Mafia e Stato: dal papello ai pizzini

Dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e la consegna del papello con le richieste di Cosa Nostra allo Stato, si riapre il caso sulla trattativa “oscura” durante il periodo delle stragi

falcone-borsellinoPalermo – Metà giugno 1992. Scatta la “trattativa” tra Stato e Cosa Nostra. Solo un mese prima, il 23 maggio, Giovanni Falcone viene fatto saltare in aria nella strage di Capaci. Solo un mese dopo, il 19 luglio, tocca al suo naturale erede, quel “morto che cammina” di Paolo Borsellino. Cosa portò lo Stato ad aprire un “canale preferenziale e privilegiato” con i vertici della Mafia? Il negoziato andò a buon fine? Con quali risultati?

Facciamo un passo indietro. Gennaio 1992, la Cassazione chiude il maxiprocesso con 360 condanne. L’epilogo arriva grazie ai due magistrati siciliani che,  prendendo in mano le sorti del processo, ribaltano la situazione rigettando molte richieste di appello e ripristinando alcune condanne annullate. Cosa Nostra inizia così il piano di vendetta. L’omicidio Lima, a Marzo, ne era un avvertimento, un segnale chiaro verso Roma. Intanto, però, infuria Tangentopoli.

Giovanni Ciancimino

Giovanni Ciancimino

Ha inizio la stagione stragista, e Falcone ne è la prima vittima. Il paese è sotto choc, indignato di fronte alla brutalità con cui la Mafia rivendica il suo ruolo, straziato dalle parole di Rosaria Costa, vedova dell’agente Schifani. Bisognava fare qualcosa. Qui si collocano le dichiarazioni di Giovanni Ciancimino, figlio di quel Don Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo, inquisito per mafia. E’ lui che, insieme al padre, fa da anello di congiunzione tra le istituzioni e Cosa Nostra. Il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, secondo le sue deposizioni, chiedono di interagire con la Mafia per arrivare all’arresto dei due principali boss: Totò Riina e Bernardo Provenzano. La logica è quella del “dare per avere”. Zù Totò, attraverso Antonino Cinà, fa arrivare a Ciancimino il famigerato “papello“, un foglio in cui Cosa Nostra avanza precise richieste. 12 punti. 12 rivendicazioni. 12 pretese inattuabili:

1)      revisione sentenza del maxiprocesso

2)      annullamento decreto legge 41 bis (che prevede il «carcere duro» per i mafiosi)

3)      revisione legge Rognoni-La Torre (introduceva il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni)

4)      riforma legge pentiti

5)      riconoscimento benefici dissociati (Brigate rosse) per condannati di mafia

6)      arresti domiciliati dopo i 70 anni di età

7)      chiusura delle supercarceri

8)      carcerazioni vicino le case dei familiari

9)      niente censura posta familiari

10)   misure di prevenzione e sequestro: non familiari

11)   arresto solo in flagranza (nel testo fragranza) di reato

12)  levare tasse dei carburanti come Aosta (per tutelare gli interessi economici e defiscalizzazione della benzina)

Sarebbe questa la prova della trattativa avvenuta sottobanco tra Roma e Palermo. Secondo Ciancimino junior, il documento viene consegnato al colonnello dei carabinieri del Ros, Mori, che però smentisce. Ma dal contenuto ne vien fuori un particolare: chiedendo la sospensione del 41bis, che fu convertito in legge più tardi nel mese di luglio (dopo via D’Amelio), è chiaro che il papello fu scritto prima. Mori, invece, ha datato il suo “primo” incontro con Ciancimino al 5 agosto.

Inoltre vengono fatti i nomi di Nicola Mancino, ministro dell’Interno al tempo di Capaci, e Virginio Rognoni, ministro della Difesa. Entrambi, il primo ora Vice Presidente del Csm, si dicono totalmente estraneo ai fatti, completamente ignari dei sottili fili che i Ros stavano muovendo.

Salvatpre Riina

Salvatpre Riina

La trattativa però è destinata a fallire. Le richieste dei Corleonesi sono inattuabili, inverosimili. Si arriva così a luglio, all’ennesima strage di innocenti, all’ennesimo orrore di fronte ad una Palermo che non ne può più. Via D’Amelio salta in aria. Ma Paolo Borsellino sapeva dei contatti avviati dallo Stato tramite Ciancimino? Probabilmente sì. Confessò alla moglie: “Sto vedendo la mafia in diretta”. Intanto Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia, conferma (solo ora) che la trattativa gli fu riferita dal direttore degli affari penali Liliana Ferraro. Luciano Violante, ex presidente della Camera e della Commissione Antimafia dal 25 settembre 1992 al marzo del 1994, conferma ai magistrati che Mori gli chiese di vedere Ciancimino, ma che lui rifiutò un incontro privato.


Alcuni pentiti dicono che la strage di via D’Amelio non era nei progetti di Cosa Nostra. Allora perché c’è stata? Fu l’opposizione del giudice ad accelerare la decisione di ucciderlo? Morì anche perché era diventato un ostacolo da rimuovere?

A questo punto era evidente che trattare con Riina e i suoi uomini era impossibile. Lo stesso Ciancimino se ne accorse. Ma Bernardo Provenzano, che non condivideva a pieno il risvolto stragista che aveva preso la “guerra” dei corleonesi, aveva i suoi buoni motivi per sbarazzarsi di Zù Totò. Un “sacrificio” che bisognava fare, la sola mossa  per tutelare gli interessi di Cosa Nostra.

E così il gioco si ribalta. Riina, personaggio scomodo e ingombrante, venne arrestato l’anno dopo e Provenzano prende in mano il testimone. A questo punto le domande sono: lo Stato sapeva di questi contatti con i vertici di Cosa Nostra? I Ros hanno agito autonomamente? Era il “patto” siglato con la Mafia che prevedeva la non-perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993 e la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995?  Cosa Nostra aveva saldato il conto.

Bernardo Provenzano

Bernardo Provenzano

E così, Mafia e politica, iniziano a cambiare pelle. Niente più bombe, niente più spari. Si agisce in silenzio e si convive. Nei palazzi del potere intanto arrivano uomini nuovi, potenti personaggi sconosciuti al mondo della politica. La pace sembra ristabilita. Solo nell’aprile 2006, tradito dagli stessi pizzini con i quali impartiva gli ordini ai suoi uomini, Bernardo Provenzano viene arrestato.


Col senno di poi si capisce che alcuni punti del papello sono stati oggetto di interesse politico. Il maxiprocesso assolutamente no, ma la chiusura dei super carceri, come quelli dell’Asinara e Pianosa, invece sì. Il 41 bis, inoltre, non è più come quello stabilito da Giovanni Falcone. Nel luglio 2008 la misura è stata revocata a 37 reclusi e, ancor più noto, è come i boss riuscivano a comunicare con l’esterno malgrado il “carcere  duro”. La legge sui pentiti del 2002 (allora c’era Piero Fassino come ministro della Giustizia)  ha prodotto un solo risultato: da anni non si pente più nessuno (il collaboratore di giustizia ha un tempo massimo di sei mesi per dire tutto quello che sa e vengono protetti solo i familiari con lui conviventi).

Dunque è difficile, in questo caos di date, eventi e nomi, poter dare delle risposte precise dopo 17 anni da quel biennio, ’92-’93, color rosso fuoco. L’inchiesta di Palermo ricomincia sulla base di queste nuove rivelazioni, da quel negoziato finito male, ad altri che, invece, potrebbero aver avuto esito diverso. Una sola certezza. La trattativa fu sicuramente lunga e chissà, forse non è ancora terminata. E se è vera la frase che “La lotta contro la mafia si fa in Sicilia ma si vince a Roma”, allora siamo forse ancora troppo lontani da quel giorno.

Valentina Gravina

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