Mattia Torre, ‘Boris’ e la satira al tempo della crisi

Mattia Torre

Mattia Torre

Incontrare Mattia Torre, autore di Boris insieme a Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, in un grazioso ristorante del centro di Roma a poca distanza da piazza del Fico, è un’esperienza alquanto familiare. In una strada piccola e poco trafficata, Mattia arriva in scooter e subito afferma che, se avesse saputo che l’intervista prevedeva l’uso della telecamera, non avrebbe accettato, ma sorride. È diretto e molto spontaneo il quarantunenne romano, penna brillante del teatro e della televisione italiana, e l’intervista video diventa in un batter d’occhio una piacevole chiacchierata.

Volevo partire da Boris, il telefilm cult, che racconta con grande realismo i retroscena del mondo dello spettacolo e

…intanto “telefilm” è la definizione giusta, anche se è la prima volta che lo sento definire così. Questo è stato uno dei primi equivoci su Boris che è considerato una sit-com più che una fiction per via della sua durata, che corrisponde al minutaggio della sit-com tradizionale, ma non lo è perché non ha due ambienti, e quindi definirlo telefilm è abbastanza desueto ma appropriato. Non ricordo la domanda…

Dicevo… Boris, che rappresenta i retroscena del mondo dello spettacolo in maniera sfacciata e ruvida, talvolta è una metafora del nostro Paese e oltre a rappresentare situazioni lavorative concrete propone delle tipologie umane molto reali. La sua innovazione sta nella sceneggiatura o nella varietà di personaggi in cui tutti possono riconoscersi?

Entrambe le cose. Il tentativo di raccontare il Paese attraverso il set e il mondo dello spettacolo, poteva sembrare un obiettivo ambizioso e troppo audace, quindi speravamo di poter almeno riuscire e raccontare alcuni pezzi del nostro Paese e del nostro presente. Soprattutto, la nostra vera ambizione era raccontare il dietro le quinte di un mondo che ha una responsabilità culturale enorme e si dà per scontato. La fiction italiana, oltre ad avere enormi finanziamenti, ha un grande seguito, quindi è un agente culturale molto forte ed era divertente pensare di raccontarne i retroscena, che spesso sono diversi da come uno li può immaginare: molto più ruvidi e crudi, più cattivi, paradossali e anche molto comici. Contemporaneamente andando avanti con le stagioni c’è stata la voglia di raccontare qualcosa di più grande. In generale abbiamo sempre cercato di concepire l’architettura di una puntata come un mezzo per raccontare cose che fossero più possibile interessanti e profonde.

Il microcosmo rappresentato da Boris è indicativo del macrocosmo Italia, questo può generare degli stereotipi?

È esattamente ciò che abbiamo cercato di evitare. La sfida iniziale era quella di raccontare un gruppo di mostri, persone che disprezzano il proprio lavoro e il pubblico cui è destinato, di cui alla fine ci s’innamora perché personificano la complessità che è in tutti noi. C’è Renè Ferretti (interpretato da Francesco Pannofino, ndr), il personaggio più tridimensionale e complesso, che nonostante sia pessimo, tutti lo adorano, e questo è straordinario. Noi per primi abbiamo cercato di non giudicare i singoli personaggi ma di seguirli e appassionarci a loro. Questo è il meccanismo alla base di Boris poi, però, la fotografia proposta è quella di un incubo culturale e umano.

Mattia Torre intervistato da Antonella Nalli

Mattia Torre intervistato da Antonella Nalli

Quindi, siete partiti dal racconto di  luoghi comuni che avete rappresentato in maniera sovversiva?

Io, Luca e Giacomo avevamo già lavorato insieme e le nostre sceneggiature non sono sempre state così ruvide e piene di parolacce, ma nel caso di Boris era fondamentale opporsi alla fiction esistente: edulcorata e finta. Abbiamo provato a raccontare il più possibile un vero set, dove si usa un linguaggio colorito e dove si vive quello spirito frontale (che ancora non va giù a mia madre che considera la serie volgare), ma usarlo è stata una scelta cruciale. Quindi più che i luoghi comuni abbiamo provato a raccontare i personaggi per come sono nella realtà. Poi chiaramente trattandosi di una commedia abbiamo esasperato situazioni e caratteri. E Stanis forse esiste davvero.

Il tuo linguaggio è profondamente leggero e diretto. Assistere a qualcosa di tuo è un’esperienza intima e familiare, come essere in macchina con gli amici e chiacchierare. Le chiacchiere della notte che toccano anche temi profondi con assoluta leggerezza e alla fine portano grandi risate… ed è esattamente ciò che succede con i tuoi spettacoli. Il pubblico si sente avvolto in un clima caldo e amicale e si diverte. È questo il tuo fine?

Quando lavoro solo o anche con Giacomo e Luca, cerchiamo di pensare allo spettatore, e ci chiediamo se fossimo spettatori cosa ci piacerebbe vedere e sentire. Per questo racconto storie divertenti, non necessariamente stupide o volgari, qualcosa d’interessante senza prenderlo troppo sul serio, liberandomi della tendenza autocelebrativa ed esclusiva che spesso ha il teatro. Il teatro mi ha annoiato per anni e sono stato uno spettatore terrorizzato, sentendomi prigioniero di una sala. Per questo motivo ho provato a creare continuamente picchi alti e bassi, ad avere una prospettiva antropologica mettendo in scena personaggi che discutono anche animatamente, poiché queste sono scene che ritrovo nella vista di tutti i giorni e nelle chiacchiere notturne con gli amici. Sono tutte situazioni emozionanti perché ci riguardano. Questo è ciò a cui tendo, ma non sempre mi riesce.

Nel monologo Gola parli del cibo e dell’importanza che noi italiani gli attribuiamo. Cosa pensi della sua onnipresenza?

Intanto io sono la prima vittima di tutto ciò e penso che, anche se declinato in commedia e quindi in farsa, Gola racconti il cibo come anestetico sociale. Noi davvero abbiamo un rapporto malato e folle, monotematico, ossessivo e oscuro col cibo. Mentre avvengono le catastrofi noi mangiamo.

In questo momento storico, in cui la realtà risulta essere drammatica, qual è il ruolo della satira?

È una questione molto complessa e interessante. Io ho lavorato per tanti anni in televisione, ma spesso ho provato disagio perché avevo la sensazione che la satira tendesse anche a normalizzare fenomeni allucinanti. Quando scoppiò il caso Ruby, l’idea che la televisione lo normalizzasse con l’ironia, mi spaventava. Prendendo in giro tutto, la satira rischia di non raccontare nulla. Inoltre noi siamo un Paese terribilmente abituato alle tragedie di ogni sorta: umane, sociali, culturali ed economiche per cui è molto difficile raccontare qualcosa e arrivare al cuore del problema. Questa è un’angoscia che, da scrittore e autore, vivo ogni volta e mi domando quale sarà il modo giusto di raccontare un fatto. Poi quando vedo che ho fatto qualcosa che funziona, mi meraviglio e mi sembra sempre un miracolo. Detto ciò, l’atteggiamento è sempre quello di massimo rispetto per il pubblico con cui provo a sintonizzarmi, non per compiacerlo ma per avviare una comunicazione.

E le domande sono finite…

…beh, è stato piacevole!

Te l’avevo detto, il tempo di un caffè…ancora un momento, prima di lasciarci puoi dirci se ci sarà la quarta serie di Boris?

Al momento lavoro ad un film. Per quanto riguarda Boris si vedrà…

Mattia risponde in maniera evasiva, non conferma ma non nega, sorride. La nostra sensazione è che ci sia già fermento a riguardo.

Antonella Nalli

@a_enne_ti

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2 Risponde a Mattia Torre, ‘Boris’ e la satira al tempo della crisi

  1. avatar
    Marco 16/12/2013 a 15:08

    Ho sentito dire che c’è una petizione per chiedere una quarta serie di Boris. Se è così, qualcuno sa a che pagina è?

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