Lou Reed, rock e poesia. Addio al leader di intere generazioni

Lou Reed (latfm.it)

Lou Reed (latfm.it)

Ci sono i Beatles, I Rolling Stones e poi c’è David Bowie, qualcuno ogni tanto diceva. Ma non sarebbe esistito nessun Bowie senza la divina e indiscutibilmente necessaria esistenza di Lou Reed. Leader, al pari con John Cale e almeno Sterling Morrison, di quei Velvet Underground scoperti e valorizzati da un certo Andy Warhol che produsse il loro primo disco (The Velvet Underground & Nico), quello con la banana, in alcune versioni “sbucciabile”, in copertina, tanto per capirci. In vero principio non se li filò praticamente nessuno ma, chissà perché, quasi tutti coloro che ne acquistarono e assorbirono una copia percepirono la devastante urgenza di formare una band e cominciare a suonare uno strumento.

Il motivo di tale convincimento generale, probabilmente, stava anche, se non soprattutto, nel concetto di innovazione stilistica e compositiva che proprio Lou Reed e compagni proponevano a chiunque avesse l’estremo bisogno di dire qualcosa in modo diverso ma soprattutto libero da qualsiasi ipotesi di schema; libero e fiero di poter imbracciare una chitarra senza per forza di cose dover essere un genio esecutivo perché, a dirla tutta, la vera genialità stava nel trovare (con successo) la strada maestra che potesse fare del rock (da qualcuno, all’epoca, e molto prima dell’avvento di Springsteen e via dicendo, giudicato morto) qualcosa di, appunto, rinnovabile, utilizzabile per sempre nuove espressioni più o meno personali, per sempre nuove ed ulteriori esperienze innanzitutto sensoriali e poi anche, perché no, intermediali.

Una vera e propria forma d’arte, insomma, ben al di là del concetto di solo divertimento. Una vera e propria forma d’arte senza la quale non si spiegherebbero, tanto per dire, proiezioni visive ben precise durante certi concerti del periodo (andate a rivedervi il retro del “disco con la banana”: alle spalle dei musicisti si proiettavano fotogrammi di un film proprio di Warhol, Chelsea girls: l’attore inquadrato, dopo aver speso tutto in droghe pesanti, cominciò anche a lagnarsi di uno sfruttamento indebito della sua immagine), o anche solo determinati approcci minimalisti alle corde e alle pelli tastate in un modo mai sentito prima nei dintorni, mai sperimentato in nessun luogo né tempo antecedente, almeno in ambito puramente rock.

Si può dire quello che si vuole su certi stili di vita, su certe personalità passate e presenti, su certe situazioni in certi momenti della storia. Ma se oggi abbiamo la possibilità di ascoltare alcune cose fatte in maniera un tantino diversa e, tra l’altro, anche in maniera più o meno immediata, che ci piacciano o meno, è solo grazie a persone come Lui e tutti coloro che a Lui sono stati vicino nel corso di questi ultimi cinque decenni. Punto e basta.

I Velvet Underground (lastfm.it )

I Velvet Underground (lastfm.it )

Da dove veniva tutta quella forza, quella insormontabile energia e quell’interplanetario desiderio di guardarsi in faccia in quattro o cinque e cominciare a buttare giù due accordi, magari in modo divergente da quanto già sentito per qualche decennio? Forse da dalla rara delicatezza ammaliante di una Sunday morning che subito preparava il terreno per le frenesie in antitesi di I’m waiting for the man. Quando mai, fino a quel momento, una produzione musicale di quella portata aveva trattato temi come lo spaccio di stupefacenti inneggiando al bisogno primario della figura del rispettivo pusher, o gli effetti da cosiddetto “day after” post abuso di sostanze di cui sopra con contorno di paranoie e ansie? In tanti, certo, avevano trattato, soprattutto cinematograficamente, il tema della Femme fatale come figura femminile tanto ammaliante quanto letale, eppure mai in un modo talmente cinico e disinibito. Ma soprattutto, nessuno aveva mai nemmeno vagamente accennato a trattare il tema del feticismo bondage sadomaso più estremo come Lou Reed e soci fecero in quel capolavoro che è tuttora Venus in furs. Nessuno aveva mai avuto il coraggio di descrivere, fin nei minimi dettagli, l’esperienza sensoriale della dipendenza da eroina in quella Heroin così feroce, compulsiva, ossessionata e ossessionante. E nessuno si era spinto veramente così in fondo come Reed e Cale, in particolare, fecero nel continuo e pulsante nonsense, oltre al marasma sonico da feedback, di The black angel’s death song e European son.

In quella sottospecie di “belle époque” da lustrini, Cadillac o quanto altro, per dirla tutta, la Factory di Warhol faceva venir fuori intere e variegate serie di tipi non solo newyorkesi ma complessivamente umani non più come blatte dal tubo di scarico dell’acqua della doccia, nel cesso, di notte, al buio. Non più furtivamente e, per qualcuno, invadendo territori sacri al giudizio di qualcun altro. Quello che stava venendo allo scoperto era un intero mondo sia artistico che umano totalmente inesplorato, un universo di tipi, menti e anime completamente diverso da quello che il mondo intero, per ovvio tramite statunitense, conosceva come “American style”.

Lou reed (gabbiani2008.iobloggo.com)

Lou reed (gabbiani2008.iobloggo.com)

Qualcuno cominciava a vedere le cose in maniera molto più selvaggia rispetto a quella preimpostata. Dal 1967 in poi, allora, niente sarebbe più rimasto uguale a nient’altro. White light / white heat (1967), Loaded (1970), la morte di Morrison, le divergenze interne, la scissione, la storica reunion del 1993 (Live MCMXCIII), l’esigenza di proseguire nel suo percorso sia interiore che stilistico fino agli esordi da solista racchiusi (non a caso anche nell’amicizia proprio con David Bowie) in quei capolavori assoluti che sempre saranno Transformer (1972), Berlin e il live viscerale Rock n roll animal (1974), sono veri e propri esempi di vita prima ancora che di capacità di rinnovamento compositivo ed esecutivo. Anche nelle discutibilissime prove di divergenza da qualunque approccio mainstream come l’ostico Metal machine music (1975), l’eccelsa vena poetica del nostro non avrebbe mai conosciuto ossidazione anche  nella recente e splendidamente suggestiva opera musical-teatrale ispirata a Edgar Allan Poe (The raven, 2003) o nell’ultimo tassello prodotto al fianco addirittura di una band capostipite dell’heavy-thrash metal come i Metallica (Lulu, 2011).

Non si può non avvertire, se non vivere di pari passo, in tutto questo, il puro e cristallino spirito di ricerca anche personale, completa nella sua essenza superlativa di continua e inarrestabile figura sperimentatrice. Esattamente quello che mancherà alle generazioni presenti e future se non sapranno o non vorranno o non verrà concesso loro di far tesoro di tutti questi seminali insegnamenti. Solo il tempo e lo sviluppo sia artistico che umano ce lo dirà. Per il momento, Rest In Peace uncle Lou.

(Foto: lastfm.it / gabbiani2008.iobloggo.com / liveradio365.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews