Mannarino, con ‘Al Monte’ torna in scena il teatro canzone

Alessandro Mannarino, Al Monte è il suo nuovo disco

Alessandro Mannarino, Al Monte è il suo nuovo disco

E ora guai a continuare ad etichettarlo come “fenomeno geolocalizzato entro il Grande Raccordo Anulare”, a costringerlo entro i soffocanti confini di una romanità che comincia a stargli stretta. Sì, perché quello che Mannarino sta portando in scena nei palazzetti delle maggiori città italiane (due giorni fa l’Obihall di Firenze, prossima tappa in “casa” al Brancaccio di Roma) è uno spettacolo maturo, convinto e convincente.

IL RITORNO DEL TEATRO CANZONE – E l’utilizzo del termine “spettacolo” non è un refuso da parte di chi scrive, perché il termine “concerto” risulterebbe riduttivo. Arrangiamenti sperimentali, e comunque molto diversi rispetto al disco, una scenografia sognante di felliniana memoria, e la presenza in scena di ben 11 musicisti: sono questi gli ingredienti della drammaturgia messa in scena dal cantastorie romano, ovvero il racconto di un uomo e una donna che si cercano, si inseguono e, alla fine, si incontrano.

E, lungo questo percorso, Mannarino snocciola le sue canzoni secondo un canovaccio ben definito: la prima parte dedicata ai brani del terzo e ultimo album (Al monte), le cui sonorità delineano piccoli storie di una quotidianità mai banale (è il caso de L’impero, Gente e Signorina); la seconda più canonica, durante la quale Mannarino esegue, quasi senza soluzione di continuità, i suoi “classici”, se si può parlare di classici per brani non più vecchi di appena 5 anni (come Il bar della rabbia, Statte zitta, Serenata lacrimosa).

Mannarino: partito il tour promozionale di ‘Al Monte’ (onstageweb.com)

MANNARINO 2.0 – In tutto questo percorso, Mannarino si mostra capace di tenere il palco in maniera matura e coinvolgente. Riflessivo e teatrale quando abbozza le sfumature di affreschi moderni e malinconici (capacità che rimanda ad eccellenti maestri, che non nomineremo per non incappare nel secondo comandamento): l’esempio più paradigmatico è rappresentato da Scendi giù che, laddove non fosse sufficiente il testo, il cantautore dedica alla famiglia di Stefano Cucchi. Divertente e divertito quando si lancia nei suoi classici, riproposti in modalità danzereccia, strizzando sempre l’occhio al pubblico. A dividere le due parti una pausa fin troppo lunga, quasi a ricordare che lo show è più prossimo al teatro che al concerto tout court, ed un monologo in cui Mannarino mette in scena la storia di un uomo costretto in una gabbia.

Ecco, se proprio si deve fare un appunto, questo riguarda le capacità attoriali del cantante, a volte impacciato nei confronti del pubblico e ripetitivo nelle espressioni facciali. L’impressione è che si tratta semplicemente di una timidezza caratteriale da parte di chi fino a un anno fa a Firenze ci suonava, ma gratuitamente e in una delle piazze maggiormente note della città, e che ora, invece, si trova a riempire palazzetti. Ma, a colmare questo gap, intervengono la buona amalgama con i musicisti, che si lanciano anche in balletti e in coup de theatre, e la professionalità di chi ha messo su l’intero show.

Mannarino e la sua band (foto via: www.facebook.com/officialmannarino)

Mannarino e la sua band (foto via: www.facebook.com/officialmannarino)

QUANDO A DELUDERE E’ IL PUBBLICO –  A sorprendere in negativo è, paradossalmente, il pubblico che, al Mannarino impegnato, preferisce quello in versione salsa e merengue; che anticipa le parti recitate delle canzoni, rendendo quasi impossibile una fruizione più attenta; che sembra aspettare unicamente il momento in cui potrà cantare a squarciagola Me so’ mbriacato (non a caso il brano che chiude il live). D’altronde, lo stesso cantante non ha fatto molto per smentire la sua fama di bad boy dedito a Dioniso (la resistenza a pubblico ufficiale in cui è stato coinvolto la scorsa estate non regge sicuramente il confronto con gli eroi ricorrenti in alcune sue canzoni).

Ma il live andato in scena a Firenze ha dimostrato come i tempi siano maturi perché Mannarino possa passare da “Tonino Carotone de noaltri” ad artista davvero completo, capace non soltanto di scrivere sonate che appartengono alla grande tradizione romana, ma di raccontare storie e suggerire allegorie (in questo la presenza in scena della bravissima Simona Sciacca ha dato un contributo fondamentale). E, assieme a Mannarino, crediamo che possa crescere e maturare anche il suo pubblico. Le premesse, in tal senso, ci sono tutte.

Antonio Giordano 

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