Lo spaventapassere, un babysitter alla riscossa

La linea di demarcazione che separa un dialogo volgare, inutile e pretestuoso da un uso meticoloso ed irriverente degli improperi, è molto sottile. Difficile capirne la differenza e ancor più creare un efficace scambio di parolacce tra due o più personaggi. Andando per esempi, la scena iniziale di Full Metal Jacket dove il sergente Hartman inizia i novizi alla guerra, dimostra una capacità unica da parte di Stanley Kubrick di saper giostrare anche il dialogo più forte senza alcun superamento dei limiti artistici. Al contrario il nostro ‘Natale inognidove’ è proprio quell’uso indiscriminato di parolacce e situazioni volgari che infastidiscono lo spettatore, lasciando infine solo l’amaro in bocca. Lo Spaventapassere, mai titolo italiano poteva essere più offensivo nei confronti del film stesso, si colloca proprio a cavallo di quella linea di demarcazione, smistando gag tra una e l’altra parte, distraendosi in alcuni momenti e regalando scene divertenti in altri.

Noah Jaybird (Jonah Hill) è un grassoccio e apparentemente insicuro ragazzo. Senza un padre, troppo occupato a girovagare tra un letto ed un altro, con una madre affettuosa per la quale dimostra solo un quarto del rispetto che meriterebbe e una semiragazza, Marisa, che lo sfrutta centellinando situazioni intime, solo per avere in cambio alcuni favori. La sua vita cambia appena decide di fare il babysitter a tre pargoli a dir poco stravaganti (il titolo originale The Sitter è un connubio tra il ruolo del protagonista e la sua anima cool celata dal suo aspetto), movimentando non poco una serata che pareva essere solamente un pretesto per guadagnarsi qualcosa. Blithe è un’eclettica ragazzina che per apparire più grande del normale si imbratta il viso con qualsiasi trucco possibile, Slater un perfetto ragazzino che a causa di una natura che lui stesso non comprende si trova a prendere psicofarmaci e aprodigarsi in sedute dall’analista e infine Rodrigo, ragazzo adottato, scontroso e incline al vandalismo e soprattutto ai petardi con cui si ingegna per mettersi in mostra dopo essere passato da tante famiglie che lo hanno infine abbandonato.

L’incipit parte da Marisa che chiede a Noah una dose di droga dal suo spacciatore di fiducia, quel Samuel Rockwell che non ti aspetti. La corsa notturna con i tre ragazzini porterà Noah a disfarsi della sua asocialità, diventando il leader di una gang, facendo innamorare una stupenda ragazza, combattendo contro lo spacciatore armato di pistola per difendere i suoi tre ragazzi a cui si è affezionato e lasciandosi alle spalle la vita che lo ha portato fuori e dentro la prigione per piccoli ed inutili crimini. In tutto questo nel film, oltre alla consolidata bravura dell’ottimo Jonah Hill, già nel recente 21 Jump Street e Moneyball, ci troviamo ad osannare un trio di giovani attori, Max Records (Il paese delle creature selvagge), Kevin Hernandez (Viaggio in Paradiso) e Landry Bender (The Council of Dads), davvero ottimi nelle loro interpretazioni e dal futuro certamente roseo. Infine una nota di merito anche al sempre bravo Rockwell e al suo spacciatore Karl, omosessuale e dal comportamento alquanto irascibile che conserva la droga nelle Uova Fabergè.

Il film diretto da David Gordon Green (Strafumati, Undertow) ha l’abilità e la perseveranza di impostare la pellicola tutta sul linguaggio non adatto ai minori di Noah e sulle interpretazioni dei singoli che conducono la pellicola verso un’ora e mezza di puro intrattenimento. Il film continua così fino alla fine trasportato da un buon ritmo di battute e situazioni al limite del ridicolo, ma la voglia e la presunzione di confezionare un film tutto su dialoghi volgari, a volte fa cadere Green in momenti non troppo efficaci che fanno zoppicare la pellicola. Tutto sommato però rimane un prodotto di buona fattura, che si lascia guardare, lasciando soddisfatti alla fine della proiezione. Questo genere dopotutto è il re della produzione statunitense, basti pensare a Project X, vero e proprio film cult nonostante abbia solamente qualche settimana di vita.

Andrea Bandolin 

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