Lodo Alfano: l’impunità per la casta

Un disegno che mira a proteggere dalla giustizia penale presidente del consiglio e ministri. Se il ddl verrà convertito in legge l’intero esecutivo non potrà essere giudicato neanche per i reati commessi prima dell’assunzione della carica. 

di Sabina Sestu 

Lodo Alfano

Lodo Alfano

Ci avevano provato Maccanico e Schiffani nel 2003, senza riuscirci.  La Corte Costituzionale aveva di fatto abrogato, il 13 gennaio 2004, proprio l’articolo riguardante l’immunità parlamentare alle cinque più alte cariche dello stato: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato e quello della Camera, il Presidente del Consiglio dei Ministri e infine quello della Corte Costituzionale. L’immunità doveva durare per tutta la durata della carica. E ora, a quasi due anni  dall’entrata in vigore del cosiddetto Lodo Alfano, il Pdl ci riprova e anche con qualche accorgimento in più. Parliamo del disegno di legge costituzionale che proteggerà dai processi penali il presidente del consiglio e i ministri anche per fatti antecedenti l’assunzione dei loro incarichi. Pochi giorni fa, infatti, la commissione Giustizia del Senato ha votato a maggioranza il suo assenso al nuovo lodo Alfano, il quale ora è al vaglio della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. 

Uno “scudo” immorale e antidemocratico, degno di una dittatura, già lo era, ma con la retroattività della impunità a «fatti antecedenti all’assunzione della carica» il Lodo risulta addirittura obbrobrioso. Persino un assassino che venga eletto prima di essere condannato per omicidio ne potrebbe godere e perciò non risulterebbe processabile fino alla scadenza del mandato politico. Una legge che ci rende originali a livello europeo, in cui questo tipo di salvaguardia è prevista solitamente solo per i parlamentari e sempre limitatamente all’esercizio delle loro funzioni: il premier e i ministri non hanno nessuna agevolazione in questo senso.  Fa riflettere anche il fatto che nel ddl è previsto che l’interessato possa rinunciare al Lodo, come ha tenuto  a precisare Filippo Berselli, il presidente della commissione giustizia,  perché «la difesa è un diritto tutelato dalla Costituzione». Noi comuni cittadini dobbiamo confidare sul buon senso e sui rimorsi di  coscienza del politico inquisito. 

Il senatore Berselli si è scordato del diritto dei cittadini italiani di essere difesi da una casta che amministra in modo improprio il bene pubblico. E si è dimenticato  anche l’articolo 3 della Costituzione italiana: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La scollatura fra il mondo politico e il resto della comunità civile sta aumentando sempre più. 

Alessandro Sallusti

Alessandro Sallusti

Risulta sempre più evidente che conquistare una carica  pubblica equivale ad entrare nell’Olimpo e a sottrarsi alla giustizia “umana”. Lo dimostra anche il tentativo, compiuto dai pieddini Stefano Ceccanti e Felice Casson, di presentare un emendamento al Lodo Alfano, subito ritirato, per estenderlo anche al Presidente della Repubblica. Un caso emblematico di come la maggior parte dei politici, senza distinzioni di colori e di sigle, abbiano la tentazione di entrare in quell’Olimpo e di raggiungere lo status di dei che li protegga dalla giustizia ordinaria.

Ha ragione il vicedirettore del quotidiano “il Giornale”, Alessandro Sallusti, quando si chiede:  «Che cosa avrà mai combinato di così grave e inconfessabile il presidente Giorgio Napolitano? A nostro avviso, nulla. Secondo il Pd, invece, l’inquilino del Colle potrebbe presto incappare in qualche problema giudiziario, tanto da chiedere una legge che lo protegga in modo tombale». Ma questo dubbio amletico di Sallusti conferma che il premier e i ministri dell’attuale legislatura hanno fatto qualcosa di così ignobile e purtroppo ancora ignoto da averne bisogno subito e con urgenza per essere protetti proprio “in modo tombale”.

 

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