetrando, in arrangiamenti e scelte stilistiche, quanto di più eterogeneo risieda, tra edito ed inedito, sui ripiani degli scaffali della Stickman Records.

Affermeranno tali ipotesi i fedelissimi presenti e vigili al vissuto del poker “seventies” Let them eat cake / Phanerothyme / It’s a love cult / In the fishtank (rivisitazione jazz di frammenti di repertorio con, a fianco, una formazione di fiatisti del calibro Jaga Jazzist Horn) con successivi e devastanti concerti come la performance al Paradiso di Amsterdam (documentata per intero su quella pietra preziosa che è il dvd Haircuts); gli stessi discepoli confermeranno lo spiazzamento progressivo di un concerto memorabilmente travolgente come quello al Velvet di Rimini nell’agosto 2004 predecessore, paradossalmente, di una nuova uscita country semi-acustica (il solare International Tussler Society). Bent, Hans e la matricola Kenneth continuano e continueranno in eterno a fare rigorosamente quello che vogliono e noi, con loro, ci lasceremo frustare volentieri da tutte quelle ondate soniche di immortale amore per l’arte di scomporre e ricomporre se stessi, ininterrottamente. 

Hans "Snah" Ryan

L’atmosfera del Circolo degli Artisti di Roma è tra le più casalinghe e umane che la scena italiana possa fornire ai fan di una qualsiasi band più o meno alternativa: si è quasi a stretto contatto, pena, forse, una serie di piccoli difetti audio prontamente recuperabili.

Giovedi 3 giugno 2010. Apertura cancelli: ore 20. Inizio concerto: ore 21:30. Salire sul piccolo ma confortevole palco del Circolo sputando fuori le note di una All is loneliness datata 1993, per quel primo capolavoro che fu Demon box, vuol dire avere la seria intenzione di far male. Un sorriso a tutta bocca, misto ad un paio di occhi alla “Psycho”, si stampa su volti felicemente impauriti dal frastuono di lì a poco preventivato soprattutto dal rispolvero, ad opera di un Bent Saether minaccioso e selvaggio, di distorsioni a quattro corde che fanno del brano di apertura, in originale meno potente, un puro sfoggio di watt ruvidi e granitici ma estrapolati con cognizione di causa. Le carte sono in tavola: l’approccio è quello più roccioso e monolitico di fine ’90 con, in aggiunta complementare, una decisiva (e mai discussa) maturità personale. Sulla strada ben asfaltata dal ringhio iniziale, percorrono genuine traiettorie elementi del nuovo e sconvolgente lavoro in studio pseudo-prog psichedelico Heavy metal fruit: The bomb-proof roll and beyond arriva come un pugno allo stomaco con l’intero carico adrenalinico e allucinogeno del “mantra” generato dal loop continuo del riff in 7/8, sul quale la sei corde di Hans “Snah” Ryan si diletta in un indiscutibile gioco solista completamente autoreferenziale ma necessario all’esplosione emotiva incentivata dalle successive incursioni di X3 e della magnetica Starhammer con tanto di fughe di improvvisazione lisergica. Non si dichiarano assenti dalla scaletta brani storici come, ad esempio, la delicata Feel (uno dei rarissimi momenti in cui viene concesso un attimo di respriro alle convulsioni del drummer Kapstad), la “blissardiana” STG, e la soffice Pills, powders & passion plays, prima di sfociare in quello che, probabilmente, è il brano più sensazionale e coinvolgente di vent’anni di carriera, vale a dire quella Vorte Surfer tanto graffiante quanto docile ed intenso nel suo saper cullare anche l’anima più nera per poi scaraventarla a tradimento nel vortice sonoro delle frustrazioni. 

Doppio bis, con tanto di inaspettata riproposizione di quella The other other fool che fu traccia d’apertura semi-improvvisata del live Roadwork vol.1, concorrono a fare dei Motorpsycho una band da seguire e analizzare con occhio vigile e consapevole nel valutare una prestanza creativa mastodontica ed inossidabile. Se si aggiunge la possibilità di acquistare, al merchandising limitrofo al palco, un 45 giri in vinile bianco con due brani inediti (The visitant / Eagle’s son) stampato esclusivamente per il tour 2010, il quadro passionale sembra completo. Unica pecca: aspettare fino a notte fonda senza riuscire ad ottenere neanche un mezzo autografo non ha prezzo.

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