MasCara: uno scambio etico “sull’uscio di casa”

Lucantonio Fusaro (voce e chitarra dei Mascara)

Abbiamo assorbito il loro docile tatto e la loro sapiente delicatezza mista a momenti di rabbia sempre coscientemente contenuta in versi precisi, riflessivi e quanto mai toccanti. Li abbiamo seguiti con stupore fin dagli esordi dell’ep L’amore e la filosofia del 2010 (che, non a caso, ben sintetizzava tutta questa espressione di senso umano) e ci siamo imbattuti con estremo piacere (e con ottimi risultati) nel loro bellissimo “long playing” d’esordio Tutti usciamo di casa (in questo periodo in arrivo nei negozi). È giunto, dunque, il momento di avvicinarci un po’ di più ai MasCara cercando di toccare, anche noi, fin dove possibile, quelle corde capaci di stabilire un concreto e fondamentale nesso tra il concetto di esistenza e la possibilità di cantarne le spoglie attraverso le note di una canzone. A tale scopo, ci viene in aiuto Lucantonio Fusaro, voce, chitarra e anima della band varesina.

Tutti usciamo di casa è il titolo del vostro nuovo lavoro, il primo “long playing” ufficiale dopo l’ottimo ep d’esordio L’amore e la filosofia. Perché questo titolo?

Essendo io il diretto interessato di questa domanda posso risponderti con molta chiarezza. L’uscita di casa è un rito e allo stesso tempo un simbolo di un destino ineluttabile che è quello di staccarsi dal nido familiare e diventare adulti. L’obiezione potrebbe essere quella di dire “in italia sempre più giovani rimangono tra le mura di casa per molto più tempo rispetto al passato o rispetto all’europa intera”, ma io ritengo che la crescita sia inevitabile e ho preso volutamente come esempio l’uscire di casa perchè è un valore che in qualche modo stiamo perdendo, un po’ per paura un po’ perchè ci viene negata la possibilità di un futuro e quindi di una vera e propria collocazone nella storia, piccola o grande che sia. Quindi la lettura è doppia: da una parte suona come un inevitabile passaggio della vita, ma letto sotto un’altra veste è un invito a ribellarsi, ad uscire dalla mediocrità per crescere, ma non amando i proclami altisonanti ho optato per qualcosa che fosse umano e non carico di odio o di rabbia. Sono stufo della rabbia che si trasforma in sterile isteria.

Lasciandosi trasportare dalla successione dei dodici brani in questione, meglio se testi alla mano, sembra proprio di leggere (anzi vivere), una sorta di romanzo di formazione sviluppato sull’idea di concept album. Può essere un’ipotesi valida o è un’idea troppo azzardata?

No è corretto. Anche se non lo abbiamo pensato specificatamente così, è venuto naturale. Forse per il momento in cui l’abbiamo scritto oppure per una necessità inconscia dettata da altro, ma ci siamo ritrovati con una serie di suggestioni che sono diventate delle vere e proprie tappe che in qualche modo simboleggiano passi importanti della vita di ogni uomo. La cosa che più abbiamo cercato è stata quella di staccarci dalla quotidianità. Amo i racconti o i miti perchè sono capaci di dare una forza simbolica al messaggio non dovendo raccontare qualcosa che effetticavamente non è vincolato alla realtà. Avevo bisogno di storie e personaggi che facessero da archetipo, non volevo raccontare per la milionesima volta il disagio di giovani di provincia alle prese con le sconfitte dovute ad un paese meschino e vecchio, questo ce lo ricordano in troppi e nessuno si cura di darci una motivazione per non mollare o per non dire “ormai è finita”. Il disco è pensato e costruito per dimostrare che la forza della passione e dell’amore per l’umanità è capace di salvarci, di darci una nuova speranza. È anche una fondamentale ricerca del passaggio. Vorrei che il nostro lavoro sia legato al passato come un figlio alle proprie radici ma pronto per vivere e costruire la propria strada.

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Stilisticamente, rispetto al precedente ep, si nota a chiare lettere un’immediata ed importante evoluzione sia compositiva che stilistica per ciò che riguarda una maggiore attenzione in sede di arrangiamento. Come è nato, quanto è durato e come avete vissuto il periodo di “gestazione” dell’album?

Copertina dell'album "Tutti usciamo di casa"

Dopo l’ep abbiamo fatto qualche mese di incubazione, dove i desideri e l’esperienza appena vissuta stavano finendo di lottare per poi restituirci il frutto di una maturazione che sentivamo imminente. Quindi abbiamo deciso di alzare la posta e di non limitare nessuna delle idee che ci venivano in mente senza aver paura di come recuperare risorse, strumenti e persone. Le orchestre sono state pensate fin da subito e ci siamo posti successivamente il problema di come portare in studio le persone. Nonostante il disco stia uscendo nel 2012, è stato ultimato nell’arco di 6 mesi e poi la sua registrazione e pubblicazione ha dilatato un po’ le tempistiche. I brani sono venuti molto naturali e fra loro, poi, c’erano brani come Dorian, La Stanza e Tempo prendimi per mano che erano stati scritti all’inizio del nostro percorso e quindi avevano la necessità di prendere la forma adatta alle nostre nuove competenze e suggestioni. È stato più complesso smantellare certi meccanismi sterili in questi brani che non scriverne di nuovi come Di gioia e rivolta o Da uomo a uomo. Abbiamo ascoltato così tanta musica che se non avessimo scritto cose nuove seguendo tutte le suggestioni assorbite saremmo impazziti completamente.

Quanto c’è di autobiografico nelle tematiche affrontate dal disco?

Non molto nella forma, c’è nella sostanza. Mi spiego. Io credo che un certo modo di vedere il mondo traspaia anche se si sta inventando una storia. È come se le parole che scegli già identificassero perfettamente chi scrive e cosa ha in quel momento, pur non parlando direttamente di sè. Ho un’attitudine narrativa che si distacca dal “qui ed ora”, ho una naturale propensione per la distruzione delle coordinate di tempo e spazio. Non mi interessa fare la cronaca della vita mia o altrui, non ci riesco o non sono interessato (devo ancora capirlo, questo) ma ho la sensazione che il mio ambiente naturale sono le storie così come le favole o i racconti. In questo mi sento del tutto sincero, quello che scrivo è un modo di rielaborare la vita per simboli che sono miei, in cui trovo conforto, strazio, paura o benessere. Il cambiamento che pervade l’intero lavoro è qualcosa che sto vivendo e che quindi parla di me, della mia vita ma con la giusta dose di immaginazione e creatività per non rendere il tutto a misura Lucantonio Fusaro. Le immagini che ci sono nel brano Tutti usciamo di casa sono immagini che chiunque avrebbe potuto descrivere pensando alla propria infanzia. Puoi cambiare la chiesa e l’aeroporto e ci puoi mettere la stazione del treno e le scale della nonna e puoi vedere gli stessi bambini in un’afosa giornata di luglio dopo un temporale senza doverci vedere casa mia, la mia città, il mio aeroporto.

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