Mario Monicelli: il fragile partigiano della dignità umana

Mario Monicelli

Roma – La notizia è tra le più tristi che un’intera nazione avesse mai potuto ascoltare e recepire proprio in queste ore di piena lotta alle ingiustizie politiche e sociali. Si stenta a crederci vista la possente energia e il battagliero spirito di rivolta del diretto interessato ma sembra essere proprio tutto vero. Con le lacrime agli occhi, annunciamo che il grande maestro Mario Monicelli si è tolto la vita proprio in queste ultime ore.

Increduli ed esterrefatti, apprendiamo la notizia dalle fonti Ansa, le quali dichiarano che il maestro ha deciso di lanciarsi dal reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma dove era (non per la prima volta) ricoverato. Stessa sorte toccò al padre Tomaso nel 1964.

Una vita passata dietro la macchina da presa. Una vita che non occorre spiegare né narrare, tanto elevata è la sua fama, tanto straripante è il numero e la qualità delle sue produzioni, da Guardie e ladri a I soliti ignoti e L’armata Brancaleone, da Amici miei a Parenti serpenti e Il marchese del grillo passando per il capolavoro La grande guerra. Una vita che, per un motivo o per un altro, il grande maestro non ha percepito più come sua. Quale sia stato il motivo o, più minuziosamente, l’ultimo decisivo pensiero che ha costretto il corpo del maestro a contorcersi nel vuoto non lo riusciamo, francamente ad immaginare. Si, perché la notizia arriva davvero come un fulmine a ciel sereno a sfasciare l’adiacente asfalto solido delle convinzioni morali che ci hanno sempre legati e ci stavano incessantemente mantenendo aggrappati alla sua persona in qualità di fervido ed indefesso sostenitore delle ideologie più sincere di vita comune, di un qualsiasi spiraglio di sostegno vitale nei confronti di una realtà collettiva, quella dell’ “italietta” odierna, sempre più allo sbando concettuale.

Il maestro al fianco di Totò sul set de "I soliti ignoti"

Tutto (ma proprio tutto) il cinema italiano più prestigioso, importante ma anche schietto e di sottile ma pungente (Dio solo sa, se esiste, quanto pungente!) denuncia è passato tramite lui. Sono stati tutti al suo fianco, da Vittorio Gassman a Marcello Mastroianni, Totò, Alberto Sordi, Claudia Cardinale, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Paolo Villaggio, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Gigi Proietti, Monica Vitti, Enrico Montesano, Stefania Sandrelli, Gian Maria Volontè. E scusate se è poco.

Non ce lo si riesce a spiegare. Fino a pochi giorni fa, manifestava con tutti noi la sua protesta contro lo scempio da sciacallaggio governativo in ambito economico per lo spettacolo, forte, come sempre, del suo piglio da eterno lottatore civile e partigiano della dignità umana.

Il cinema, italiano ma non solo, non sarebbe stato quello che è stato e, per molti, non sarebbe diventato quello che è ora senza il suo supporto realizzativo per ciò che vere e proprie menti e (soprattutto) anime geniali come Agenore “Age” Incrocci e Furio Scarpelli, su tutti, hanno riversato nero su bianco quasi ad esorcizzare il male interiore del veder risorgere un’intera nazione sulle orme del sempre crescente consumismo.

Non c’è un fotogramma del maestro che non porti con sé quell’intimo seppur urlato sentore di avversità viscerale verso l’indecenza nell’espressione più pura di un malessere indesiderato eppure sempre lì, odioso, a fare da spillo tra le natiche della gioia di essere al mondo. È l’apice vegetativo della “Commedia all’italiana”, la quintessenza del saper far (sor)ridere narrando la storia intera di un popolo rinato (anche se mai davvero cresciuto) dalla fame di ricostruzione e capace di fare della cosiddetta “arte di arrangiarsi” il più puro spunto creativo di profonde riflessioni legate ad un ormai smarrito sentimento di fratellanza e sostegno reciproco.

Ai microfoni della fulminante Raiperunanotte, soltanto pochi mesi fa, il maestro si esprimeva con una forza ed una energia di rivolta straripante. “Ormai siamo tutti pronti a chinare il capo”, diceva, “a mantenere il posto, a guadagnare, a sopraffarci, a intrallazzare. È proprio la generazione che è corrotta, malata, che va spazzata via”.

Perché, dunque, un simile gesto? Perché una scelta così decisiva? Proprio ora che si stava attuando, forse, una delle prime vere e proprie rivolte sociali dal basso inteso come senso civico comune in ambito di diritti ed opportunità intoccabili. Perché proprio lui, agilissimo e ancora lucidissimamente scattante di pensiero ed opinione nonostante i suoi meravigliosi 95 anni? Forse perché “la speranza è una trappola inventata dai padroni”.

Non ci sono ipotesi che tengano. Non esistono santi (dove sono quando servono?) in paradiso che possano spiegare un simile contesto. Vige soltanto una mai così profonda esigenza di riflessione. Ebbene si. Noi italiani, se ancora crediamo di esserlo, siamo chiamati ad un immancabile procedimento di introspezione interiore, a guardarci dentro per tentare di capire, fin dove possibile, le probabilità di sopportazione di un uomo vero, genuino, strabordante d’amore per il prossimo fino alla maledizione diretta delle istituzioni incapaci anche solo di percepire il sentimento globale di una nazione senza più orizzonti raggiungibili.

E allora come finisce questo film, maestro? Diccelo tu. Diccelo adesso. “Mah, io spero che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato: una bella rivoluzione”.

Onore, dunque, alla tua rivoluzione.

Stefano Gallone


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