“Lulu”: croci e delizie delle libertà stilistiche

Cosa spinge due mostri sacri, nella fattispecie completamente opposti in stile e contenuti, a scrivere e registrare un intero disco insieme? Stima reciproca? Amicizia? O forse il desiderio di dare vita a qualcosa di nuovo nel marasma saturo della musica contemporanea intesa in senso generale? Qualora l’obiettivo fosse quest’ultimo, il traguardo sarebbe tanto ambizioso quanto difficilmente raggiungibile, anche se questi mostri sacri si chiamano Lou Reed e Metallica, entrambi padri indiscussi di generi e stili rispettivamente seminali ed immortali.

Partendo da un primo ascolto in streaming gratuito sul sito ufficiale (cosa abbastanza rara vista la bellicosa personalità anti-Napster di un certo Lars Ulrich), il dilemma sostanziale è quello che ci pone di fronte ad un’opera complessa, contorta e volutamente disomogenea per testare la nostra più o meno sviluppata facoltà di venire a capo del tutto attraverso diversi (molti) ascolti indisturbati, dall’inizio alla fine, senza passare per stazioni intermedie come pause caffè o urgenze fisiologiche. Occorre, forse, aspettare ore notturne per scacciare via ogni frammento di luce (sia materiale che interiore), indossare un paio di cuffie a buona fedeltà e avviare la riproduzione ininterrotta di quella che si presenta come una vera e propria opera hard rock (ma è davvero definibile così?). Sarà comunque meglio, in via preventiva, assorbire trama, concetti e messaggi principali per meglio tentare di comprendere. Già. “Comprendere”, ovvero l’atto a primo acchitto più difficile per individuare una probabile via di accesso al limbo offerto da Lulu, struttura in due atti (due dischi) di muro sonoro duro, fitto e corposo intrecciati (più o meno consciamente) ad aperture di marchio facilmente attribuibile al padrino newyorkese (d’istinto, la mente vola anche sulle ali di The raven). Risultato? Proviamo a stabilirne i punti cardine, operazione per la quale, probabilmente, occorre vedere la situazione dai due rispettivi punti di vista fondamentalmente differenti.

Una cosa è certa, anche se fuori dal concetto di giudizio legato al disco: i Metallica, se non hanno già perso, perderanno moltissimi fan, forse più di quanti li rinnegarono dagli esperimenti consecutivi di Load, Reload, Garage Inc e, soprattutto, il live sinfonico (in verità molto interessante) S&M. Ma è proprio questo il punto: perché, a detta di quasi tutti gli amanti di quel particolare genere, una band non potrebbe cambiare, sperimentare cose nuove anche solo per il gusto dell’esperienza? Forse è proprio di questo che si tratta: gusto per l’esperienza, desiderio (a quasi cinquant’anni suonati!) di aprire una nuova (e non per forza longeva!) pagina stilistica, scelta erroneamente identificata come una probabile incapacità attuale di eseguire partiture giovanili forsennate (ipotesi prontamente smentita, in realtà, dal distruttivo e devastante impatto del pluri-dvd live di Mexico City, registrato durante il tour dell’altrettanto esplosivo Death magnetic di produzione Rick Rubin). In molti (troppi) forse dimenticano di trovarsi di fronte a musicisti di levatura comunque ottima e capaci, proprio per questo, di suonare quasi qualunque cosa in qualunque ambito. Rientrando nel contesto dell’opera, quindi, ci ti trova di fronte ad una band assolutamente capace sia di inventare metriche proprie (ma di potenziale insediamento altrui) che di seguire le indicazioni di una sorta di direttore d’orchestra.

Sul frangente Lou Reed, invece, il direttore di queste orchestrazioni, vale probabilmente lo stesso discorso extramusicale legato al fattore esperienza con, in aggiunta, un rinnovato senso di desiderio per la sperimentazione sonora: a quasi settanta candeline, al vecchio Lou davvero mancava, forse, solo un’avvenimento del genere. Sappiamo bene di come tutto sia nato, ovvero proprio da un suo personale interessamento alla band di San Francisco al quale è seguita l’esplicita richiesta, in seguito ad una performance collettiva per Mtv, di tentare qualcosa insieme. La sua mano dilatatoria e stilisticamente ripetitiva si avverte in moltissimi frangenti, incastrata a dovere fra le strutture tipiche di James Hetfield e soci, agglomerato chiamato a rivedere anche le personalissime incursioni soliste in una luce ben più scollata, scomposta e distorta. Una sorta di reciproco venirsi incontro, dunque, che tanto può incuriosire quanto può deludere aspettative, immaginazioni o esigenze spettatoriali di ogni sorta. Fatto sta che se ne parlerà, e anche molto a lungo.

Forti di queste considerazioni, possiamo premere play sul lettore (o adagiare la puntina sul primo solco di vinile, se si preferisce).

L’opera (ispirata al lavoro del drammaturgo tedesco Frank Wededkind) narra una storia di stupri e soprusi aprendo il sipario sulla chitarra acustica di Brandeburg gate, solo apparentemente ascrivibile all’intera discografia “reediana” perché prontamente dedita ad aprire il campo all’ouverture collettiva comunque di casa Reed per via di pochi, semplici ma funzionali accordi discendenti tratti a supporto delle prime liriche. Un Hetfield di puro contorno fa la prima delle sue poche escursioni in “background”, operazione sulla quale si potrebbe anche aprire una breve discussione vista l’inusuale scarsezza tonale, non proprio tipica dell’energico e roboante soggetto (a tratti si ha un’impressione di stonatura: presa diretta? Volontà “superiori”? Scelta orientata verso poche “take”? Difficile dirlo con certezza). L’ouverture lascia il palcoscenico alla già ben conosciuta (e criticatissima) The view, brano di farina forse appartenente molto più al sacco Metallica, un susseguirsi alternato di due riff simili seppur di andatura differente, compatti, diretti (e almeno qui, i versi assegnati ad Hetfield vengono interpretati a dovere), sui quali la voce di Reed si impone con caparbietà nel declamare i suoi versi monocorde con lievi sfumature ruvide e graffiate. Pumping blood lascia intuire già un primo segnale di disomogeneità tra i due stili differenti: riff pesanti con “stop” altrettanto compatti, sui quali però la voce del padrino newyorchese comincia a dare i primi evidenti segnali di dissonanza, anche se il brano, in realtà, nella sua struttura, introduce bene le prime escursioni dilatate intrecciate a corde delicate ed intrise di flanger, prima di ritornare allo stato primordialmente duro ma più sperimentale in senso ritmico e dinamico con finale puramente alla Metallica. Come puramente “alla Metallica”, anzi molto di più, è l’intera Mistress dread, brano completamente “thrash” di riferimento primi ’80 (si veda il trittico “metallico” Kill’ em all, Ride the lightning, Master of puppets), ma il sopraggiungere di Reed, qui più che altrove, appare sinceramente fuori luogo, testimonianza di come, lasciando l’ago della bilancia teso molto più verso una delle due parti, si finisca per correre perennemente il rischio di sfociare oltre i limiti del proponibile. Iced honey ristabilisce, invece, le distanze per mezzo di un andamento puramente rock di accordi proposti quasi in loop, un regolare quattro quarti molto più consono alle metriche reediane con finale in crescendo, mentre Cheat on me è il primo vero esempio di come le dilatazioni pro-liriche del vecchio Lou entrino bene in relazione col lato meno violento e diretto dei “four horsemen” californiani (e gli undici scorrevoli minuti ne sono una testimonianza).

Secondo atto. Frustration, se non il migliore, è forse il pezzo più riuscito in termini sia melodici che sperimentali: estremamente coinvolgenti i riff di base (uno dei quali, per alcune variazioni, ricorda quasi alcuni passaggi alla Deftones di White Pony ma senza esagerare nelle similitudini) e funzionale l’anomalia di percorso per tramite di una sorta di stop & go ritmico spossante e solo apparentemente inopportuno. In sottofondo, i primi decisivi accorgimenti semi-orchestrali di derivazione (sembra veramente strano a dirlo) quasi stravinskiana. La successiva Little dog calma momentaneamente le acque con un ritorno in chiave acustica legato ad un contorno atmosferico di leggeri feedback a sei corde, mentre ci si avvia al gran finale passando per Dragon, altri undici minuti di esperimento definibile quasi come completamente improvvisato e prova di declamazione lirica su suoni distorti conducenti ad un corpus ritmico ascrivibile ai quattro californiani, giungendo, infine, ai quasi venti minuti della terminale Junior dad, lenta ballata di matrice più solare anche se adibita a maggiori aperture chitarristiche dalle quali, dopo quasi un’ora e mezza di disco, è possibie estrarre una delle pochissime escursioni melodiche soliste di un Kirk Hammett limitato ma, anche lui, funzionale al costruire lo spazio finale sul quale si adagiano i delicatissimi archi che conducono al capolinea del discorso lirico e sonoro.

In definitiva, giudicare scegliendo tra le due opzioni supreme, “bello” o “brutto”, sembra essere davvero difficile. Siamo di fronte a qualcosa di talmente sperimentale da risultare quasi impossibile da assorbire tanto al primo quanto ad un secondo ascolto, perciò non sarebbe nemmeno giusto etichettare un’opera così complessa e pluridisciplinare in maniera sbrigativa e convinta come si potrebbe fare, invece, con un disco di genere. Sta di fatto che, qui, proprio il concetto stesso di “genere” sembra essere messo in discussione nel suo stesso senso d’esistere, anche se in senso più o meno evoluto e tanto direzionato verso obiettivi precisi quanto statico nel suo rischioso essere fine a se stesso. Indubbiamente se ne parlerà moltissimo e senz’altro verranno fuori giudizi sia dissacranti (se non proprio inneggianti al boicottaggio) che osannanti. In questa sede, ne consigliamo vivamente l’ascolto nelle modalità e con le concezioni inizialmente indicate, al fine di generare quell’idea personale probabilmente innalzabile a vera colonna portante del motivo stesso che ha spinto artisti così differenti ad incontrarsi per un’operazione così impensabile e particolare.

Stefano Gallone

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5 Risponde a “Lulu”: croci e delizie delle libertà stilistiche

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    salvo 22/10/2011 a 10:38

    Ottima recensione, i miei complimenti.

    Rispondi
  2. avatar
    Stefano Gallone 22/10/2011 a 14:17

    Grazie, Salvo.
    Sono curiosissimo di conoscere pareri altrui su questo disco: è un ottimo spunto per avviare discorsi belli o brutti che siano.

    Rispondi
  3. avatar
    Stefano Gallone 22/10/2011 a 23:23

    Errata corrige: l’incontro tra Metallica e Lou Reed avvenne alla rock and roll hall of fame.

    Rispondi
  4. avatar
    salvo 23/10/2011 a 14:19

    Figurati…te li meriti i complimenti, nelle altre recensioni che ho letto ci si limita a criticarli (negativamente) a manetta. Io il disco l’ho ascoltato parecchie volte, con molta attenzione (non ci crederai ma l’ho fatto esattamente nelle modalità da te indicate, ma prima di leggere la rece..), e le mie impressioni sono estremamente positive. Penso che il valore di certe opere vada al di là del semplice “brutto o bello”, cosa a cui il sign. Reed ci aveva già abituati da tempo (sfido chiunque ad ascoltare Metal machine music senza pensare “ma che roba è?!”). Per quanto riguarda i Metallica invece, penso che questo Lulu rappresenti per loro un salto di qualità, una prova di grande coraggio e un vero e proprio manifesto di libertà artistica, soprattutto considerando che stiamo parlando di una band heavy metal, genere MOLTO chiuso a qualsiasi tipo di contaminazione.

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    Stefano Gallone 24/10/2011 a 15:56

    In effetti si, ed è una cosa che mi sta anche leggermente antipatica perché credo sia davvero fastidioso. Possibile mai che una band non può cambiare né fare esperienze particolari o nuove? Nessuno dice che se un gruppo fa qualcosa di diverso lo farà in eterno. Vedi i Motorpsycho, dai watt alla splendida trilogia psichedelica ’70 Let them eat cake / Phanerothyme / It’s a love cult (senza contare International Tussler Society e gli esperimenti addirittura jazz del capitolo In the fishtank): tanti fan persi ma tanta qualità ed esperienza accumulata (oltre a dimostrare di avere una cultura musicale sconfinata). Stanno ancora facendo psichedelia? Non mi pare, vista la potenza devastante degli ultimi 4 dischi, live incluso. Sono preconcetti che ogni fan accanito e fossilizzato in un genere particolare ha per forza di cose, come se non ci fossero altri ottimi (e più freschi) beniamini da seguire.
    Grazie per l’interesse. Continua a seguirci!

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