Lucia Annibali e William Pezzullo: quando il mostro è la giustizia

Le storie di Lucia Annibali e William Pezzullo sono identiche. Per tutti, tranne che per la giustizia

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Lucia Annibali e William Pezzullo

Lucia Annibali, purtroppo e per fortuna, abbiamo imparato a conoscerla bene negli ultimi tempi. Di William Pezzullo, invece, sappiamo molto di meno. Lucia è una splendida avvocatessa pesarese. Splendida nella sua professione, splendida nel volto, splendida nell’orgoglio con cui vive la sua vita e affronta le telecamere e gli occhi orridamente indagatori del mondo, dopo che il suo ex Luca Varani ha ordinato a due albanesi di sfregiarle il volto con dell’acido. Per un “amore” non più ricambiato. William invece è – era – un barista di Brescia. Sguardo dolce, intercalare pacato, timido a tratti. Ha una nuova ragazza da qualche tempo. Nuova, perché quella vecchia, con cui aveva trascorso sei mesi, dopo essere stata lasciata ha voluto lasciargli un ricordo permanente. Un sacco di botte da parte del suo nuovo compagno ed una secchiata di acido solforico. Acquistato al supermercato e lanciata addosso all’ex partner con le proprie mani. Quelli nella foto di sopra erano Lucia e William prima. Questi sono Lucia e William dopo.

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STESSO REATO, IMPUTAZIONI DIFFERENTI – Due corpi sfregiati da quello che qualcuno prova ancora a chiamare “amore”. Due vite andate a sbattere contro un muro e che solo la forza di volontà dei rispettivi protagonisti – difficile da descrivere e quantificare – sta restituendo alla normalità, per quanto normale possa essere convivere con la morbosità degli sguardi a scrutare ogni centimetro delle proprie cicatrici. Le storie di Lucia Annibali e William Pezzullo passano inevitabilmente dalle aule di tribunale. Vittime di mal d’amore, i loro aguzzini sono stati processati e condannati in primo grado. Ma è quando la loro nuova vita passa sotto la scure della giustizia che qualcosa fa inorridire più di un volto martoriato. È nel momento in cui confrontiamo le pene inflitte agli autori dello sfregio alle vite di due persone che il disgusto si fa più forte. Perché per la giustizia italiana, il volto di Lucia è valso 20 anni di carcere in primo grado per l’ex fidanzato Luca Varani, mandante dell’aggressione, e 14 a testa per i due albanesi esecutori materiali dello sfregio, Rubin Talaban e Altistin Precetaj. Il volto (e le orecchie, e la vista, con l’occhio destro totalmente perso e solo 2/10 di visibilità dal sinistro) di William è valso 10 anni a testa di carcere in primo grado per Elena Perotti – che in prima persona ha lanciato l’acido sul volto di William – e Dario Bertelli. 

Prima di prestare il fianco ad equivoci, è giusto e doveroso mettere in chiaro una cosa. Non è intenzione di chi scrive pesare sulla bilancia del dolore le sofferenze di Lucia Annibali e William Pezzullo, entrambi orrendamente sfigurati e costretti ad una vita fatta di continui pellegrinaggi in sala operatoria. Seppure, dal punto di vista medico, le condizioni di William siano inesorabilmente peggiori: il ragazzo di Brescia è stato tre mesi in rianimazione tra la vita e la morte, ha perso orecchie e praticamente la vista, ha subito la corrosione di diverse fasce muscolari. Attualmente ha subìto 11 interventi chirurgici. L’imputazione per Luca Varani, ex di Lucia Annibali, è stata di omicidio colposo. Sacrosanta. Elena Perotti non è stata accusata di omicidio colposo dal pubblico ministero. Davanti alle richieste dei consulenti legali di parte offesa, la pubblica accusa ha pronunciato la frase «ma cosa dice, non vorremmo mica costruire un mostro?». Il pubblico ministero.

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Lucia Annibali (cronacheanconetane.it)

NESSUN RISARCIMENTO PER WILLIAM – Il mostro, in compenso, è stato partorito alla fine. Quando, oltre alle suddette differenze di pena, a Lucia Annibali sono stati riconosciuti 800mila euro di risarcimento danni, mentre a William al momento neanche un centesimo. Il processo per il risarcimento civile è stato scorporato e se ne saprà qualcosa agli inizi di giugno. Oltre alla frustrazione di vedere la propria ex compagna a piede libero per un anno buono, in quanto divenuta madre poco dopo l’aggressione. Madre di un figlio che William non aveva voluto riconoscere, semplicemente perché non suo. Due tribunali e due pubblici ministeri, con lo stesso codice penale in mano, esercitando per la stessa nazione e a tutela degli stessi cittadini, hanno ritenuto l’uno che l’aggressione a Lucia (che grazie a Dio ne è venuta fuori con una forza straordinaria tornando a essere autonoma, in grado di svolgere la propria professione e condurre una vita quasi completamente normale) fosse meritevole di una condanna a 20 anni per l’aguzzino non esecutore materiale e di un cospicuo risarcimento economico; l’altro che la secchiata di acido sul corpo di William – che ha fatto richiesta di invalidità ottale e, se gli verrà riconosciuta, percepirà meno di 500 euro al mese, con cure che gli sono costate nei primi periodi 1000 euro alla settimana – si potesse limitare a 10 anni di pena, sia  per l’esecutrice materiale dello sfregio, che all’autore del pestaggio. Senza nemmeno un centesimo di risarcimento.

Cosa bisogna pensare della giustizia italiana di fronte ad una vicenda del genere? Che serva l’attenzione mediatica, l’impegno del Presidente della Repubblica ed una donna come vittima per avere davvero giustizia? Qualcuno ha ipotizzato un rovesciamento del sessismo sulla base della sovraesposizione mediatica. Sono ipotesi da cui – a parte le inevitabili forzature – è doveroso dissociarsi in partenza. Il problema è ben più grave. Ci troviamo di fronte ad un assetto giudiziario in cui i tribunali ed i pubblici ministeri italiani sono incapaci di garantire la tutela degli stessi diritti, in situazioni identiche (a voler essere approssimativi), in due angoli diversi del suolo italiano. La certezza del diritto è rimasta solo nella teoria ed ha ceduto il passo all’abuso di interpretazione e – talvolta – alle manie di protagonismo.

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William Pezzullo (leggo.it)

WILLIAM E IL BAR CHIUSO PER PAGARSI LE CURE - Luca Varani ed i suoi due complici meritano di trascorrere ogni singolo giorno dei 20 anni che sono stati comminati loro, e Lucia Annibali deve continuare la sua battaglia a testa alta, orgogliosa dei riflettori che illuminano il suo nuovo volto e la sua nuova vita. A testimoniare che, quando l’amore si tramuta in terrore, c’è la possibilità per chiunque di trovare forza in se stessi e tutela nella legge. William Pezzullo, invece, non merita di imbattersi in strada già tra qualche anno nella sua ex compagna. Come non ha meritato di dover chiudere e vendere il proprio bar per pagarsi le cure. William, che si esprimeva così pochi mesi fa su Elena Perotti: «Non ce l’ho con lei. Siamo stati insieme sei mesi. È finita perché raccontava bugie e il suo era un amore malato. Era così gelosa che mi tagliava le gomme dell’auto, una volta mi ha persino chiuso in casa e sono dovuto scappare dalla finestra. Quel figlio non era mio».

Non ce l’ha con Elena, non ce l’ha neanche con la giustizia. Quella giustizia per la quale il suo corpo vale meno della metà di quello di un’altra persona. Della sua stessa nazione, sottoposta alle stesse leggi, che ha provato sulla propria pelle le medesime sofferenze. Quella giustizia che è l’unico mostro di cui si può parlare in questo articolo.

Francesco Guarino
@fraguarino

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8 Risponde a Lucia Annibali e William Pezzullo: quando il mostro è la giustizia

  1. avatar
    Rino DV 06/04/2014 a 19:17

    Articolo lodevolissimo, in quanto del tutto controcorrente.
    Presento però queste osservazioni:
    Scrive Guarino nell’occhiello del titolo:
    >
    Le storie di Lucia Annibali e William Pezzullo sono identiche. Per tutti, tranne che per la giustizia
    >
    “Identiche per tutti”? Errore capitale con tre radici nascenti da 3 equivoci dai quali si deve uscire definitivamente.
    .
    1- si confonde ciò che dovrebbe essere (pari valore) con ciò che di fatto è : il valore di un uomo è – qui ed ora, nel XXI secolo in Occidente – ben inferiore a quello di una donna. E’ quasi nullo, altro che pari. Si confonde dunque ciò che di fatto è con ciò che sarebbe bello fosse. Sbagliato.
    .
    2- si confonde l’opinione della maggioranza (o della totalità) degli individui con l’opinione collettiva. Si ritiene che il sentire collettivo, i valori collettivi, siano la somma di quelli individuali. Si confonde l’insieme, la somma delle cellule con l’organismo. Secondo errore.
    .
    3- si ritiene che i magistrati possano applicare le leggi prescindendo dalle forze in cui sono immersi, che li circondano e li sovrastano. Si ritiene che siano o possano essere delle rocce che resistono alla corrente, anziché prendere atto che sono dei turaccioli al pari della quasi totalità degli essere umani. Si confonde ciò che dovrebbero essere/fare con ciò che sono/fanno e che al posto loro farebbero tutti, come prova il fatto che in tutto l’Occidente i reati femminili sono sempre derubricati rispetto agli equivalenti maschili. Sempre.
    Si individua nei magistrati una categoria “diversa”. Eppure, sul conflitto F/M essi fanno, nella loro professione, quel che i giornalisti, i politici, gli insegnanti, gli intellettuali fanno nelle loro: tutti cedono alle forze perché tutti sono turaccioli.
    .
    I due acidi – dice Guarino – sono valutati allo stesso modo da tutti, tranne che dai magistrati: gli chiederei dunque come mai articoli come questo suo lodevole, non si possano leggere da nessun’altra parte.
    Come mai nessun media abbia evidenziato la diversità di quelle sentenze, come mai nessun intellettuale, nessun movimento culturale, nessun politico, nessun opinionista abbia denunciato la disparità del giudizio dei magistrati e il diverso trattamento riservato, ai due sfigurati, dalla politica e dai media.
    .
    I magistrati non “inventano” le sentenze: applicano la legge ubbidendo ai valori sociali, alle forze presenti.
    Gli intellettuali non pensano: sono pensati.
    I giornalisti non dicono la verità, ma solo una parte: solo quella che il sistema morale collettivo consente loro.
    I magistrati sono come tutti gli altri: turaccioli preda della corrente. Le loro sentenze indicano la direzione della corrente. E il suo colore che è rosa.
    Tutto il resto è un autoinganno.

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  2. avatar
    io 15/04/2014 a 13:50

    ci si dimentica di osservare che la Perotti è ai domiciliari dal momento dell’arresto, e che se ai 10 anni si toglie il periodo di custodia (ai domiciliari) rimangono pochi mesi da scontare (la legge Finocchiaro sulle “detenute” madri prevede che si debba scontare in carcere solo un terzo della pena, se questa non è già stata scontata in regime di custodia ed è superiore ai 4 anni) che potranno essere soggetti all’affidamento in prova o ad altri domiciliari. Risultato: questa in cella non ci metterà piede.

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    Cristina 17/04/2014 a 06:29

    Grazie per questo articolo, purtroppo la stampa continua a cercare di occultare William Pezzullo che ha bisogno di aiuto. Il sito femminista del Corriere della Sera “la 27ora” menziona la Annibali 1400 volte e Pezzullo mai. Una vergognosa discriminazione

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    Mia 19/04/2014 a 01:27

    Chi ha deciso che l’Annibali sia il simbolo delle donne vittime di violenza? La politica e i media. Queste due storie a confronto dimostrano che la realtà è ben diversa e che la giustizia è per pochi. Ci sono stati altri casi di persone colpite dall’acido ma nessuno ne parla. Io penso che i simboli non servano perché ogni violenza e ogni esperienza sono drammaticamente diverse

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    Andrea 07/02/2016 a 18:19

    Complimenti, bellissimo articolo.
    Rimango inorridito a tali diferrenze di giudizio. Sono profondamente dispiaciuto per entrambi ma permettetemi di sentirmi un pò più vicino a William Pezzullo.
    Oltre il danno la beffa.

    La legge non è uguale per tutti.

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    michi 11/05/2016 a 04:53

    due cose ben distinte:
    1° la stampa e i media…..ci sono centinaia di casi simili, ad esempio omicidi di cui tutti sanno tutto e alcuni di qui non parla nessun media.molto complicato da capire…anche il perchè nei casi così tragici a volte il protagonista è la vittima e a volte è l’accusato.per Pezzullo ad esempio è stata su tutti i telegiornali l’accusata (e l’accusato)….quando gli è stato tolto il figlio in carcere.
    2° la pena….non credo l’articolista abbia seguito i
    processi,altrimenti saprebbe perchè …ad esempio per il caso Annibale hanno chiesto anche il tentato omicidio, perchè l’accusato era anche entrato in casa della Annibali e gli aveva aperto il gas.
    Ogni processo è veramente UN CASO A SE,e bisogna seguirlo per capire i motivi delle differenze di condanne,e i risarcimenti (che tanto se non c’è i soldi non si prendono comunque).

    Comunque la ringrazio tantissimo di questo articolo,che mi ha fatto conoscere il caso drammatico di William Pezzullo.A qui va naturalmente tutto il mio augurio per una vita,il più possibile
    serena.

    Rispondi
  8. avatar
    michi 11/05/2016 a 04:59

    ogni processo è veramente un caso a se.
    se non si è seguito nel dettaglio non consigliabile fare paragoni.
    per i mass media poi….si potrebbero fare migliaia di altri esempi simili.
    comunque grazie per l’interessante articolo.

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