L’occhio alto de ‘La variabile umana’ – Recensione

La variabile umana (everyeye.it)

La locandina del film "La variabile umana" (everyeye.it)

È un film incerto quello raccontato da Bruno Oliviero, un’opera che varca la soglia della sala cinematografica senza la presunzione di ritenersi raffinata, anzi. La variabile umana è una storia intessuta a sei mani da Bruno Oliviero, Valentina Cicogna e Doriana Leondeff e racconta, sulle note di un’indagine per omicidio, una storia familiare a brandelli, ricolma di domande e risposte mai date, ma che paradossalmente, infine, svela la soluzione.

Più agganciata al taglio documentaristico per i primi quindici minuti di schermo, stile corrispondente alla storia e alla tradizione della regia di Bruno Oliviero, La variabile umana sembra comunque rassegnarsi ad un taglio più affine alla cinematografia di finzione senza comunque mai abbandonare il suo occhio alto che diventa caratteristica ridondante del film, pellicola che fortunatamente riesce a non trascurare i dettagli. La macchina da presa, infatti, seppur aleggiante, mantiene una costanza narrativa, fotografa, gioca sui segni degli attori scelti.

È bello Silvio Orlando nel suo rigore buio, dosatissimo. È troppo acerba invece Alice Raffaeli che risulta addirittura sbagliata nel suo finale isterico, fuori dalle sue corde, già tese durante tutti i precedenti 80 minuti. Efficace la presenza di Giuseppe Battiston, la figura di spalla alla quale affezionarsi prima che l’Orlando ispettore permetta allo spettatore di fare altrettanto, per poi piombare in una zona d’ombra forse male sviluppata. Come male sviluppate risultano più condizioni, forse proprio per via della regia telegrafica che a volte ne danneggia il ritmo.

La variabile umana (stracinema.com)

Silvio Orlando in una scena del film "La variabile umana" (stracinema.com)

La trama del film si sviluppa sull’onda del caso dell’omicidio dell’influente impresario Ullrich, per la risoluzione del quale viene forzatamente coinvolto l’Ispettore Monaco, un vedovo irrisolto. Contemporaneamente all’omicidio, la figlia di Monaco, Linda, viene fermata perché in possesso di una pistola. Da quel momento si affacciano ipotesi stigmatizzate che dalla corruzione arrivano a sfiorare i buchi neri della Milano borghese e delle sue giovanissime vite, delle quali si fa un ritratto debole, di bambine impegnate a giocare con immagini troppo più grandi di loro, tutto sommato piuttosto attuali. Su questo tessuto, Monaco si ritrova per la prima volta dopo anni a prestare attenzione alla sua vita e a tutti i ruoli che in essa aveva smesso, per stanchezza e tristezza, di assumere. Recuperati i ruoli però, la stanchezza e la tristezza di Monaco permangono, prive di risoluzioni. Anzi, l’unica risoluzione che arriva è quella del caso Ullrich, che non a caso fa calare il sipario su tutto il resto; su l’ispettore, Linda, il dubbio, l’affetto e su tutto ciò che si era imposto vero protagonista del film.

È un finale coerente a quella costanza narrativa di cui parlavamo prima, come se la regia avesse scelto di mettere in scena solo quel che una lama di luce riusciva a cogliere all’interno di uno scenario molto più vasto che, in fin dei conti, poteva essere a suo avviso non interessante. Questa costanza e questa scelta sono quel che deve essere apprezzato del film, che non potrebbe essere meglio descritto da altro aggettivo se non “fotografico”.

(Foto: stracinema.com / everyeye.it / rbcasting.com)

Valentina Malgieri

@V_Malgieri

[youtube]http://youtu.be/f0EcAAvibaY[/youtube]

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