Londra2012. Culla della multiculturalità, tra letteratura e olimpiadi

William Shakespeare (wikipedia)

Londra è una città dalla grandezza sterminata tagliata in due dalle acque del Tamigi. Parte dalle periferie silenziose e residenziali che circondano l’agglomerato urbano, per arrivare al centro folle e caotico. Dalle lussuose vie del turismo ai moderni uffici della City. Dai maxischermi di Piccadilly Circus, alla magia dei mercatini di Covent Garden. Hyde Park è un’altra storia: l’avventore che vi si trovi a passeggiare, può rischiare di perdersi nella quiete dei prati e dei corsi d’acqua, in un luogo che pare lontano anni luce dai rumori e dai suoni della città e dove persino gli scoiattoli convivono in armonia con l’uomo, come se il cemento dei palazzi e delle strade che circondano il parco appartenessero ad un mondo lontano ed irraggiungibile. Londra è l’incontro tra culture e civiltà altrove separate da muri di odio e pregiudizi: le moschee con i templi ebraici, i luoghi di culto buddhisti con le chiese cattoliche riempiono le strade e i quartieri, formando un originale e altrove impensabile melting pot di razze e culture, simbolo unico e caratteristico di una città che non dorme mai.

Ma Londra è anche da sempre al centro di una fervente attività culturale: oggi si possono visitare la National Gallery, il British Museum e una delle maggiori gallerie dell’arte moderna, la Tate Modern Gallery. Persino nei secoli scorsi Londra è stata l’avanguardia di movimenti culturali e centro vitale della diffusione della conoscenza e dell’arte. In questa città, nell’epoca nota come Età elisabettiana (1558-1603) dal nome della regina Elisabetta I, fiorirono grandi teatri: tra i più noti, il Curtain Theatre, il Rose, lo Swan e il Globe. Ed assieme a questi, esplose il genio di alcuni dei più grandi drammaturghi della storia della letteratura: Ben Jonson, Christopher Marlowe e soprattutto William Shakespeare, autore indimenticabile e maestro nell’utilizzo della prosa teatrale e, soprattutto, dei monologhi. Ma il genio di Stratford-upon-Avon divenne anche, in un certo senso, un finanziatore della cultura londinese dell’epoca, acquistando un percentuale di azioni nella compagnia Lord Chamberlain’s Men, divenuta la favorita dalla monarchia di Giacomo I, dopo la morte di Elisabetta.

L’epoca elisabettiana viene ricordata dalla storia come un’era di pace e benessere, in cui la monarchia diede impulso all’artigianato, alla cultura e al commercio, specialmente navale. Resta il fatto che la grande maggioranza della popolazione era povera e senza alcuna possibilità di riscatto, se non il teatro, che divenne ben presto un luogo di cultura accessibile a quasi tutti i ceti sociali. Ma sono ancora lontani i tempi in cui saranno gli autori stessi ad offrire la loro voce al popolo per raccontare la povertà e la miseria degli strati più bassi e troppo spesso dimenticati della società.

Un paio di secoli dopo, Moll Flanders (1722) è figlia di una ladra condannata a morte che viene cresciuta in America da una famiglia adottiva. Quando scappa in Inghilterra, prima a Bath e poi a Londra, alla ricerca di una vita agiata, Moll utilizza qualunque mezzo per riuscirci: la seduzione, l’inganno, perfino l’incesto e il furto. Daniel Defoe utilizza questo personaggio come pretesto per una critica, seppur ancora prematura nei modi, al capitalismo: ogni persona, di qualunque ceto sociale, ha un prezzo. Uno spaccato molto crudo della società inglese dell’epoca, all’interno della quale,a giudizio implicito dell’autore, qualunque mezzo è lecito pur di soddisfare gli ideali di benessere e rispettabilità del periodo in questione. A questa descrizione corrispondono anche le persone benestanti che circondano l’infanzia e l’adolescenza di Tom Jones (1749), protagonista dell’omonimo romanzo di Henry Fielding. Alla meschinità dei nuovi capitalisti si contrappongono la bontà e la generosità del personaggio principale, nato da umili origini e la cui vitalità verrà alla fine premiata.

Charles Dickens (wikipedia)

Ma la vera denuncia delle contraddizioni della società inglese si avrà nel corso dell’ottocento, grazie ai capolavori di Charles Dickens, vero maestro del romanzo sociale. Attraverso i protagonisti delle Avventure di Oliver Twist (1839) e David Copperfield (1850) descrive i problemi dei ceti più poveri di Londra e dell’Inghilterra in quella conosciuta come epoca vittoriana (1837-1901), dal nome della regina Vittoria. Dickens ci parla quindi della povertà attraverso le descrizioni dei sobborghi di Londra, della criminalità intrinseca a questo stato di carenza, dello sfruttamento del lavoro minorile e delle condizioni di vita delle donne.

Degli angoli più bui e nascosti di Londra avremo notizia anche a fine ottocento, grazie al genio di Robert Louis Stevenson e al suo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886), in cui l’autore perlustrerà gli angoli più nascosti dell’anima e contestualmente di una città diventata improvvisamente cupa e noir. E gli stessi angoli dovrà perlustrare il celebre detective Sherlock Holmes, quando Arthur Conan Doyle ne muoverà i passi e le gesta in una Londra scura e piovosa a cavallo tra due secoli.

Nel corso del Novecento altri autori e altri libri ci hanno raccontato le vicende della capitale britannica. Zadie Smith nel suo Denti bianchi (Mondadori 2001, «Piccola biblioteca oscar» €9,40) ha affrontato il tema dell’integrazione razziale in una delle città più multiculturali del mondo. James Ballard in Millenium people (Feltrinelli 2006, «Universale economica» € 9,00) racconta della nuova borghesia, del terrorismo e della paura ad esso connessa. Infine, attraverso il recentissimo La ragazza di Charlotte Street (Feltrinelli 2012, «Narratori» € 17,00), Danny Wallace ci ha mostrato come, in una città caotica e frenetica e in un contesto di facebook e tecnologia, sia ancora possibile vivere l’antico colpo di fulmine.

Molti altri ancora hanno scritto di questa città: ne hanno evidenziato le meraviglie, i difetti, i pregi e le contraddizioni. Quello che ci resta è un luogo d’incontro tra centinaia di culture e milioni di persone diverse fra loro. L’aspetto migliore è che nessuno potrà mai sentirsi davvero straniero: forse è questo che meglio incarna lo spirito olimpico delle ultime settimane. L’unione senza pregiudizi e discriminazioni nella culla di una città che non dorme mai. Sulle rive del Tamigi, che scorre placido e lento, forse pensando che non sarà un’olimpiade a cambiare lo spirito di una città che della multiculturalità ha fatto una caratteristica molto prima delle sfide sportive.

Daniele Leone

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