Mamma a carico: quando una madre diventa figlia

mamma a carico

Una scena tratta dal lungomestraggio

Mamma” è la prima parola che impariamo a pronunciare, sinonimo di vita, origine del mondo. La nostra sembra restare sempre la stessa, sembra non invecchiare mai, sembra non poter morire mai. La vorremmo vedere sempre forte, sorridente, accudente. E invece a volte dobbiamo diventare noi le mamme e loro le figlie. Lo racconta con dolce leggerezza la regista Laura Chiossone, nel suo lungometraggio: Tra cinque minuti in scena, prodotto da Rosso Film.

La protagonista, Gianna Coletti, è una figlia che ha imparato a diventare mamma di sua mamma novantenne, mentre lei ne ha cinquanta e non potrà essere assistita da nessuno, se e quando le dovesse servire, dato che una figlia vera non ha potuto averla. Infatti, a causa della sua relazione di cura, dipendenza, amore e follia con la mamma, non può costruirsi una storia d’amore, nè tantomeno una vita sociale. L’attrice non recita questa parte solo nel film, ma anche nella vita reale. Lo racconta nel suo blog Mamma a carico, dove cerca di dare una nota ironica alla sua complicata situazione: «Non voglio che sia un contenitore di dolore. È struggente per me vedere mia madre che si consuma, che si spegne: ma anche in questo strano rapporto si possono trovare momenti di gioco e di gioia…»- dichiara, con una forza e una determinazione che è da esempio a molte donne che vivono la stessa situazione e cercano conforto nel suo consapevole ottimismo.

Non è facile, però, trovare quest’energia, soprattutto perché ci si sente vittime, ci si sente intrappolati in una boccia di vetro, come un pesciolino rosso che vorrebbe uscire ed essere libero, ma non esce dall’acqua, perché altrimenti morirebbe. La rabbia e la paura fanno soffocare, l’obbligo dell’accudimento opprime le vite di queste sfortunate figlie-mamme, ma l’amore che si prova per la persona che ci ha generato, cresciuto ed adorato, supera ogni cosa.

Non si tratta di riconoscenza, perché sappiamo bene che spesso i figli non sanno nemmeno cosa sia. Si tratta di puro affetto, di comprensione, di vera e propria necessità. Come si fa a dire di no ad una madre che chiede il tuo aiuto, che non accetta quello di nessun altro, che si fida solamente di te?

La mamma a carico di Gianna non vuole una badante, vuole solo lei. Ora ha due badanti, ma anche Gianna continua a vivere con loro, condividendo con loro una situazione estremamente difficile.

Sono tre anni che Gianna gestisce la madre e, nonostante tutti i periodi orribili che ha vissuto e continua a vivere, riesce a provare gioia in alcuni momenti intensi in cui sua madre smette di essere sua figlia e torna ad essere sua madre. Momenti in cui torna a ridere e a scherzare con lei, con quella figura imprescindibile con cui si può anche avere un rapporto complicato, ma non si può mai smettere di adorare.

Nel film è questo il rapporto che si vede, quello autentico di Gianna con sua madre. L’attrice è la madre stessa che, anche se non recita, è stata felicissima di interpretare quella parte. Anche se l’attimo dopo se l’era scordato.

Questo lungometraggio mette in scena un problema sociale che era rimasto dietro le quinte, lanciando un messaggio di speranza e di coraggio, filtrando il dolore attraverso l’umorismo, mettendo in luce il valore di una donna che affronta la vita con un sorriso stanco, ma reale.

Claudia Polsinelli

 

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