Lourdes: tra mito e fede

Un viaggio per immagini attraverso il limbo delle speranze ultraterrene alla ricerca dell’inafferabile

di Stefano Gallone

Locandina

“Sii il tuo miracolo”, scandiva a chiare lettere Morgan Freeman nelle vesti di un onnipotente di colore in una delle più brillanti commedie hollywoodiane. E proprio queste quattro semplici ed essenziali parole, estrapolate dal contesto diegetico di appartenenza, sembrano contenere il senso di quanto espresso attraverso una narrazione marmorea ed oggettiva che, forse, avrebbe potuto aumentare la dose di un giustificabile scetticismo sarcastico contenuto per timori censori. “Siamo soli e lontani da noi stessi”, affermano le inquadrature fredde e distaccate, quasi atee, della talentuosa Jessica Hausner, già a Cannes con “Lovely Rita” e “Hotel”. Ma, stavolta, la fantasia cinematografica losangelina è tangibilmente lontana: quello che si presta allo sguardo, una volta seduti in sala, ha ben poco da condividere con le visioni d’oltreoceano, lasciando in bocca un amaro retrogusto di disagio ed inadeguatezza circa l’appartenenza ad un’epoca che, dai libri di storia, sembra aver imparato poco se non niente.

Christine (Sylvie Testud), ragazza malata di sclerosi multipla, si reca a Lourdes per prestare fede alle immateriali speranze di guarigione derivanti dal tocco divino e miracoloso della Vergine Maria Santissima. In lei, non è facile identificare il quantitativo di fede spirituale in continuo contrasto con la pur giusta necessità materiale di desiderare un futuro con marito e figli. Come tutti i fedeli accorsi nel luogo sacro, la giovane donna chiede un miracolo che le permetta di tornare in possesso delle proprietà motorie. Ma, quando la grazia si realizza, si fanno strada con ampie bracciate le pulsioni umane più profonde, radicate e ipocritamente nascoste dietro le maschere di un finto perbenismo borghese: invidia, senso di ingiustizia nei propri confronti e avarizia nel vedere il prossimo come elemento privilegiato si accumulano tanto da far vacillare il senso di fede anche negli animi più devoti come quelli dei padri e delle madri spirituali, sentimenti e sensazioni che, quasi telepaticamente, portano alla definitiva presa di coscienza, in netto contrasto col devoto disincanto, dovuta alla concretezza che vigila, severa, su ogni accenno di fatalismo divino.

Un frame del film

Se ne è tanto discusso in sede di blasfemia e anticristianesimo. Il dato certo, però, vede la Hausner inscenare nulla di particolarmente nuovo o profondamente degno di studi analitici a livello filosofico o antropologico, seppur forte di costruzioni scenografiche simbolicamente potenti. Per giunta, la giovane regista costruisce il proprio scenario ideologico in maniera tanto retrattile da sembrare irritante, quasi a voler sottolineare una velata timidezza dovuta al timore reverenziale verso quel capitalismo spiritualmente mercificato che si fa largo nei vergini animi umani da più di duemila anni a questa parte. Certo, non mancano sfondi scenografici carichi di modellini e figurine sacre in vendita a metà prezzo su bancarelle di seconda mano, ma un Bunuel, di sicuro, con simili carte in tavola, avrebbe polverizzato in maniera ben più devastante ogni forma di minimo appiglio ad elementi visibilmente barcollanti. Un Dreyer, di per sé, avrebbe, forse, affossato con molta più forza e determinazione i piedi in terra alla ricerca disperata di un senso e di una concretezza vitale fatta di pura logica e materia. È proprio il Dreyer di “Ordet”, se vogliamo, a balzare in mente nello studio del personaggio che, se osservato attentamente, risulta essere l’elemento principale sia della narrazione filmica che del conferimento di senso al discorso intrapreso: l’anziana e silenziosa signora Hartl (la bravissima Gilette Barbier), compagna di stanza di Christine, sembra assumere quasi tutte le caratteristiche di quel Johannes dreyeriano apparentemente allucinato, ma artefice e rivelatore del mistero divino inteso non tanto come fonte di salvezza ultraterrena, quanto come espressione della forza interiore di cui l’essere umano gode: è lei ad accudire la giovane malata  osannando l’egemonia del miracolo, così come è lei stessa ad aspettare, sedia a rotelle a portata di mano, lo spegnersi di ogni scintilla di speranza. La consapevolezza di se stessi, insomma, è l’elemento portante dell’individuo, ma c’è bisogno, ancora, di qualcuno che, senza timori e senza troppi giri di parole, dica davvero come stanno le cose.

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