Mondialibri: storie dal panorama letterario sudafricano

Si inaugura con un profilo dello scrittore André Philuppus Brink la rubrica letteraria sul Sudafrica

di Laura Dabbene

André Brink

Scoprire la letteratura sudafricana significa inevitabilmente confrontarsi con la dicotomia storica di questo affascinante Paese, una duplicità riducibile in due parole: bianco e nero. Il conflitto razziale e l’orrore della segregazione imposta dall’Apartheid, hanno segnato la storia del Sudafrica riflettendosi in ogni aspetto della vita e la letteratura non poteva esserne esente, per quel suo potere – e dovere -  di raccontare qualcosa che, dietro i paraventi della censura, non si voleva mostrare per ciò che realmente era: odio e pura violenza.

Andrè Brink, nato a Vrede nel 1935, è un esponente della parte bianca di quegli scrittori sudafricani impegnati nella denuncia di un regime di discriminazione di cui si erano compresi gli aspetti di profonda ingiustizia. Il suo impegno civile è inscindibile dalla sua attività letteraria e ne costituisce il nerbo, fin dall’esperienza fondante dei Sestigers («la gente degli anni Sessanta»), di cui fu animatore dopo gli anni di formazione universitaria e un soggiorno parigino. In quel contesto, accanto a figure intellettuali come il pittore, poeta e saggista Breyten Breytenbach, egli contribuì al processo di rinnovamento della letteratura in lingua afrikaans, conducendola verso il definitivo distacco dalle tradizioni europee per diventare specchio di un mondo diverso, irto di contraddizioni e con necessità espressive non riducili entro gli schemi narrativi di correnti letterarie consolidate.

La maturazione artistica si colloca negli anni Settanta: all’inizio del decennio il suo romanzo Kennis van die Aand (tradotto in inglese come Looking on Darkness ) fu il primo libro in lingua afrikaans ad essere bandito dal governo ufficiale non soltanto perché affrontava il problema interrazziale, ma lo sviscerava sotto il profilo più scandaloso, quello del sesso consumato tra un uomo nero e una donna bianca. Questo, come altre opere precedenti, attende ancora una traduzione italiana, al pari di Rumors of Rain, che gli valse l’assegnazione del Central New Agency Literary Award, il maggior riconoscimento letterario sudafricano, nel 1978: lo scrittore lo aveva vinto già nel 1969 e nuovamente lo conquisterà nel 1982 con A Chain of Voices. Gli anni ’70 segnano anche la svolta linguistica di Brink, che abbandona l’idioma afrikaans, lingua ufficiale del governo razzista e quindi rifiutata come simbolo di un potere con ideali non condivisi, a favore dell’inglese. La fine di quel periodo decisivo nella sua vita di scrittore è coronata dal suo romanzo più noto, grazie anche alla versione cinematografica che ebbe nel 1989, Un’arida stagione bianca (A Dry White Season, 1979).

La locandina del film “Un’arida stagione bianca”

Brink vinse con quest’opera il Martin Luther King Memorial Prize, raccontando di nuovo una relazione tra un bianco e un nero, non d’amore ma d’amicizia, che spinge il primo, professore di liceo, ad indagare sulla misteriosa scomparsa del secondo, scoprendo a proprie spese fin dove possono spingersi la paura e la follia di un governo disposto a assassinare un rispettabile membro della comunità bianca per difendere se stesso e i propri privilegi.

La vasta produzione narrativa e saggistica di questo autore è purtroppo accessibile soltanto parzialmente per chi, in Italia, non mastichi l’inglese a sufficienza per gustarlo in lingua originale, anche se un’idea di base la si può ottenere grazie ai romanzi tradotti presso Instar libri (La prima vita di Adamastor, o Sull’origine del Capo delle Tempeste, 1994), Feltrinelli (La polvere dei sogni, 1997; Desiderio, 2001) e Le vespe (La valle del diavolo, 2000), o alla raccolta di scritti sempre pubblicata da Le vespe nel 2001 (Ieri e vicino: scritti sul Sudafrica, con Prefazione di Nelson Mandela). Difficile dire se per scarsa ricettività dell’editoria italiana o per calcoli di profitto legati al mercato, o ancora per ragioni politiche, ma mancano da questa lista, accanto ai significativi contributi degli anni Ottanta e Novanta antecedenti la caduta del governo segregazionista, anche i romanzi dell’ultimo periodo, in cui Brink si fronteggia con un passato impossibile da dimenticare e difficile da rielaborare e somatizzare. La sua ultima prova letteraria, A Fork in the Road (2009), è un’autobiografia costruita come un romanzo di formazione, dove lo scrittore racconta il passaggio da adolescente afrikaaner, di famiglia cattolica, a voce narrante tra le più significative del Sudafrica per impegno politico e civile.

La polvere dei sogni

Leggendola si ritrovano molti fatti entrati nei suoi romanzi, come l’episodio di un uomo nero picchiato a sangue dalla polizia che si reca nella loro casa per chiedere aiuto a suo padre, magistrato, ottenendo il solo consiglio di rivolgersi alle forze dell’ordine, responsabili del massacro del suo corpo: la stessa scena entra in La polvere dei sogni, narrata dalla protagonista Kristien, come emblema di una violenza fisica, per i neri, e psicologica per quei bianchi incapaci di accettare i retaggi della crudeltà del colonialismo.

Brink è stato, tra questi, in grado di usare lo strumento della letteratura per modificare uno stato delle cose perdurato troppo a lungo e più di molte interpretazioni valgono le sue parole all’indomani della caduta dell’Apartheid: «Questi cambiamenti sarebbero stati pensabili senza la spinta culturale? So per esperienza personale, dalle molte lettere dei lettori bianchi e neri, che una poesia, un romanzo o un lavoro teatrale possono fare molta differenza nella mente e nelle percezioni delle persone: le aiutano a conservare la fiducia quando tutti i fatti sembrano aggredirle; le aiutano a scoprire la solidarietà nella sicurezza di non essere mai sole; le aiutano a riconoscere che l’Altro non è diverso da se stessi».

FOTO/ via  victordlamini.book.co.za; stelladisale.blogspot.com; www.filmotore.com

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