Lo sguardo di Satana – Carrie. La banalità del male

Noioso e poco riuscito, il remake dell'omonimo film di De Palma esce oggi nelle sale italiane

La locandina del film "Lo sguardo di Satana - Carrie" (comingsoon.it)

La locandina del film “Lo sguardo di Satana – Carrie” (comingsoon.it)

Davanti ad un nuovo remake ogni semplice spettatore, critico o curioso che sia, si ritrova a dover rispondere sempre allo stesso quesito: ne avevamo davvero bisogno? Vi è davvero un’esigenza impellente di rifare, attualizzare e reinterpretare materiali appartenenti al passato che sentiamo ormai troppo distanti? O, più semplicemente, è il sistema produttivo che richiede investimenti mirati alla maggior quantità di pubblico possibile, soprattutto in momenti di crisi globale come quelli che stiamo vivendo oggigiorno?

NECESSARIO? – La risposta è spesso complessa e variegata, ma, per fortuna, non in questo caso peculiare. No, di “questo” remake dal titolo Lo sguardo di Satana – Carrie davvero non si sentiva l’impellenza, né sentimentale, né produttiva né, soprattutto, artistica.

Rifacimento di Carrie – Lo Sguardo di Satana, diretto non da uno qualunque ma da un certo Brian De Palma nel 1976, il film della regista Kimberly Peirce (Boys Don’t Cry, Stop-Loss), al suo terzo lungometraggio, mira a riportare sugli schermi la storia ferale e terribile partorita dal maestro dell’horror Stephen King che, nel 1974, debuttava con il suo primo romanzo Carrie, appunto. Ma se l’idea del progetto nasce dalla mente dal presidente della divisione cinematografica della MGM Jonathan Glickman, è facile sospettare che le motivazioni economiche abbiano preso il sopravvento in fase decisionale.

LA TRAMA – La vicenda rimane fedele all’originale adattamento cinematografico, narrando la storia personale dell’adolescente Carrie White, timida ragazza emarginata dai suoi compagni di scuola e oppressa da una madre ultrareligiosa; una ragazza dotata però di straordinari poteri telecinetici che nel susseguirsi degli eventi riuscirà a comprendere e controllare. Nonostante il suo isolamento, Carrie desidera ardentemente, come tutti i giovani, essere presa in considerazione dalle coetanee e, perché no, entrare nelle grazie di qualche ragazzo dall’aspetto gentile. Nel momento in cui i suoi sogni sembrano avverarsi e viene invitata al tanto agognato ballo di fine anno, Carrie è vittima di uno scherzo tanto crudele quanto terribile. L’ira successiva al ridicolo a cui viene relegata la spingerà a scatenare i suoi poteri su tutti i presenti al ballo e sulla cittadina.

Chloë Grace Moretz in una scena di "Lo sguardo di Satana - Carrie" (stiliq.com)

Chloë Grace Moretz in una scena di “Lo sguardo di Satana – Carrie” (stiliq.com)

ATTORI CONTRO – Chi ha impresso nella memoria il capolavoro di De Palma ricorderà ancora il grande cast che lo contraddistingueva: William Katt, Nancy Allen, John Travolta e, in particolar modo, Piper Laurie e Sissy Spacek. Il confronto appare quindi impari con gli attori che la Peirce ha saputo radunare per il suo remake; questo non perché Chloë Grace Moretz non sia una brava attrice, anzi, ma manca di quella emaciata aura sofferente che Sissy Spacek possedeva e che aveva perfettamente trasferito nel personaggio interpretato. La Moretz, forse troppo carina e pacioccona, dà vita ad una adolescente come tante, isolata e sbeffeggiata, ma non complessa come Carrie White meriterebbe. Molto più convincente la prova di Julianne Moore che si distanzia dalla recitazione affettata ma efficacissima di Piper Laurie in favore di una caratterizzazione più drammatica e sottomessa.

Per concludere, non vi è possibilità alcuna di accostare il film Lo sguardo di Satana – Carrie al suo precedessore: la sequenza della doccia, i frequenti scontri con la madre e la scena cruciale del ballo – episodio che De Palma aveva messo in scena con una maestria senza pari – sono presenti e sono puntualmente ben al di sotto delle aspettative, tradendo così un film che aveva saputo, con i piedi ben saldi in un soggetto perfetto, architettare delle scelte visive di una bellezza incontrastata. Le poche, pochissime, libertà registiche che Kimberly Peirce ha saputo guadagnarsi appaiono davvero deboli e insipide per un prodotto che, in maniera più che bonaria, può almeno offrire l’occasione per una chiacchierata con il vicino di poltrona.

(Foto: comingsoon.it / stiliq.com / stiliq.com)

Emanuel Carlo Micali

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