Montauk Hotel, stanza 007. I God Machine e il fascino del caos oscuro

I God machine (milena.over-blog.com)

I God machine (milena.over-blog.com)

ANTEFATTI – Quando il buon Marco Cocci, leader dei Malfunk, allora conduttore della trasmissione televisiva notturna Mtv Brand:New, presentando il nuovo disco dei Sophia, chiedeva al loro frontman e compositore assoluto, Robin Proper-Sheppard, se potesse fargli una certa domanda, costui rispose semplicemente: «No, perdonami. Preferisco di no». E la trasmissione andò avanti come se niente fosse.

La domanda richiedeva un cenno alle sue esperienze passate, quelle originarie, quelle pure, quelle vere, al fianco degli eterni amici Jimmy Fernandez (basso) e Ronald Austin (batteria). La domanda riportava Sheppard alla memoria dei travagli interiori inflitti da quello che resta di un destino fin troppo cieco alla luce delle intuizioni più fresche e sincere. La domanda riportava alla sua vista interiore i suoi God Machine, nati, morti e sepolti nel giro di pochi anni, così come nel giro di pochi anni (gli statunitensi primi ’90) furono in grado di donare alle ingrate stampe della Fiction/Polydor (mai vista una sola ristampa in circolazione malgrado ormai risponda a sua eminenza Universal) due capolavori immensi nel loro fondere, con soli tre strumenti, generi in rotta di collisione come hard rock, grunge, doom, dark e psichedelia con la poesia viscerale derivante dalla più alta e densa carica emotiva introspettiva, in questo non molto lontana, come intenzione, da ciò che donò alla Madre Terra un certo Ian Curtis poco più di un decennio prima. Poi fu subito il buio, la morte delle quattro corde di Jimmy Fernandez per emorragia cerebrale, l’ingiusto dimenticatoio. Perché?

IL MURO DI SUONO E LA DERIVA ESISTENZIALE – Evidentemente, per qualcuno quel particolarissimo e, soprattutto, nuovo (quindi pauroso per principio) tipo di muro sonoro bucava un po’troppo ogni mente più ingenuamente adepta al comune vivere quotidiano, spolpata viva neurone per neurone, attimo dopo attimo, giù fino al midollo delle sensazioni più intime e ferocemente legate nella penombra delle idee mai così messe a nudo e, con timore, costrette a venire alla resa dei conti del proprio stesso essere, volente o nolente, incapace di intendere e di volere ciò che realmente intendeva e voleva. I God Machine non sono stati (mai) solo una band. Nel loro senso d’esistere si insidiava tutta la consapevolezza di una deriva esistenziale e naturale posta al termine del viaggio, al capolinea di tutte le cose e proprio lì, tangibile, forzatamente a portata di mano ma non per questo esposta alla visione lugubre delle circostanze. Malgrado tutto.

La copertina di "Scenes from the second storey" (991.com)

La copertina di “Scenes from the second storey” (991.com)

SCENES FROM THE SECOND STOREY – Esattamente vent’anni or sono, dopo qualche ep ed alcune apparizioni live mozzaudito, quel muro di suono trovava sbocco nel troppo spesso dimenticato 1993, anno in cui usciva la prima gemma di Sheppard e soci, Scenes from the second storey. «Are you lost?» è la prima espressione verbale assoluta che è possibile udire, prima ancora che l’incipit di Dream machine possa aprire il sipario sui compressori in loop e sulla nenia a nastro invertito che fa da trampolino di lancio per i primissimi atonali e ossessionati riff dispari. Immediatamente, fin dai primissimi secondi di esecuzione, emerge tutta una vasta schiera di fantasmi: c’è il grunge col suo fare ossessivo e il suo porsi come sfogo ultimo e simbolo generazionale; c’è la psichedelica di matrice floydiana rivisitata con torpore asfittico e terminale, prima ancora che gente come Maynard James Keenan, Danny Carey, Adam Jones e, allora, Paul D’Amour (vale a dire i Tool) potessero avere spazio su disco per catturare, smembrare e riassemblare a proprio epocale piacimento quello che nasceva come nuova (se non unica) via di rinnovamento tematico oltre che stilistico; e c’è la decadenza semantica dello spirito “curtisiano” ancora vivo nel profondo e lacerante tumulto interiore post Closer.

L’epica hardcore e crossover di She said, l’apocalisse sonica di The desert song e quella immateriale di It’s all over, la monumentale doppia e dolceamara anima di Purity (compaiono degli archi a suggellare il sublime), l’eternità onirista di Seven, il funesto epilogo melodicamente “joydivisioniano” di The piano song: tutti brandelli di un mosaico troppo perfetto per durare, troppo prezioso per maturare ulteriormente, troppo inamovibile per restare.

ONE LAST LAUGH IN A PLACE OF DYING, l’anno successivo, giunge a parlare da solo, se non dal titolo anche troppo evidente nel suo conferimento di senso, fin dallo sguardo primordiale: una confezione di colore bianco con, oltre al nome della band, solo queste parole scolpite a carattere umile sulla sua superficie anteriore. Ci si trovò, di colpo, dinanzi ad un album scritto e suonato con la morte nel cuore, da condannati a pena eterna sia fisica (Fernandez, che ugualmente compone, suona, arrangia, nonostante l’immobilismo terminale a cui sarà costretto) che morale (Sheppard e Austin che, insieme, in seguito, non vollero più stendere su disco una sola nota che riguardasse un desiderio di vita espressa che, per loro, non poteva avere più senso di esistere). E proprio in questo incedere di pianti urlanti di dolore tutt’altro che autoinflitto si fanno largo i più lucidi deliri dei versi e dei suoni più distorti che l’anima di Sheppard avesse mai potuto concepire.

La copertina di "One last laugh in a place of dying" (eil.com)

La copertina di “One last laugh in a place of dying” (eil.com)

La rabbia per l’impossibilità di proseguire un cammino già troppo carico di amare e inopportune sorprese la si sfoga fin da subito nei rantolanti feedback in loop della The tremelo song iniziale così come nel seguire di Mama, Painless, The love song e Evol all’ossessivo fulmicotone. Paradossalmente, alla vigilia della morte di tutte le cose c’è molta più coesione, maturità, consapevolezza nel suddividersi i ruoli e ostinato ruggito nell’interlacciare ritmiche, melodie e distorsioni fino a regalare all’ingrato mondo il capolavoro dei capolavori: l’irripetibile In bad dreams, in segno di condivisione di spirito o semplice tributo, proveranno a riprenderla in tanti senza, però, riuscire a restituire tutto quel senso emotivo di conclusione e presa di distanza definitiva dall’intangibile («When you sleep / do you see an angel in dying light / or can you see someone standing outside / tryin to set you alight / or maybe you’ve seen someone somewhere before / that I might have loved if I’d never loved you / But you only see me in bad dreams»).

Senso di vuoto, involontaria profezia del non-divenire: la fulminante morte di Fernandez metterà un ingiusto punto su manuali di storia del rock indifferenti e su altre due vite moralmente devastate dall’indesiderabile. Il resto è in tutti i negozi di dischi sotto altro nome e sotto altri concetti.

(Foto: milena.over-blog.com / 991.com / eil.com / ondarock.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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