Monti. Il Pd può abbattere il Governo quando vuole. Ma per andare dove?

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Antonio di Pietro, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola

Roma – Hanno voglia il premier Mario Monti e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a sostenere che le amministrative non influiranno sul Governo, cosa che se fosse vera non meritebbe neppure il disturbo della precisazione. Invece vero non è. E allora val pure la pena fare qualche osservazione su ciò che sta accadendo intorno all’Esecutivo tecnico tecnicamente inguaiato.

Napolitano – Ormai dire che il Capo dello Stato sia figura super partes è quasi ridicolo. Ha smesso di esserlo quando issò Monti a Palazzo Chigi, sospendendo la Costituzione, mandando a casa un Governo non ancora sfiduciato e negando le elezioni anticipate. E’ un uomo schierato con le proprie preferenze. Ecco perché con molta sobria nonchalance e nel pieno di una campagna elettorale, ironizza sui buoni risultati del Movimento 5 stelle: ‹‹L’unico boom che ricordo è quello degli anni Sessanta. Altri boom non ne vedo››. O perché, durante le celebrazioni del 25 aprile, si sbottona pubblicamente avvertendo che ‹‹non si può dar fiato ai demagoghi di turno››. Beppe Grillo docet.

Napolitano non è sciocco e i risultati delle urne li legge benissimo. Ciò che teme non è il M5S o la comicità da comizio di piazza ma che tutto ciò convinca il Pd di Pier Luigi Bersani a farla finita con l’Esecutivo e andare al voto. Cosa che implicherebbe due probabili effetti. Primo: a rimetterci faccia e reputazione sarebbe innanzitutto il Colle che per Monti si è esposto ogni oltre dire. Secondo: l’ingovernabilità.

Bersani – D’altronde i risultati delle urne parlano chiaro. Il Pd – con al seguito il Sel di Nichi Vendola e l’IDV di Antonio Di Pietro - o agisce subito o il galoppo del M5s nel 2013 potrebbe rendere la vittoria del trio di Vasto molto più articolata e difficile perché Grillo attira voti soprattutto nell’area del centrosinistra. Il centrodestra preferisce l’astensione.

Sottovalutare questo significherebbe rinunciare ad arrivare finalmente a Palazzo Chigi per di più con tutto comodo, approfittando di una legge elettorale favorevole (che sarà pure una porcata ma se è a proprio vantaggio tanto schifo non fa), la caduta del Pdl e l’annientamento di un Terzo Polo ormai del tutto privo di peso elettorale. Una pacchia.

Difatti, il buon Gigi non sottovaluta nulla. Anzi. Ecco perché stasera a Piazza Pulita (La7), il segretario del Pd ha risposto, sia pur con piglio istituzionale, che una sua candidatura a premier lo interessa parecchio: ‹‹Penso che si lavora in collettivo, che le leadership sono pro-tempore, che devono essere scelte, non si scelgono da sole. Questa è la mia idea, senza tirarmi indietro: sono disponibile solo in questa logica››.

Il problema della sinistra, però, non è mai stato quello di arrivare a Palazzo Chigi ma rimanerci. Napolitano questo lo sa, quanto meno da mesi. Da quando passò l’autunno scorso a intavolare consultazioni per capire se, con il fiato della cancelliera Angela Merkel e dei mercati sul collo, c’era un’alternativa al Governo Berlusconi. Non c’era. Ora non è molto diverso.

Il Pd non ha retto alle urne per la fiducia che in lui ripone l’elettorato giacché ha perso in media il 31,4% di voti anche in città dove fino a 2 anni fa aveva incondizionato consenso: Agrigento, Cuneo e Palermo. Ha retto perché si è alleato con forze anti montiane, Sel in testa, gradite a quegli stessi elettori che nell’Esecutivo vedono tutto ciò che aborrono: banche, finanza, globalizzazione.

Questo però produce un problema politico. Se Pd, Sel e Idv si troveranno insieme al Governo che linea pensano si seguire: Euro o anti-Euro, filo-tedesca o anti-Merkel, europeista o anti-Unione? La domanda non è banale e non

Il capo dello Stato Giorgio Napolitano

la si può risolvere con una patrimoniale, leit motiv della sinistra dura e pura. Uno perché per praticare ulteriori salassi ai contribuenti, sia pur benestanti, con una pressione fiscale record come l’attuale bisogna identificare una rosa di super portafogli precisa e non approssimata al fine di evitare di toccare chi ricco non è ma ha ancora qualcosa da parte. Due perché quelli che la coppia Bersani-Vendola – da bravi comunistoni-statalisti – identificavano come “ricchi” erano gli impreditori, i padroni, gli investitori, ovvero le categorie che oggi falliscono e si ammazzano.

Andare al Governo senza un progetto politico definito ed orientato allo sviluppo – roba che non si può fare senza il mondo dell’imprenditoria e giammai è pensabile praticare a suon di impieghi pubblici – rischia di far capitombolare l’eventuale Esecutivo (e il Paese) in un tempo ancora più breve di quello che pare stia toccando in sorte a Monti e tecnici compari. E poi che si fa? Si va tutti in piazza ad ascoltare Grillo? Fermo restando che magari tra i suoi c’è pure qualche mente capace. Chissà.

Chantal Cresta

foto || newnotizie.it

 

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