Marco Pantani non è stato ucciso. Le conclusioni della Procura

pantani

Mamma Tonina su Facebook

Bologna – Il Procuratore di Rimini, Paolo Giovagnoli, chiede l’archiviazione dell’indagine bis sulla morte di Marco Pantani. Il filone di indagine era stato aperto un anno fa per omicidio volontario ai danni del ciclista deceduto il 14 febbraio 2004. La richiesta di approfondimento dell’indagine era stata chiesta dalla famiglia della vittima attraverso il legale Antonio De Rensis.

Secondo quanto stanno battendo le agenzie di stampa nazionali, la Procura ha confermato quanto sostenuto nei mesi scorsi: non ci sono motivi per continuare le indagini giacché non vi sono ombre sul decesso del campione. Il Pirata è morto a causa di un cocktail di droga e farmaci senza che vi sia prova della presenza o della mano di terzi. 

La famiglia di Pantani, al contrario, ha sempre sostenuto che il decesso dello sportivo fosse avvenuto con modalità non del tutto chiare ed è infatti ora la madre di Marco Pantani, la signora Tonina, che replica risoluta su Facebook alla richiesta del procuratore: «Aspettavo questo dopo aver visto l’indifferenza del Procuratore. Sentenza dura, ora inizia la guerra». Il tutto mentre il legale della famiglia fa sapere di essere pronto a una ‘durissima opposizione’ alla decisione dei giudici con la presentazione di un’istanza alla Procura di Bologna.

Marco Pantani (Tgcom24.it)

Marco Pantani (Tgcom24.it)

LE CONCLUSIONI DELLA PROCURA – L’atto del Procuratore Giovagnoli è citato da Andrea Rossini su Corriereromagna.it. In esso le conclusioni della procura non paiono lasciare spazio a nessuna altra analisi.

Pantani è morto – spiega la Procura – in una stanza chiusa per un sovra dosaggio di sostanze tossiche tale «da far ritenere più probabile un volontario suicidio che non una morte causata accidentalmente da una volontaria eccessiva assunzione di cocaina»

L’ipotesi del suicidio – continuato le conclusioni dell’inchiesta bis – è avallata dall’assunzione del farmaco ritenuto principale causa del decesso, il Trimipramina in compresse; inverosimile – per il procuratore – che «qualcuno abbia costretto con la violenza Pantani ad ingerire delle pillole di cui era difficile conoscere l’effetto senza una specifica preparazione farmacologica».

Sicché, continuano Giovagnoli, l’inchiesta bis «non ha fatto emergere elementi concreti a sostegno dell’ipotesi che Pantani sia stato volontariamente ucciso da terze persone». «Anzi, sono risultati confermati e rafforzati tutti i dati già presenti nei processi già celebrati che convincono che la sua morte sia dipesa esclusivamente dalle sue stesse azioni, tanto da far ritenere più probabile un volontario suicidio che non una morte causata accidentalmente da una volontaria eccessiva assunzione di cocaina».

Il procuratore insiste sull’infondatezza di reato che ha cercato di attribuire responsabilità ed inefficienza nei confronti di alcuni processati già ritenuti non responsabili di reato e degli inquirenti che si sono occupati del caso. Gli elementi addotti dalla famiglia sono irrilevanti e non sufficienti a dubitare dell’atto volontario compiuto dal ciclista. Il perché è presto detto: «Verosimilmente cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza», con teorie di omicidio e complotto incongruenti se non fantasiose.

Nella realtà, l’ipotesi verosimile del suicidio è avvalorata anche dai mobili che bloccavano l’ingresso dell’appartamento di Pantani, tali e tanti che è stato necessario forzare la porta dall’esterno. Nessuno avrebbe potuto uscire dal locale se non passando dalla porta e nessuno avrebbe potuto farlo lasciando la porta così ostruita: «tale circostanza non è stata in alcun modo posta in dubbio dalle indagini svolte nel presente procedimento e conferma quanto già ampiamente accertato nella pregressa indagine; gli ostacoli sono stati posti dietro la porta dallo stesso Pantani che quindi era solo nelle fasi precedenti la morte».

Tutto ciò che esula dai fatti esaminati e ricostruiti, spiega ancora Giovagnoni nella richiesta di archiviazione: «Posate, lavandino spostato, giubbotti, assenza del “bolo”, videoriprese parziali, testimonianze ritenute dubbie, violazione sigilli, speculazioni sulle immagini del luogo dei fatti e altro, più che indicare indagini suppletive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza ed adeguatezza delle indagini del 2004». Caso chiuso, dunque, per la Procura di Rimini.

Chantal Cresta

Foto || tgcom24.it

 

 

 

 

 

 

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