Montauk Hotel, stanza 006. Nichols, Mud e la trilogia della speranza

«Lo hai fatto per lei, per proteggerla. Vero?»

«Già»

 

Matthew Mcconaughey in "Mud", di Jeff Nichols (elantepenultimomohicano.com)

Matthew Mcconaughey in “Mud”, di Jeff Nichols (elantepenultimomohicano.com)

È questo il piglio incontrastabile con il quale avanza le proprie personalissime motivazioni il vagabondo Mud, protagonista dell’omonimo film interpretato dal sempre eccellente Matthew Mcconaughey, già da qualche pellicola a questa parte (soprattutto Magic Mike di Steven Soderbergh e Killer Joe di William Friedkin, lavori completamente opposti sia per senso che per interpretazione, perciò punti cardinali per testare le effettive capacità del diretto interessato) sulla ribalta dei grandi schermi internazionali. A dirigere lui e l’altro astro nascente, il diciassettenne Tye Sheridan (scoperto da Terrence Malick per The tree of life e fresco vincitore a Venezia come miglior attore emergente) è Jeff Nichols, balzato ad una certa notorietà dopo il premiato (e bellissimo) Take shelter (Gran Premio della Settimana della Critica e Premio Fipresci a Cannes nel 2011, tra gli altri) e, almeno in Italia, dopo aver presieduto la giuria allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma sotto la guida di Marco Muller.

Notorietà anche in Italia, dunque: come no. Infatti, il suo terzo e altrettanto splendido film non ha per niente avuto modo di bussare alle porte delle sale italiane da quasi un anno e mezzo a questa parte (ovvero dalla presentazione a Cannes nel 2012). Onde non inveire inutilmente su dinamiche distributive disumane e fuori da ogni logica (cinematograficamente) sia storica che strategico-metodica, basterà limitarci a ricordare un dato di partenza che, magari, ci aiuterà a riflettere sul contenuto dell’opera e sul suo rispettivo giovane autore: fu proprio Nichols (presidente di giuria, si diceva) a consegnare il Marc’Aurelio d’Oro nelle mani di Larry Clark per il film Marfa Girl. L’evento, osteggiato dai più (tra cui un po’ anche noi, in verità), aveva comunque un suo senso: veniva premiato un autore almeno artisticamente nato, cresciuto e formato negli anfratti più sperduti e malandati della desolata e solitaria periferia statunitense (anche se deliberatamente propenso a raccontarne e mostrarne, soprattutto, il lato più complesso e perverso: quello sessuale) proprio da chi la provincia americana, dal 2007 fino a questo preciso istante, l’ha vissuta, odiata, amata e narrata nei suoi aspetti moralmente anche peggiori ma, di certo, con l’esimio pregio di tirarne fuori elementi di valore planetario e assolutamente comprensibili e condivisibili, esattamente come gli spiriti delle entità umane che in essa si ostinano a tentare di vivere perché altro non sanno o non possono fare.

Mud, più di tutto, arriva a suggellare una vera e propria trilogia di film che potremmo definire come incentrati su unico perno morale inamovibile e indistruttibile: più che l’amore, la continua e immortale speranza in esso, la convinzione, pur prossima alla rassegnazione, che tutto possa andare per il meglio solo ed esclusivamente in seguito al reciproco venirsi incontro, che si tratti di fratellanza, affetto, amore di coppia o reciproco rispetto.

Jeff Nichols (zoom-cinema.fr)

Jeff Nichols (zoom-cinema.fr)

Il giovane Ellis (Tye Sheridan), con il padre (Ray McKinnon) e la madre (Sarah Paulson), vive in Arkansas sulle sponde del Mississippi. Dopo aver scoperto l’inspiegabile presenza di una barca sui rami di un albero situato su di un’isola nel mezzo del fiume, non molto distante da casa sua, lui e il suo amico Neckbone (Jacob Lofland) vi tornano per ispezionarla ed eventualmente impossessarsene. Immediatamente, però, scoprono di non essere soli: la barca, infatti, è già “abitata” da un uomo che si fa chiamare Mud (Matthew Mcconaughey). I tre non hanno nessuno scontro, anzi Mud instaura con i due ragazzini una solida amicizia fin da subito, promettendo loro di lasciare la barca appena avrà sistemato un affare. Una parola tira l’altra e i due ragazzi vengono a sapere dall’uomo che la sua permanenza sull’isola è collegata alla sua disperata ricerca di Juniper (Reese Witherspoon), la donna che Mud ama alla follia fin dagli albori della sua vita. Dopo averla intravista in città, Ellis e Neckbone instaurano con Mud un vero e proprio sodalizio che avrà come scopo l’aiutarlo a riavvicinarsi a Juniper. Tutti e tre insieme, però, dovranno operare per vie traverse perché, nel frattempo, Mud è braccato dalla polizia per un crimine commesso in precedenza. La convinzione, la forza dei sentimenti continuamente messi in gioco e l’incontrastabile desiderio di Ellis nel veder funzionare a dovere ciò che “move il sole e l’altre stelle” avvicineranno sempre di più il ragazzo a Mud, man mano, cioè, che il giovane si accorge della purezza assoluta delle intenzioni dell’uomo, caratteristica diametralmente opposta a ciò che, invece, contraddistingue lo sfaldamento graduale dei rapporti interpersonali della sua vita quotidiana, a cominciare da quelli familiari.

 

«Perché lo fai, Ellis?»

«Che vuoi dire?»

«Perché ci aiuti?»

«Perché voi due vi amate»

 

È incredibile con quale celata ma (se percepita) sublime delicatezza, pietà e forse anche compassione Nichols affronta il suo costante faccia a faccia con la provincia statunitense, densa com’è di ozio, noia, perdita di qualunque forma di stupore eppure detentrice assoluta della vera sostanza delle cose. Negli esordi di Shotgun stories (2007), Nichols affrontava un tema tanto duro quanto delicato come può essere l’odio più plumbeo nei confronti del prossimo più vicino; attraverso le vicende legate a due nuclei familiari distinti ma resi consequenziali da un unico padre deceduto, da una parte alcolizzato, burbero e violento, dall’altra docile, servile e amorevole, Nichols è capace di far emergere quell’indescrivibile urlo interiore che, silente, emerge comunque dalle anime di fratelli stanchi di dover rispondere a omertà e onorificenze provinciali e mediocri. Quell’urlo silenzioso, nascosto, vivo in un corpo dormiente, emerge a chiare lettere da un volto come quello di Michael Shannon, non scavato ma assuefatto, non libro aperto ma comunicatore essenziale del desiderio di fuga con conseguente assenza di traguardo.

Proprio quell’urlo non udibile, eppure così vivo ed evidente, emerge, invece, in maniera anche verbale sia dalla delusione negli occhi di Ellis che dall’ossidazione comunicazionale dell’apocalisse interiore del Curtis di Take Shelter (anche qui Michael Shannon, che compare in un paio di sequenze pure in Mud), obbligato da se stesso a proteggere la sua famiglia da qualcosa che solo lui vede nelle sue paure e che, in fin dei conti, risulta essere nient’altro che la suprema seppur implicita richiesta di suggello definitivo al legame eterno sempre più necessario tanto al nucleo familiare, sostenuto dall’indescrivibile forza della moglie Samantha (Jessica Chastain), quanto alla propria stessa capacità di generare sostanza applicativa dai propri valori. Fino ad arrivare ad essere sulla stessa pagina. Fino a vedere (per vivere) lo stesso incubo.

"Take shelter": Curtis porge la chiave del "rifugio" a Samantha, ma è una richiesta di aiuto

“Take shelter”: Curtis porge la chiave del “rifugio” a Samantha, ma è una richiesta di aiuto

Mud continua ad affrontare monti e mari sperando, con tutte le forze, di raggiungere per l’ennesima volta la “sua” Juniper, così come Tom Blankenship (blank = vuoto; ship = nave: la vera barca che lo sostiene e alimenta) continua a fungergli da padre invisibile eppure mai lontano fin dalla nascita, sperando non di distoglierlo dalle sue convinzioni pur di fargli riportare a casa la pelle, ma di riuscire ad avere la forza di riportarlo sempre in strada ad ogni ingiusto scossone ricevuto. Anche Neckbone ha nello zio Galen un padre putativo che, seppur ingenuamente incapace, spera di riuscire ad essere anche solo un suo confidenziale interlocutore. Ma, più di tutti, è Ellis a nutrire la vera forza universale che lo affama del dover a tutti i costi fare in modo che le cose funzionino secondo il preciso ordine per cui sono state create, provando il dolore più lacerante nel constatare, invece, tanto sulla pelle sua quanto su quella degli altri, che ogni cosa, anche la più pura, può essere stata creata anche per poter essere distrutta.

Son, Boy e Kid speravano in una breve risoluzione di un conflitto durissimo ma insensato, così come Curtis LaForche offriva la chiave d’uscita ma implorava la moglie, nel prenderla, di tendergli la mano al buio del proprio stesso rifugio interiore. Il mondo che Nichols ricrea sullo schermo non è altro che il mondo come realmente traspare sotto il velo delle consapevolezze nascoste. Dove sperare non vuol dire pregare, immobili, qualcuno affinché qualcosa avvenga, bensì mettere in gioco tutto il proprio stesso essere pur di raggiungere un traguardo che, nella sostanza, dovrebbe essere pane quotidiano, qualcosa letteralmente a portata di mano. Il tutto nella sola speranza che, vedendo fermento in superficie, anche ciò che “move il sole e l’altre stelle” faccia davvero il suo tanto osannato corso.

(Foto: cinemaseries.es / elantepenultimomohicano.com / zoom-cinema.fr)

Stefano Gallone

@SteGallone

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