Luca De Pasquale, ‘Professione Drop-Out’. Una rivolta in chiave di basso – INTERVISTA

È in libreria ‘Professione Drop-out’, il nuovo lavoro letterario di Luca De Pasquale. Tra Stig Dagerman e una scia di eroi a quattro corde, esplode la denuncia di una condizione umana privata di ogni senso etico

La copertina di "Professione Drop-Out", il nuovo libro di Luca De Pasquale

La copertina di “Professione Drop-Out”, il nuovo libro di Luca De Pasquale

Perdere il lavoro ma anche la pazienza e la tolleranza verso l’insensato ordine di cose che porta al distacco da ogni forma di realtà effettiva, attitudine ormai lontana dal comune senso dell’intendere un’esistenza terrena costellata di vuoti a perdere mentali e materiali. Essere ora, certo, ma non più qui: è la condizione da cui parte il sublime flusso di coscienza che pervade l’animo già inquieto di Aiace Pellicciotto, protagonista “zurliniano” di Professione Drop-out, nuovo e splendido libro dello scrittore partenopeo Luca De Pasquale (edizioni Homo Scrivens, 184 pp, 14 €).

LA RIVALSA DELL’ESSERE SULL’APPARIRE – Sebbene possa sembrare una sorta di raccolta di racconti, Professione Drop-out appartiene ad una narrativa unica nel suo genere poiché sviluppa un fil rouge di percezioni, stati d’animo e ideologie esistenzialiste capaci di donare valore assoluto a una personalità lontana dalle dinamiche odierne dell’apparire. Ciò che emerge è un consapevole spirito di ribellione ispirato da una sterminata sequenza di eroi e antieroi associati dal comun denominatore delle frequenze basse, tanto materiali (idoli e maestri personali delle quattro corde sia elettriche che acustiche) quanto ideologicamente legate alla costruzione di un’esistenza terrena “al ribasso”, ripudiata e scalciata via con la potenza inenarrabile del tenersi in disparte ma, al contempo, fornire a se stessi le chiavi per una via d’uscita necessaria a una sopravvivenza non unicamente spirituale.

Luca De Pasquale

Luca De Pasquale

UNA SALVEZZA DI IMMAGINI, SUONI E PAROLE – Raramente la Musica e il Cinema (con l’iniziale maiuscola) sono di così preponderante salvezza per la delineazione letteraria di tessiture semantiche perfettamente agiate su fotogrammi a metà strada tra Zurlini, Melville o Truffaut; così come salvifico è il tatto universale sprigionato dalle mani di Scott LaFaro, Jaco Pastorius, Mike Watt, Mick Karn o Jean-François Jenny-Clark, tutti costruttori del supporto più irrinunciabile a un millimetro dal baratro terminale.

Le sapienti sfumature che De Pasquale costruisce tra le pagine di Professione Drop-Out per delineare il viaggio interiore compiuto da Aiace Pellicciotto – attraverso una scrittura che non ha nulla da invidiare a riferimenti personali come Stig Dagerman, Irvine Welsh o gli angry young men – scandagliano con ironia e coraggioso spirito di denuncia gli inferi e gli abissi più oscuri di una vita terrena retrocessa a smania competitiva, dove l’amore è possesso, l’amicizia e la professionalità sono sopraffazione e tutto è esclusivamente bianco o nero senza possibilità di appello. Pellicciotto sembrerebbe quasi viaggiare su quel Sunset Limited riservato a chi fa del proprio dolore il dolore del mondo (per dirla alla McCarthy), ma ciò che lo distoglie dall’imporsi come unico detentore della verità assoluta è il sacrosanto desiderio pulsionale di far valere il proprio mondo come mondo reale, vivibile e condivisibile.

Luca, Professione Drop-Out arriva dopo alcuni anni rispetto al tuo esordio letterario. Che direzione ha preso il tuo modo di vedere le cose e di farne oggetto di narrazione?

Naturalmente, il tempo passa e cambia lo sguardo. Il bagaglio umano e artistico si è arricchito, si perde certamente in veemenza irrazionale ma si acquista in sguardo e – inevitabilmente – in profondità. Gli anni di silenzio sono serviti, vedo meglio la strada, vedo chiaro anche il precipizio ai lati e anche alle mie spalle. Per me è stimolante avere una percezione del vuoto che ho scansato, ma ancora più importante è non nascondermi quello che non scomparirà certo per i miei desideri.

Aiace Pellicciotto ha perso il lavoro. Si parla sempre di anziani e giovani disoccupati, ma lui, quarantenne, vive una situazione professionale ed esistenziale a cui nessuno dedica l’attenzione dovuta. Di che materia è fatta questa specie di limbo?

La perdita del lavoro a quaranta anni è un dramma poco popolare. Meno considerato, molto meno, della condizione dei giovani in cerca di prima occupazione o dei pensionati. Non esiste una gradazione di gravità, in questo senso. Però è una condizione oscura, oscurante, in certe fasi – che non nascondo di aver vissuto in prima persona – è addirittura un cupio dissolvi. Capisci che giri a vuoto, che non sei riconoscibile (più che riconosciuto), capisci che dovrai pagare un duro prezzo per tornare a chiedere la tua carità di sussistenza. È l’idea malata di “darsi da fare per galleggiare” che una società malata come quella odierna chiede ai propri figli più scomodi. E non solo a loro.

Niente è più pericoloso di ciò che si annida nella mente di un uomo che non ha nulla da perdere”. È da qui che nasce la fascinazione per gli antieroi e i marginali?

La fascinazione per i personaggi borderline è cosa che ho capito da ragazzino. L’ho capito con i film di Sam Peckinpah (il mio eroe era Lyle Gorch de Il Mucchio Selvaggio), con gli antieroi virili di Jean-Pierre Melville…questi due enormi registi sono riusciti ad affrescare in modo mirabile la figura del maverick che non ha nulla da perdere e che proprio per questo mantiene una sua autenticità e un suo preciso senso dell’onore. Da questo grande amore per gli eroi “differenti” proviene anche il sentito e sospirato omaggio ad Aiace Telamonio…

Auspichi una sorta di nuova generazione di Angry Young Men?

Welsh ti risponderebbe che per questa ipotesi siamo “zero al quoto del cazzo”, per parafrasare pagine rabbiose. Oggi gli autori sembrano più preoccuparsi di come avere successo, di come solleticare i lettori, che di scrivere qualcosa che sentono realmente dentro. Servirebbe una generazione di scrittori arrabbiati ma soprattutto lucidi. Ma c’è terreno fertile? Permettimi di dubitarne. C’è poco coraggio in giro. Ci stanno rimbambendo con le storie esornative e a lieto fine, con i ritratti generazionali a tinte tenui, con l’ossessione per le trame identificative. E intanto, il mondo fuori continua a maciullare speranze e a riprodurre alias faziosi di se stesso. Mi spiace, ma io concepisco ancora l’arte – ma anche il suo stesso tentativo – come forma di rivolta. Finché gli artisti avranno tanta paura di farsi male e di non sfondare, non avremo nessuna nuova generazione di Angry Young Men. E comunque non in Italia. In Italia la rabbia è accettata solo se convogliata in un movimento ribellistico e populista che parli alla pancia delle proprie paure. Non è la stessa cosa. Osborne, Braine, Sillitoe e gli altri ammettevano l’esistenza di una lotta di classe, noi oggi – con quel disprezzo revisionista e ripulito che ci hanno passato come chiave di modernità – la neghiamo. E allora niente arrabbiati, solo singoli incazzati alla ricerca del privilegio perduto e della fama. Punto.

Luca De Pasquale

Luca De Pasquale

Aiace si identifica, tra le tante cose, nel Daniele Dominici di Zurlini. Ma cos’è che lo distoglie dal raggiungere per davvero la sua “prima notte di quiete”?

Aiace decide di non abbandonare il campo. La sua presenza è negazione orgogliosa di quello da cui fugge. Il suicidio non è una fuga reale, è una resa che diventa presente eterno. Non ha senso, se il concetto di lotta è quello che riesce ancora a smuovere certi individui.

Nelle tue pagine il legame tra musica e scrittura è imprescindibile (e su questo stai anche incentrando un workshop). Da dove nasce e come si sviluppa questa comunione?

Come dico spesso, attirandomi diverse antipatie, non credo affatto al metodo propinato da più parti, che vorrebbe gli scrittori come dei timbratori di cartellino, immersi nel silenzio e nel monotono inseguirsi delle lancette dell’orologio. Non credo al silenzio della creazione, credo invece nel potere propulsivo (e anche estatico, sublimante e motivante) della musica come accompagnamento, come ritmo sottostante, come motore. Il workshop che terrò a breve si incentrerà proprio sul concetto di intercomunicazione tra queste due arti, con concreti esempi sul campo. Se ascolti John Martyn, ad esempio, ti verrà di scrivere qualcosa di molto diverso rispetto all’ascolto, che so, di un’altra meraviglia come Greetings from Asbury Park, N.J. del Boss o Gaucho degli Steely Dan. La musica, per chi vuole perseguire una forma (anche) istintiva di scrittura, è fondamentale.

È nota la tua passione per le quattro corde. Cosa vuol dire avere “l’anima del contrabbassista”? E perché“quando il basso si ferma, la base strumentale crolla”?

Ti rispondo così: il contrabbasso è una condizione dell’anima, non semplicemente uno strumento. Il contrabbasso, come il basso elettrico in altri contesti, sorregge, è l’anima silenziosa, è la trama del tessuto, è la base, è il colore di fondo. I bassi permettono la costruzione di ogni edificio sonoro, esaltandone la bellezza e lo sviluppo e smussandone le asperità, le contraddizioni, persino le cacofonie.

Seguendo la splendida scia di eroi personali, sono fuori strada se il modo in cui viene preservato il loro valore attraverso la parola scritta mi ricorda l’urgenza con cui François Truffaut, nei panni di Julien Davenne in La camera verde, usava la fotografia per difendere la memoria dei defunti da un mondo trasformato in tritarifiuti?

Non sei affatto fuori strada, anzi sono felicissimo di questa tua elegante citazione, che mi onora. La parola scritta preserva l’oblio delle emozioni, ma anche delle persone; forse anche di più. In un certo senso, i miei eroi personali vivono nelle cose che scrivo per riaffermare la loro presenza, non come vacua esibizione di influenze. Le influenze siamo bravi a citarle tutti, ma quante sono quelle davvero a carne? E quanto le vogliamo davvero difendere anche dal nostro invecchiare, dalla nostra assurda impazienza di superamento?

Nella tua autobiografia narrativa, tra gli altri, citi Piero Chiara e Dino Buzzati. Cosa ti accomuna a loro?

Piero Chiara scriveva in modo eccelso. Davvero. Una forma deliziosa. Solo che non va di moda oggi, per i giovani narratori e per i baroni non è un nome da ricordare. Di Chiara non condividevo per così dire l’accettazione del privilegio borghese come pretesto narrativo, ma per il resto era un sublime e malizioso cantastorie lacustre. La stanza del vescovo è un capolavoro che invito a riscoprire. Non so se davvero posso somigliargli; francamente non credo. Ma la sua influenza è stata davvero rilevante. Buzzati…non sono la persona adatta a rispondere. Accomunarmi a Buzzati da solo è eresia. Buzzati era spaventosamente denso, complesso, avvolgente e straniante, tenero e crudele come la sua narrativa e i suoi disegni. Di lui amo tutto: Un amore è magia pura e Il deserto dei Tartari mi ha stregato. Ecco, credo di avere Drogo in qualche parte di me. O, magari, potrei essere un cavallo tartaro, una fortezza, più probabilmente il nulla dal quale provengono.

Tra i contemporanei, invece, quali autori ritieni più validi e quali consideri più vicini alla tua sensibilità?

Non posso farti molti nomi, non per spocchia o per quella fallace storia “ognuno è unico nella sua sensibilità”. Tendo a leggere quel che mi attrae e raramente si tratta di giovani narratori. Posso dirti che reputo Irvine Welsh fondamentale, e non sto a riprendere per forza Trainspotting. Penso che il libro più feroce che ho letto negli ultimi dieci anni sia Il lercio, che è di una potenza devastante. Il personaggio di Robbo Robertson è quanto di più annichilente si trovi in giro in letteratura, come del resto i comprimari del libro succitato. In questo senso, trovo fantastico il personaggio del detective Dougie Gillman, pura violenza senza freni. Si tratta di personaggi liberatori e non osceni come qualcuno ha scritto. Invito tutti a vedere il film che Jon S. Baird ha tratto dal libro, con la collaborazione dello stesso Welsh. James McAvoy nei panni del Lercio e Brian McCardie in quelli del pazzesco Gillman sono epocali, per me è pura adorazione. Oltre Welsh, ti cito Barry Gifford, Tomas Espedal, William McIlvanney, Henning Mankell, Michel Houellebecq, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Edward Bunker, Christopher Brookmyre, Charles Willeford, Didier Daeninckx, Philippe Dijan, Felisatti&Pittorru (giallisti fantastici e non convenzionali), il messicano Guillermo Fadanelli (un incrocio tra Bukowski e Buñuel), Julio Llamazares, Peter Blauner… sono tanti quelli che considero validissimi e originali. E rileggete Manganelli, Arpino, Scerbanenco, Luciano Bianciardi, Pratolini, Veraldi, Stefano D’Arrigo, Guido Morselli, ve ne supplico.

Cosa bolle in pentola riguardo tuoi progetti futuri?

Sono già al lavoro sul terzo da solista. Poi, dovrò lavorare. In senso tradizionale. A pancia vuota si scrive per poco, io mica sono Knut Hamsun. Purtroppo.

 

Stefano Gallone

@SteGallone

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