Montauk Hotel, stanza 008. La buona novella secondo De Andrè

Sempre aperto il nostro hotel dei ricordi: entriamo nel mondo di Fabrizio De Andrè e del suo quarto album "La buona novella"

«Non intendo cantare la gloria / né invocare la grazia e il perdono / di chi penso non fu altri che un uomo / come Dio passato alla storia / ma inumano è pur sempre l’amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce / chi lo uccide fra le braccia di una croce».

La copertina dell’album “La buona novella” di Fabrizio De André (antiwarsongs.org)

GESÙ COME UOMO E NON COME PROFETA – È con queste parole della canzone Si chiamava Gesù, inserita all’interno del suo primo album del 1967, che il cantautore genovese Fabrizio De André spiega a tutti il suo pensiero sul profeta cattolico. Egli ammette che, pur non riconoscendolo come “figlio di Dio” o profeta di una dottrina religiosa, è comunque un personaggio da ammirare poiché, come uomo, ha tramandato messaggi d’amore e fratellanza. Da ammirare, infatti, è la sua capacità di perdonare anche in un momento di estremo dolore.

Con queste parole il cantautore si distacca dal pensiero cattolico ed ecclesiastico, ormai troppo compromesso con quello politico e, quindi, non più così affidabile, ma rende omaggio semplicemente a qualcuno che ha cercato di cambiare il mondo che lo circondava nel migliore dei modi. I testi di De Andrè, infatti, affrontano in gran parte racconti di emarginati (si pensi a testi come il Cantico dei drogati), di prostitute (la Canzone di Marinella) e di ribelli (Geordie): tra questi De Andrè inserisce anche la figura di Gesù. I testi di De Andrè, però, sono spesso e volentieri delle favole: dalle storie di vita vissuta descritte con quel tocco di semplice e poetica veridicità alle leggende e gli stornelli da menestrello che narrano eventi passati o inventati, il cantautore genovese canta dei veri e propri racconti, in cui la parola viene cullata dalla melodia a seconda di ciò che vuole esprimere. E quella di Gesù, lasciando da parte le divergenze filosofiche sul credere o meno, non è un’altra favola? La storia di un uomo, dalla sua nascita alla sua morte, circondato da una serie di eventi che, per quanto si possano chiamare “miracoli” o “coincidenze” e “fandonie”, rimangono avvolti da quel grande alone di mistero e magia che ha ispirato pittori, registi e molti altri artisti di ogni genere, anche i meno credenti.

I VANGELI APOCRIFI - De Andrè, perciò, non si ferma a qualche testo su un tema che lo affascina e lo incuriosisce, ma vuole raccontare la sua visione sotto un’altra luce. Si documenta, legge e s’informa, fino a trovare una fonte d’ispirazione che più si avvicina a quel suo progetto di musica. Tra le varie letture, infatti, De Andrè s’imbatte nei cosiddetti Vangeli apocrifi, cioè quei testi che narrano gli avvenimenti della vita di Gesù ma che non sono rientrati nella tradizione liturgica. Questi testi, troppo esoterici per la religione, vengono caratterizzati da narrazioni che si soffermano a spiegare la natura meno divina e più umana del Nazareno e dei protagonisti della sua vita. È così che, nel 1970, De Andrè dedica al tema in questione un intero concept album, il quarto della sua vita, dal titolo La buona novella.

IL SENSO DOLCE E MATERNO DEL LATO A – Nell’anno in cui vide la luce, l’album ovviamente non era in formato cd-rom, come lo troviamo oggi, ma in “lp”, con due lati contenenti 5 tracce a testa. Nel primo lato, il lato A, il personaggio principale è una donna: Maria, la madre di Gesù. La prima traccia, Laudate Dominum, dura solo pochi secondi: è un coro che, in modo solenne invoca una preghiera a “Dio”, quale non viene specificato.

Subito dopo una chitarra inizia a suonare e il cantautore ci racconta de L’infanzia di Maria. Qui ci viene raccontata la storia di una bambina che fu condotta molto piccola al tempio, poiché i suoi genitori, S.Gioacchino e S.Anna, l’avevano concepita tardi e, probabilmente, dovevano pagare un voto: «(…) Forse fu per bisogno / o peggio per buon esempio / presero i tuoi tre anni / e li portarono al tempio». Il tempo passa, «scioglie la neve al sole / ritorna l’acqua al mare / il vento e la stagione ritornano a giocare» e Maria cresce fino a che la sua purezza di bambina si tinge di rosso. Non è più adatta a quel luogo sacro, così i sacerdoti decidono di farla sposare. Il prescelto è il vecchio Giuseppe. Qui De Andrè inizia a donare alla figura di questo personaggio un’importanza forse anche più grande rispetto a quella dei Vangeli. Ci dice, come scritto negli apocrifi, che Giuseppe era vecchio (“reduce del passato”) e vedovo (“padre per professione”) e che, dopo aver sposato una “bambina”, la conduce a casa e poi si assenta per ben quattro anni.

Fabrizio De André (melinesante.blogspot.com)

Fabrizio De André (melinesante.blogspot.com)

Al brano successivo, Il ritorno di Giuseppe, il cantautore descrive una scena che non viene descritta da nessuna parte, primo tassello dal colore di favola. De Andrè s’inventa il ritorno a casa del vecchio falegname, immaginandosi il paesaggio intorno a lui («Ai tuoi occhi, il deserto / una distesa di segatura, minuscoli frammenti / della fatica della natura») e le emozioni che prova alla notizia della maternità di una creatura, lasciata quando i suoi “anni erano così pochi”. La leggerezza di questa canzone, dalla melodia arabeggiante, è scandita dalle parole e la capacità descrittiva dell’autore, che per la prima volta nell’album culla chi ascolta, quasi da fargli chiudere gli occhi e immergerlo in quei paesaggi lontani.

Ne Il  sogno di Maria, De Andrè ci descrive l’annunciazione, che ricorda molto, appunto, un sogno in cui le sue braccia diventano ali e, insieme all’Angelo, vola oltre i confini, del tempo e dello spazio, vedendo tutto: al suo risveglio, capisce che l’immaginazione avuta durante la notte era un avvertimento. Una melodia semplice e dolce caratterizza questa traccia, poiché le parole sono le vere regine. L’ultima breve traccia, che dura meno di due minuti, è un Ave Maria che l’autore dedica non alla madre del profeta, ma semplicemente a una madre: «Femmine un giorno / e poi madri per sempre / nella stagione / che stagioni non sente».

L’ANGOSCIA E LA TRISTEZZA DEL LATO B – Da un momento che prelude la felicità, come il parto, De Andrè passa, nel lato B, ai momenti che preannunciano la morte di Gesù: della vita il cantautore non ne tiene conto. La prima canzone che apre questo lato è Maria nella bottega del falegname, dove vediamo la donna nella bottega di colui che sta costruendo le tre croci, le quali «vedran lacrime di Dimaco / e di Tito al ciglio / il più grande che tu guardi / abbraccerà tuo figlio», dove Tito e Dimaco sono i nomi dei due ladroni crocifissi insieme a Gesù. In questa canzone, De Andrè ci accoglie con il rumore di un martello e un flauto malinconico: il cambio di atmosfera che il pubblico sente è drastico e molto coinvolgente, quasi ad ammirare lo stupore negli occhi di Maria.

Dalla costruzione dello strumento di morte, passiamo alla Via della croce, dove il cantautore ci mostra tutta una serie di sfaccettature di caratteri e personalità che sono presenti all’evento e parla a Gesù direttamente. Oltre agli apostoli che «semineranno / per mare e per terra / fra boschi e città / la tua buona novella», e i padri dei bambini uccisi anni prima da Erode che «trent’anni hanno atteso / col fegato in mano / i rantoli di un ciarlatano», è interessante porre l’attenzione su due importanti gruppi. Il primo è quello dei sacerdoti, all’epoca unica vera forma di potere, che il cantautore descrive come “potere vestito d’umana sembianza”, che si compiace di vedere un pericolo morire come uomo, e che si volta verso i meno benestanti, sperando che ora tornino a credere nel giusto. Altro gruppo sono le donne. Un insieme di vedove, infatti, assiste alla scena e soffre in silenzio, poiché «fedeli umiliate da un credo inumano / che le volle schiave già prima di Abramo / con riconoscenza ora soffron la pena / di chi perdonò a Maddalena».

Fabrizio De André (musicparade.it)

Fabrizio De André (musicparade.it)

La figura delle donne viene ancora di più omaggiata nella traccia successiva, quella della Tre madri, dove le madri dei condannati a morte piangono i propri figli: altro evento inventato dal cantautore. Qui De Andrè ci mostra una Maria più materna e terrena, quasi arrabbiata, una madre che piange un figlio, soprattutto nel vederlo spegnersi lentamente, fino ad affermare: «Non fossi stato figlio di Dio / t’avrei ancora per figlio mio». Ne Il testamento di Tito, uno dei ladroni ricorda in punto di morte di aver infranto tutti i dieci comandamenti, senza mai un briciolo di pentimento, eppure vedendo Gesù morire in croce sente dolore e impara cos’è l’amore vedendo “la pietà che non cede al rancore”: verso che, forse, spiega nella maniera più esaustiva, poetica e convincente il vero messaggio del Nazareno.

L’album termina con un Laudate Hominem, in contrapposizione con la primissima traccia. Qui il cantautore, appunto, loda l’uomo e non il santo salvatore: la Religione, che ora lo divinizza, un tempo lo ha ucciso, così come ha ucciso molti altri. Finisce ricordando, con un coro di voci, rivolto a Gesù: «Non devo pensarti figlio di Dio / ma figlio dell’uomo / fratello anche mio».

L’album non è uno dei più noti. La sua poesia di testi e la sua melodia dolcemente perturbante e drammatica, riesce a coinvolgere con la folata di un soffio di vento anche il più scettico degli uomini. L’opera del cantautore genovese è un omaggio a chi si rivolta contro il potere, seguendo pensieri universali che possono uguagliare tutti, come l’amore, la fine delle discriminazioni e la comprensione, e che riescono a vincere battaglie pur non spargendo una goccia di sangue, ma solo facendo da esempio. È un omaggio ai Gandhi, ai Martin Luther King e a quel genere di uomini che, oggi come oggi, servirebbe davvero al nostro mondo.

(Foto: antiwarsongs.org / melinesante.blogspot.com / musicparade.it / ilsecoloxix.it)

 Francesco Fario

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