Lubanga condannato: sentenza storica della Corte penale internazionale

La Corte penale internazionale ha condannato martedì 10 luglio l’ex capo miliziano congolese Thomas Lubanga a quattordici anni di carcere. Il leader dell’Unione dei patrioti congolesi è stato riconosciuto colpevole di crimini di guerra e in particolare dello sfruttamento di bambini soldato di età inferiore ai quindici anni. I minori, costretti con la violenza a partecipare in prima linea alle ostilità della guerra civile nella regione nord-orientale di Ituri, sono stati arruolati tra le fila della sua milizia tra il 2002 e il 2003.

La Camera di consiglio, composta dai giudici Adrian Fulford, Elizabeth Odio Benito e René Blattmann, ha anche disposto che l’imputato vedrà detratto dalla propria pena il tempo trascorso in custodia presso la Corte stessa, periodo iniziato nel marzo del 2006.

Ma al di là di tutto, questo resta un verdetto storico espresso dalla Corte penale internazionale dell’Aja: è la prima volta, dalla sua creazione nel 2002, che l’organo condanna un imputato a una pena detentiva.

Eppure non sono mancati i dissidi all’interno del dispositivo della sentenza. Secondo il sito ufficiale della Corte, il giudice Odio Benito ha rilasciato un parere separato e dissenziente su una particolare questione, in particolare si è dissociato dalla decisione dei suoi due colleghi, indicando che il verdetto di questo processo non ha affrontato il danno causato alle vittime e alle loro famiglie, soprattutto tenendo conto delle severe punizioni e violenze sessuali che hanno subito le vittime di questi crimini atroci.

Forse anche per questa ragione, al dibattimento orale, il procuratore della Cpi, Louis Moreno Ocampo, aveva chiesto addirittura trent’anni di carcere per l’imputato Lubanga.

Ai sensi dell’articolo 77 dello Statuto di Roma sulle sanzioni della Cpi, il leader delle milizie congolesi avrebbe anche potuto pagare delle sanzioni pecuniarie. Ma così non è stato. Nell’aprile scorso, gli avvocati delle vittime avevano depositato le loro richieste di risarcimento presso i giudici della Corte penale internazionale. Alcune vittime chiedevano come risarcimento programmi di microcredito, altri un reinserimento sociale per i minori strappati troppo presto alla loro infanzia. Secondo gli avvocati, spettava ai giudici prendere in considerazione queste proposte, ma questi hanno dichiarato che la tendenza è quella di evitare riparazioni finanziarie.

Dopo la condanna di Thomas Lubanga, associazioni delle vittime e diverse organizzazioni hanno espresso la loro soddisfazione contro quello che si rivela uno dei crimini più disumani: l’utilizzo di bambini soldato. Minori sfruttati con la promessa di un lavoro e un guadagno assicurato, in aree dove l’arruolamento militare rimane l’unica via per sfuggire a condizioni di miseria e povertà dilaganti.

Anche il direttore generale dell’Unicef, ha sottolineato che questa è una vittoria decisiva per la protezione dei bambini nei conflitti armati, un precedente importante che da oggi renderà più dura la vita a quei signori della guerra che si macchiano di simili crimini.

Ma il percorso della giustizia non è ancora del tutto compiuto. Da parte sua, l’ong congolese Voce dei senza voce, ha invitato le autorità della Rdc a impegnarsi per la cattura di Bosco Ntaganda, un ex socio di Thomas Lubanga, anch’egli oggetto di un mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale. Questa prima condanna storica, seppure importante, non deve però far abbassare la guardia nei confronti di quei criminali che ancora spargono terrore nell’Africa centrale, luogo tormentato da una guerra civile senza fine.

Enrico Lavecchia

 

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