Morti e terrore in Siria, l’ago della bilancia della politica internazionale

La guerra civile che va avanti ormai da oltre un anno in Siria non vuole fermarsi.  La lotta tra il regime di Damasco e i ribelli continua senza sosta, la repressione procede e i morti e le città distrutte aumentano ora dopo ora. Le ultimissime vicende raccontano di sedici morti e venticinque feriti per un attentato nel sobborgo di Qatana, nel sud di Damasco. Le immagini terrificanti trasmesse alla tv siriana hanno mostrato palazzi smembrati e cadaveri vicino ad una scuola materna. Tra le vittime anche donne e bambini. L’escalation di violenza prosegue e l’instabilità del Paese è ai massimi storici.

Dopo gli ultimi attentati contro il dicastero degli Interni – dove è rimasto ucciso il deputato Abdullah Qairouz -  il regime ha rafforzato la sicurezza attorno ai luoghi sensibili. La brutalità degli scontri è evidente anche dall’utilizzo da parte di Assad degli Scud, missili a corto raggio, contro i combattenti dell’opposizione. Il web diventa il luogo di divulgazione per i ribelli nel condividere le mostruosità commesse dal regime. Risalgono al ventisei novembre scorso i video postati che mostrano un intero parco giochi devastato e madri accanto ai corpi dei loro bambini morti. Il bilancio è stato di dieci bambini uccisi quel giorno, a causa di un attacco aereo compiuto da una caccia Mig in un villaggio di Deir al-Asafir.

La reazione del governo alle accuse finora è stata sempre quella della totale negazione ed estraneità ai fatti. La situazione attuale è figlia di anni di regime, passato da padre in figlio, e delle conseguenze della Primavera araba dello scorso anno, sbocciata anche in Siria. Il quindici marzo del 2011 infatti iniziano delle manifestazioni nel Paese che dal diciotto dello stesso mese sfociano in proteste senza precedenti, represse con la forza dai militari che uccidono diversi innocenti nella regione di Hawran. Il venticinque marzo a Dar’a, Sammin e Latakia, e poi il ventisei, il ventotto e il trenta marzo in una spirale di terrore che era appena agli inizi. L’otto aprile si verificano stragi in diverse città tra cui Damasco, e successivi morti anche durante i funerali delle vittime dei giorni precedenti. Il venticinque aprile ancora vittime, dovute ad un raid da parte dell’esercito.

Gli scontri continuano, le manifestazioni aumentano, come i morti e la ferocia della repressione del potere siriano, con interventi militari sterminatori. Si uniscono alle coalizioni di opposizione anche elementi religiosi già presenti negli scontri in altri Paesi durante la Primavera araba, come la Fratellanza Musulmana. L’aumentare delle cellule di opposizione fa aumentare i dispiegamenti delle forze militari di Assad, che il sette e l’undici maggio distruggono parte delle città di Banyias e Homs.

Le città più importanti del Paese sono ormai campi di battaglia, bambini coinvolti e morti a migliaia. Il trentuno luglio l’attacco alla città di Hama, cuore della protesta, è massiccio e conterà cento morti solo durante l’arco della giornata. La situazione è continuata fino ad agosto di quest’anno quando entra in scena l’aviazione che bombarda i quartieri residenziali di Damasco, con successive esecuzioni sommarie e cadaveri smembrati e dati alle fiamme da parte dell’esercito.

La società civile non sta comunque facendo mancare il suo sostegno alle vittime e alla resistenza. Una delegazione di manifestanti si è diretta a Strasburgo di fronte al Parlamento Europeo. Personalità politiche, manifestanti ed esuli siriani hanno ricevuto le parole di appoggio del Parlamento che ha assicurato il proprio compito di cassa di risonanza per le loro proteste. In Siria sta avvenendo un genocidio e riportare alla mente una catastrofe umanitaria come quella avvenuta nel conflitto in Bosnia non è esagerazione, considerando il fantasma ulteriore di un possibile utilizzo da parte di Assad delle armi chimiche. Le reazioni internazionali si evolvono di pari passo con gli eventi bellici. Gli Stati Uniti a voce del presidente Obama si sono dichiarati pronti a riconoscere ufficialmente come rappresentanti del popolo siriano i Ribelli della Coalizione Nazionale, creata a novembre in Qatar. Segnalando però nella lista nera al-Nusra, il ramo iraqueno di al-Qaeda, che ha combattuto contro gli Usa nella guerra in Iraq, ed è attualmente protagonista anche in Siria. E la Russia non esclude la vittoria dell’opposizione. Il vice ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov ha proprio ieri – 13 dicembre – dichiarato che la Russia non può escludere la caduta del governo siriano ed occorre essere saggi nel valutare le prossime mosse. A lui si è poi accodato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen che ha parlato di regime siriano ormai prossimo al collasso.

Lo scenario futuro  è un punto interrogativo ma le certezze ad oggi sono i morti, ormai già 35000, di cui almeno la metà civili. E la presenza di interessi economico-politici su vasta scala. La Russia sa bene che con la caduta del regime di Assad verrebbe a mancarle un principale cliente nella vendita di armi e un alleato territoriale importante, per loro l’ultimo avamposto sul Mediterraneo. Poco allettante l’idea di  liberarsene in un colpo solo, sebbene le dichiarazioni di ieri del vice Ministro abbiano dato una netta sterzata alle precedenti prese di posizione.

L’obiettivo americano non può che essere il vicino Iran del nemico Ahmadinejad. Una fine del potere siriano, sostenuta dagli Stati Uniti grazie all’aiuto pratico dell’opposizione  – si pensi a Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidentenon potrebbe che agevolare logisticamente e politicamente la pressione statunitense: avere un avamposto strategico per un possibile futuro attacco a Teheran. La posizione dei Paesi vicini risulta però diversa.

L’intento della Lega Araba, sebbene schierata a favore di un eventuale intervento americano,  resta fondamentalmente quello di far tornare  al potere la maggioranza sunnita, in modo che alle eventuali future elezioni, il popolo possa consegnare la nuova democrazia siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana. Su tutti incombe come detto la maestosa presenza russa che segue una linea più morbida e possibilista alla caduta dell’attuale potere rispetto ad alcuni mesi fa, ma per lo più non interventista.

Gli Stati Uniti e l’Iran, la Russia e le monarchie arabe avranno un ruolo fondamentale nel futuro della Siria che rappresenta ormai il punto d’incrocio della politica mondiale, presente e futura, l’ago della bilancia delle future prospettive di politica internazionale. Che con l’avvento delle nuove potenze economiche –Cina, India, Brasile – la crisi economica dell’Occidente e il sempre maggiore potere dei paesi arabi, vanno modificandosi velocemente. Gli equilibri geopolitici dell’intero pianeta derivano dalle azioni che verranno intraprese prossimamente nel Paese nonostante l’ipotesi più probabile resti il protrarsi del conflitto in Siria  per molto tempo ancora.

Gian Piero Bruno

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