Michael Cimino, il grande regista che Hollywood ha distrutto

Si è spento a 77 anni Michael Cimino, celebre autore de ‘Il cacciatore’ e nemico giurato del sistema hollywoodiano. Prima di piangerlo, c’è da indicare chi l’ha davvero ucciso

Michael Cimino (ilpost.it)

Michael Cimino (ilpost.it)

Michael Cimino si è spento all’età di 77 anni nella sua casa di Los Angeles, California. Dai primi anni settanta fino ai giorni nostri, Cimino è conosciuto come il regista più scandalosamente altalenante tra successi interplanetari (vedi alla voce Il cacciatore, 1978: cinque Oscar, un Golden Globe, varie ed eventuali) e flop talmente colossali (I cancelli del cielo, 1980) da etichettare per sempre la sua immagine con la dicitura di regista scomodo e maledetto – quindi da tenere lontano ad ogni costo dalla macchina da presa – per via delle eccessive pretese produttive e, secondo molti, di un fare scontroso che lo avrebbe messo all’angolo al cospetto della precedente benevolenza riservatagli da quel perfido paese dei balocchi che è sempre stato Hollywood. Di lui, oggi, restano sette film, un cortometraggio, alcune sceneggiature e un paio di romanzi. Per ulteriori informazioni, consultare Wikipedia o testate giornalistiche maggiori e più generaliste.

DUE FACCE DELLO STESSO CORAGGIO – Messi da parte i coccodrilli, se si osserva una sua fotografia recente e la si paragona con un’immagine datata di almeno una ventina d’anni, si ha la percezione di avere a che fare con la figura di due persone completamente diverse. Il ricorso a pesanti interventi di chirurgia plastica è sempre stato più che evidente proprio da una ventina di anni a questa parte. C’è chi ha tirato in ballo questa o quell’altra malattia, altri ancora hanno calato il carico su una potenziale volontà di cambiare sesso. La verità è che all’ambivalenza visiva del personaggio Michael Cimino corrisponde perfettamente una ulteriore ambivalenza non meno importante, strettamente legata alla persona e all’animo in essa contenuto, elementi che, in definitiva, corrispondono perfettamente all’idea di regista e scrittore che si dovrebbe avere di lui in maniera più o meno consolidata tra le cianfrusaglie del bagaglio cognitivo comune a noi amanti imperterriti della Settima Arte.

Michael Cimino (pardolive.ch)

Michael Cimino (pardolive.ch)

UMANESIMO E INCOMPRENSIONE – Persona affabile, studiosa, delicata e profondamente umanista (nel senso di desiderio di trasmissione della conoscenza) in pubblico, Cimino era parimenti scostante e a tratti incomprensibile nel privato, specie tra le mura di studios hollywoodiani capaci di venerarlo prima (assieme ai contemporanei Coppola e Scorsese, che pure, in quegli anni lì, non è che se la siano passata poi così bene; Kubrick era un altro paio di maniche) e lasciarlo con le pezze alle natiche dopo. E per cosa, poi? Semplicemente per aver sfruttato un improvviso e fulminante successo mondiale facendo quello che ogni essere umano dotato di un minimo di senno avrebbe preteso di poter fare: ambire alla luna pur di riuscire a dare vita alla sua opera più ambiziosa, il suo enorme affresco su ciò che, né più né meno, poteva corrispondere a tutti gli effetti alla realtà di un paese martoriato dalla interminabile fame di successi e reputazione internazionale a buon mercato. Era fame di dibattiti carichi di contenuti, fu intesa di comune accordo come megalomania, superomismo, follia distruttiva.

LA GRANDEZZA DISTRUTTAI cancelli del cielo, chiariamolo una volta per tutte, non è – come si affannano a sottolineare i telegiornali in queste ore – “il più grande flop della storia del cinema” (come, poi, una semplice unità produttiva come la United Artists, fallita in quell’occasione, si sia innalzata ad equivalente unica del mezzo è ancora da specificare), bensì il più grande affresco sul mondo contemporaneo che l’America (sia sociale che industriale, nell’ambito dello spettacolo ma non solo) ha deliberatamente distrutto, affossato, lasciato marcire in un limbo di finti eroi e inesistenti giustificazioni rivolte verso un certo “sogno” che ancora non si è capito bene cosa sia mai stato o cosa abbia potuto mai voler intendere. Fandonie? No, se si osserva per davvero la versione restaurata “director’s cut” che un vero Festival del Cinema come quello di Venezia volle, finalmente, fare la grazia di concederci. Nelle tre ore e trentasei offerte da quel capolavoro, infatti, emergeva tutta la grandezza ideologica di chi, come Cimino, aveva compreso a fondo, vivendolo, tutto il senso di inadeguatezza di un mezzo continente posizionato troppo in alto rispetto a dove meriterebbe di sedere per davvero. E poco importa se, per ottenere un risultato così importante, i costi, all’epoca, superarono di tre o quattro volte quelli inizialmente stabiliti dai signoroni in poltrona. Hollywood è un colosso inarrivabile e, in quanto tale, non soffrirà mai veramente così tanto se scippato e derubato a fin di bene (perché l’Arte, quella vera, è un bene, punto e basta). Il problema è che Hollywood è anche un mostro vendicativo, l’Idra che di giorno acconsente a pacche sulle spalle e di notte deturpa il tuo paesaggio non solo interiore.

Michael Cimino a fine anni '70 (cineavatar.it)

Michael Cimino a fine anni ’70 (cineavatar.it)

UN’IDEA CHE NON PUOI CAPIRE – Alzi la mano chi – diciamo così – fa il regista. Molto bene. Ora alzi la mano chi fa il regista e ottiene senza troppa fatica (quindi, forse, fa anche un certo tipo di film che, come dire, possono andare bene, sì, dai, così può passare) il benestare, qui in Italia, della Direzione Generale per il Cinema del Mibact. Eccoti. Sai tu, per caso, cosa può voler dire vederti massacrare un premontaggio di giornalieri ogni maledetto nascere e tramontare di sole, dopo aver messo insieme con enorme cura e consapevolezza il materiale di base che ti servirà per raccontare quello che veramente hai dentro, quello che realmente vedi tutti i sacrosanti giorni intorno a te e che percepisci come incompreso da chi veramente dovrebbe offrire un punto di riferimento quantomeno ideologico? No, tu non lo puoi sapere. Tu, forse, non te ne accorgi ma ti tieni fin troppo stretta la fortuna di poter dire cosa fare ai tuoi interpreti e, così, lasci passare ogni pseudo suggerimento da parte dell’ispettore di produzione di turno che si affanna a ricordarti a che punto è il budget, se ce n’è uno.

UNA FORZA CHE NON PUOI AVERE – Se un capolavoro come Il cacciatore è, appunto, un capolavoro, è solo perché un uomo, prima ancora che un grande artista, ha deciso di combattere, lottare fino in fondo pur di offrire alla tua soporifera e superficiale considerazione non un oggetto di culto ma un vero e proprio cimelio di autoriflessione accorata e istintiva, tanto denso di lucidità e consapevolezza da apparire inaccettabile per chi detta le regole del gioco. Tutto bene, insomma, finché obbedisci e fai quello che passa il convento. Giù, allora, con Clint Eastwood e Una calibro 20 per lo specialista (1974), prodotto di ottima fattura ma che, vuoi o non vuoi, contiene già certi stereotipi tipici dell’imminente e devastante epoca reaganiana, caratteristiche, però, completamente sovvertite da due lavori successivi che, per contro, se ne servono per mettere a nudo, setacciare, fare luce nel buio, orientare. Chiediti, dunque, perché la versione inizialmente “ufficiale” de I cancelli del cielo corrisponde effettivamente ad un film molto brutto, incoerente e incostante dal primo all’ultimo fotogramma. Il motivo è molto semplice e risiede in quanto detto nel paragrafo precedente. In quel caso, il buon Cimino non riuscì a operare quanto fatto per Il cacciatore (rimontare di notte quello che i professoroni di produzione smembravano di giorno, arrivando a 182 minuti di pura ed eterna verità per immagini con tanto di gesto dell’ombrello). Nella turnata successiva, i dottori dei miei stivali ebbero il coraggio di potare più di metà dell’operato giungendo a soli 149 minuti (sugli iniziali 325) di assoluta inconsistenza narrativa.

Robert De Niro ne "Il cacciatore", il capolavoro di Michael Cimino (cinematographe.it)

Robert De Niro ne “Il cacciatore”, il capolavoro di Michael Cimino (cinematographe.it)

Proprio chi ora fa finta di piangere uno come Michael Cimino (ma neanche più di tanto, in verità), insomma, ebbe un certo malsano gusto nel vincere facile su chi, in un modo o nell’altro, gli aveva fatto capire un paio di cose alcuni mesi prima. Ecco perché, prima di postare su Facebook e Twitter questa o quell’altra scena o sequenza dell’unico titolo approvato all’unisono, occorre chiarirlo una volta per tutte: Michael Cimino non è un regista scomodo e maledetto. Michael Cimino è il più grande regista statunitense che la fottuta Hollywood ha deliberatamente e più che consapevolmente distrutto, insabbiato, interrato, ucciso, smembrato, incenerito. E prova a dire che non è così.

(Foto: ilpost.it / pardolive.ch / cineavatar.it / cinematographe.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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