L’opportunità che lo yoga dà alla donna per ritrovare se stessa

Intervista a Bettina Pfaff, insegnante di yoga da quasi trent’anni e fondatrice dell’associazione culturale di Monza Jivana “tra Oriente e Occidente

di Laura Dotti

Bettina Pfaff

Bettina Pfaff, una donna luminosa che, nello splendore dei suoi cinquant’anni, sa di aver perseguito con coraggio e determinazione un sogno, un ideale, uno stile di vita e sa di averne fatto un lavoro che fonde perfettamente i suoi contorni con quelli della passione.

Quando ti sei avvicinata allo yoga? Trent’anni fa non era come oggi: oggi è decisamente molto più facile incontrare una scuola di yoga.

Sì, non c’era questa diffusione. Anzi si può dire che non si sapesse nemmeno cosa fosse “questo yoga”, neanche in Germania, dove sono nata. Io ho avuto fortuna. Mia mamma praticava il training autogeno, avevo solo dieci anni quando mi fece provare. È stato un impatto strano, in realtà: questo prendere coscienza del proprio corpo attraverso le visualizzazioni mi lasciò sorpresa, ma quello fu solo l’inizio.

Quale fu il passo successivo?

Fu ancora merito di mia mamma: abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto intellettuale e così, tra i tredici e i quattordici anni, mi regalò Autobiografia di uno yogi di Paramahansa Yogananda. Tra quelle pagine mi ritrovai, piansi e scoprii la strada per vincere e rendere fruttuose le mie malinconie e le difficoltà che incontra ogni adolescente. Ero molto timida, provavo un senso di inadeguatezza, avevo anche difficoltà fisiche, ma lo yoga mi ha aiutato e io non l’ho più lasciato: da noi si dice “avere un buon morso” quando si afferra una cosa e non la si abbandona più.

Non so come sia successo, so che ha funzionato.

A volte si cerca la felicità nella direzione sbagliata, la si cerca fuori da noi: una bella casa, un buon lavoro, la macchina, la famiglia. Ma la verità è che la felicità autentica è riempire noi stessi con noi stessi, da lì parte tutto e lo yoga ci dà una direzione affinché la strada da percorrere si faccia meno tortuosa.

Cosa significa lo yoga per una donna?

In effetti molto. Lo yoga è ricerca di se stessi, lavora su livelli ormonali, sull’accettazione di noi stessi a partire dal corpo e dal respiro. E questo aspetto è indispensabile per la donna di oggi che è sottoposta a molte pressioni sia da un punto di vista dell’efficienza – il lavoro, la casa, la famiglia, i figli – sia dell’immagine. Con lo yoga si impara la flessibilità verso noi stesse e di conseguenza verso gli altri, si impara a convivere con i dolori del mestruo e del parto, con le tappe biologiche come la menopausa, ma soprattutto a convivere con i limiti, senza forzature.

Attraverso questa scienza così antica si riscopre la forza e la bellezza della femminilità, non è un caso che si inizino gli esercizi sempre dal lato sinistro, che è il lato artistico, creativo, lunare, femminile appunto, ed è predominante per entrare nella meditazione. Yoga in sanscrito significa unione, è un gioco tra la parte maschile e quella femminile – presenti in ognuno di noi (anche negli uomini, eh!) – che finalmente ritrovano il loro equilibrio.

Le donne non devono dimenticare di avere una marcia in più: loro, anzi, noi siamo il bastone che sostiene e fa avanzare questo mondo nell’amore e nel rispetto. È una bella responsabilità.

Logo della scuola di yoga Jivana

Com’è nata l’idea di fondare Jivana? Un’associazione culturale tutta al femminile…

Bé, oltre a lavorare come grafica, collaboravo con un centro di discipline orientali, dove però l’impronta maschile da cui era caratterizzata non mi convinceva, non rispettava la mia idea dello yoga. Così iniziai a pensare di realizzare qualcosa di mio. Dopo il lavoro, iniziarono gli incontri “clandestini” con gli amici, in particolare con Anna, una delle mie migliori amiche, una vera anima gemella, per valutare le potenzialità di un nuovo progetto. La complicità era tanta e insieme a Grazia e Jenny decidemmo di iniziare questa avventura. Così nacque Jivana che in sanscrito significa vita. È andata bene, siamo sopravvissute persino alla crisi. È bello lavorare tra donne, l’uomo tende a voler essere leader, tra donne invece si instaura una collaborazione più equilibrata, fondata sull’intuito: siamo una vera fucina di idee.

Insomma sei riuscita a fare di una passione un lavoro?

Sì, proprio così. Questa esperienza mi ha dato così tante soddisfazioni che ora abbiamo intenzione di realizzare un centro anche a Como, un progetto nuovo, rivolto a donne e bambini. Presto inizierò a collaborare anche con un ospedale di Lugano dove alla medicina tradizionale si affiancano le discipline olistiche per la cura di malattie psichiatriche anche gravi. Se si potesse, invece di dire “io lavoro” direi “io passiono”.

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